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Il vecchio e il bambino

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Non è un mistero che la mia fede calcistica sia biancoceleste. Ho questi colori inoculati fin dalla nascita da mio padre, che non aveva evidentemente nient’altro da fare che tifare...

Non è un mistero che la mia fede calcistica sia biancoceleste. Ho questi colori inoculati fin dalla nascita da mio padre, che non aveva evidentemente nient’altro da fare che tifare per una squadra di calcio che nella sua storia ha sfidato tutte le leggi relativistiche della sfiga, uscendone sempre con le ossa rotte. Ora mercoledì sera c’era la semifinale di Coppa Italia. Lazio-Inter. L’ultima spiaggia per salvare una stagione che dire deludente è poco. A parte il derby vinto, pure quest’anno ce ne sono successe di tutti i colori. La semifinale è l’ultima spiaggia. Per entrare in finale e arrivare alla Coppa Uefa. Quindi tutti allo stadio… Sono in macchina con mio fratello. Siamo sulla Tangenziale Est, direzione Olimpico. Ascoltiamo la radio. Il filo diretto con i tifosi. Padri che mandano in diretta i loro bambini a gridare: “Forza Lazio”; “Oggi vinciamo”. Belli de casa, a sentirli me se apre er core. Ragazzi che hanno studiato nelle più blasonate scuole inglesi e gridano: “Oggi je spaccamo er culo a quelli dell’Inter”. Bisogna capirli. Qui l’ombra di Soros non ci fa dormire la notte. Mio fratello, aspetto come al solito da figo-modello Dolce e Gabbana, sventola la sciarpa biancoceleste fuori dal finestrino. Io rimango guardingo al mio posto, forte delle mie letture kafkiane. Chissà cosa ci riserva la serata… Un ascoltatore spergiura che l’Olimpica è libera. Beh non so su quale pianeta viva, ma qui la Tangenziale è un carnaio. Macchine che ti sfilano a passo d’uomo da destra a sinistra, motorini… Sono quasi le otto. Ma sì, tra poco arriviamo… tanto l’Olimpica scorre. Mio fratello all’improvviso dice che bisogna girare per i Campi sportivi, che facciamo prima… Arriviamo a Ponte Milvio. Gente con le bandiere e le sciarpe biancocelesti. Vorrei gridargli “Io vi amo tutti, anche se, mortacci vostra, magari avete votato per Berlusconi”. Passiamo il Ponte. Rimaniamo imbottigliati nel traffico. Ma che è oggi? Sembra che dobbiamo arrivare al Bernabeu o al Nou Camp. Mio fratello che ha sempre la sua sicurezza da figo, cerca un posto da figo. Non un posto qualunque, no no. E gira che ti rigira… si sbaglia e invece di deviare per il parcheggio, riprende la Tangenziale Est direzione Tiburtina… Panico dentro la macchina. Mio fratello suda freddo, da vibranti colpi sul volante, inveisce con gli Dei che pure questa sera ci mettono del loro. Io comincio a rileggere La Metamorfosi  di Kafka. Gli dico di stare tranquillo, che tanto ce la facciamo ad arrivare in tempo. Usciamo dalla Tangenziale. Siamo lontani dallo stadio e per giunta dopo qualche metro ritroviamo questo traffico pazzesco. Ma cos’è, l’Olimpico è diventato il Maracanà? Mio fratello decide di fare una scelta radicale. Parcheggia a Via di Tor di Quinto. Adesso c’è da farsela a piedi. Bella passeggiata, non c’è che dire… A Ponte Milvio mi sembra di intravedere un’oasi con un cammello. All’altezza della Farnesina comincio a declamare i primi versi di Terra desolata. Vicino l’Olimpico inizio a parlare in aramaico. Mancano dieci minuti all’inizio della partita. Mio fratello dice che sta facendo una sudata pazzesca. Il modello Dolce e Gabbana adesso potrebbe giusto sfilare per l’Oviesse. Siamo ai cancelli dello stadio. Una fila smisurata, biblica, da Giudizio Universale. Qui si salta tutto il primo tempo. Cerchiamo di entrare nella bolgia, facciamo a spintoni, mozzichiamo in testa a tutti. Mancano cinque minuti. Adocchiamo un varco, misteriosamente lasciato libero dalla bolgia dantesca. Ci infiliamo, entriamo dentro lo stadio. Direzione Tribuna Tevere. Cerchiamo i posti, ma ci ritroviamo davanti la solita marea umana. Vorrei avere una lanciafiamme stile Fahrenheit 451… Chiamatemi Montag. Cerchiamo di girare per le file, scavalcare le donne e i bambini, fare il salto nel cerchio di fuoco. All’improvviso veniamo coperti pure da uno striscione immenso. No, la coreografia no! Ma che è la curva Nord? Non si è mai visto uno striscione così in Tribuna Tevere. Restiamo lì come delle statue di sale, non si vede una beneamata. Passano due minuti e lo striscione viene ritirato. Polvere dappertutto. Sul campo si sono già disposti i calciatori. A me sembra di aver corso la Parigi-Dakar. Me ne vorrei andare a casa. Poi con questi biglietti. Va bene la fila, ma che cos’è questo 4dedfg… eccetera, eccetera? Sembra di stare a fare la battaglia navale. Ci sediamo sui primi posti liberi che troviamo. Mio fratello cerca di riacquistare le sembianze almeno di un modello Prada. Io comincio a declamare qualche passo del Processo kafkiano. Soprattutto quando Ledesma e Rocchi prendono a turno il palo… Dopo un quarto d’ora la partita s’addormenta. L’Inter si copre, la Lazio non punge. Finisce il primo tempo a sbadigli. Nell’intervello due buzzicone ci sventolano sotto il naso i loro biglietti. Sono entrate adesso allo Stadio… certo, la fila di fuori. Quei posti sono i loro. Ci alziamo distrutti e continuiamo il nostro Golgota. Vaghiamo per la Tribuna alla ricerca di posti liberi. Ce n’è soltanto uno nei paraggi. Mio fratello, con i suoi modi da modello Hugo Boss, mi concede di sedermi. Lui resta in piedi. Accanto a me sono seduti una persona anziana e un bambino, dev’essere il nipote. Il bambino ha una sciarpona biancoceleste che gli cinge il collo. Bello de casa. Il nonno gli parla amorevolmente, se lo coccola. Sembra quasi rimboccargliela quella sciarpa, come a voler essere sicuro che quel bambino resti per sempre laziale… Inizia il secondo tempo. Dopo qualche minuto di assalto alla porta di Toldo, arriva il redde rationem. Il gol dell’Inter. Alzo lo sguardo al cielo. Il Dio biancoceleste deve esser partito in vacanza per Bali. Comincio la mia solita disperata pantomima. Alzo le braccia e le faccio ricadere con rabbia lungo i fianchi. Mi aggrego ai cori che innalzano il nostro pregiato Presidente. Accolgo l’entrata di quel simpaticone di Materazzi con il grido: “Zidane ha fatto bene!”… Materazzi si supera. Nello spazio di quindici minuti fa all’incirca trenta falli. L’ultimo bruttissimo a Pandev. Sono diventato un dobermann. Mio fratello mi tiene per il collare. Dopo l’espulsione di quella controfigura di giocatore, mi alzo in piedi e grido disperato: “Daje!”. Di fianco a me il nonno si coccola il nipote, se lo accarezza, gli stringe al collo la sciarpa, come a proteggerlo da quello spettacolo indecente. Mamma mia, che tristezza sta’ squadra! A intervallo regolare mi alzo in piedi e continuo a gridare “Daje”. Poi Ballotta fa una papera da far accapponare la pelle. Con la mano morta manda la palla a sbattere sul corpo di Siviglia. La palla con una perfetta carambola entra in rete. 0-2. Mi guardo le mani, le braccia. Come a dire: “È tutto vero quello che sto vivendo?”. I tifosi si lanciano in smodati peana per il nostro amato Presidente… Io nel frattempo guardo ancora quel vecchio che abbraccia il suo nipote, lo tiene stretto a sé e gli dice parole dolci. E gli rimbocca quella sciarpa, perché non la cambi mai con una giallorossa… Li guardo ancora e mi emoziono. Quando meno te lo aspetti… la vita può essere bellissima.

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