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La lunga marcia verso la Norvegia

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Il buio, dentro casa, è ormai totale. Ho inserito la segreteria telefonica. Prima di lasciare il messaggio si può ascoltare un brano musicale. Il Requiem di Mozart.

Il buio, dentro casa, è ormai totale. Ho inserito la segreteria telefonica. Prima di lasciare il messaggio si può ascoltare un brano musicale. Il Requiem di Mozart. Il telefono squilla. È sempre Luciano che se la ride beatamente. Dice “Hai visto? Te l’avevo detto”. Sono inchiodato ad un asse di legno, imbracato con una camicia di forza e una maschera di ferro che mi cinge la bocca, tipo Anthony Hopkins nel Silenzio degli Innocenti. Non devo dargli soddisfazione a Luciano, tanto tra poco si stanca e la smette… Le telefonate si susseguono. È sempre lui. Si mette a cantare pure faccetta nera. Ho la bava alla bocca, gli occhi che mi spuntano fuori delle orbite. Forse era meglio la Cura Ludovico. Una luce improvvisamente mi investe. “Sono io”, dice la luce. “Io chi?” risponde Luciano direttamente dalla cornetta. “Io”, continua la luce abbagliante, “Sono il Dio minore dei comunisti”. Luciano riattacca disgustato. Mi tolgo l’imbracatura e ascolto la luce. “Tieni a mente i dieci nuovi comandamenti della sinistra del XXI secolo, figlio della luce sinistra”. “Figlio della luce sinistra?”, le chiedo quasi imbarazzato. Un pezzo di soffitto si abbatte sul pavimento. Insieme a degli arnesi di ferro. “Scrivi”, intima la luce. Improvvisamente mi ritrovo con questo pezzo di pietra e lo scalpello sul Terminillo… Ma cos’è, una puntata di Star Trek? “Hai scritto?”, chiede la luce. “Cosa?”, rispondo un po’ sorpreso. “Ma quello che ti ho dettato, cribbio di una guerra partigiana!”. Guardo la luce che si muove scompostamente davanti ai miei occhi. “Guarda luce che tu non mi hai dettato proprio niente”, le dico offeso. Sto pezzo di pietra pesa pure un po’. “Ah no?”, fa ad un certo punto la luce. “Insomma, i dieci comandamenti della sinistra del XXI secolo?”, le chiedo sempre più insofferente. La luce tossisce imbarazzata. “Luce, allora?”. “Scusa figliolo, hai ragione. Ma sai, oggi Olaf Palme e Rosa Luxembourg si sono sposati e sono partiti in viaggio di nozze. E l’ufficio è scoperto. Io poi devo correre a Londra dai Laburisti. Ciao caro, ciao. C’è per caso un taxi da queste parti?”… La luce si allontana su un taxi su cui campeggia il volto di Fini. Improvvisamente un pezzo di carta mi schiaffeggia la faccia. È la cartina della Norvegia. Per un attimo la guardo sorpreso, poi improvvisamente arriva… l’illuminazione… Io non sono italiano. No, questi anni sono stati una specie di viaggio parallelo per me, stile romanzo di Philip Dick. Io sono norvegese. Il mio vero nome è Finn Cozzinen. Non sono italiano. Ecco qual è veramente il mio paese. La Norvegia. Un posto dove c’è poca gente e dove governa ancora un partito chiamato Laburista. Da Oslo, poi, posso prendere l’autobus e andare in Finlandia a bere una vodka con Kaurismaki, o fermarmi a Copenaghen a casa di Lars Von Trier, o entrare come attore nell’Odin Teatret dell’immenso Eugenio Barba… Sì, parto per Oslo… prima che Soros si compri la Roma e vinca nella stessa stagione Campionato, Champions League, Coppa Intercontinentale e Coppa Italia… Meglio una gita tra i Fiordi.

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