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Hitler in libreria

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Di pari passo con la fortuna del reportage giornalistico-narrativo, o meglio della moda di questo, è tornato in auge il “romanzo storico”.

Di pari passo con la fortuna del reportage giornalistico-narrativo, o meglio della moda di questo, è tornato in auge il “romanzo storico”. Di questa resurrezione se ne sono accorti anche i quotidiani nazionali che hanno dato vita a un dibattito alquanto sterile. La questione è infatti di poco conto: parlare di responsabilità dello stile, etica del narrare e limite tra finzione e verità lascia il tempo che trova e finisce per esulare dalle opere e da una valutazione di queste. Anche i termini sembrano superati e superflui, ma è innegabile che il ritorno di questo genere di romanzo risponde a una necessità reale, una fame di verità e approfondimento rispetto a un quotidiano superficiale occupato dalla comunicazione di massa. Il “romanzo storico” non ha solo il compito di rompere questo strato di superficialità, ma ha anche quello di arricchire l’immaginario collettivo, cogliendo con la narrazione piccoli o grandi episodi della Storia. Eppure i risultati non sembrano dei migliori e sembrano profilarsi degli scialbi sottogeneri che finiscono col dominare la scena letteraria di una stagione. Un esempio significativo è stato il premio Goncourt di due anni fa, assegnato a Le Benevole, opera prima in francese del quarantenne americano Jonathan Littell, storia della seconda guerra mondiale, raccontata da un criminale nazista impunito, volutamente scandalosa e scabrosa. È vero che il premio Goncourt attuale non ha nulla a che spartire con quello che ottenne Proust quasi un secolo fa (perché è deciso a tavolino dalle maggiori case editrici francesi, come tutti i premi letterari), ma è anche vero che esprime una tendenza del gusto dei lettori. Successo di vendite, sopratutto in Francia, il mattone di Littell (più di novecento pagine) è stato esportato in tutto il mondo come il romanzo “definitivo” e “assoluto” sul nazismo, non si sa perché, forse solo per la sua capacità di scioccare. Ma, nonostante il battage pubblicitario, non sembra aver avuto da noi, pubblicato da Einaudi, la stessa diffusione d’oltralpe. Strano a dirsi visto l’interesse, quasi morboso, che suscita tutto ciò che riguarda il nazismo o i nazisti. Le Benevole è infatti l’ultimo prodotto di una serie di riproduzioni cinematografiche, documentari, romanzi e racconti che ci ripetono gli orrori, i retroscena e le piccole e banali vite borghesi, in sostanza, dei criminali nazisti. Questo alimentare la curiosità malata del pubblico, perché di questo si tratta, è fine a se stesso: non fa altro che produrre variazioni sul tema dell’oscenità del male e della pornografia della Shoah. Non è una combinazione, quindi, che il caso letterario italiano di quest’inverno, l’uscita editoriale, cioè, che ha provocato più reazioni e discussioni, sia stato l’Hitler di Giuseppe Genna (Mondadori, 623 pagine, 20 euro). Il quarantenne Genna, passato per il thriller con Catrame (Mondadori, 1999) e Grande madre rossa (Mondadori, 2004), alza il tiro, dopo aver affrontato la cronaca con Dies Irae (Rizzoli, 2006). In quel caso si trattava di un romanzo sulla vicenda di Alfredino, il bambino caduto nel pozzo a Vermicino nel 1981, mentre in questo, la sua dodicesima ambiziosa prova narrativa, Genna affronta la vita dell’innominato, l’emblema del male assoluto del novecento, il vertice di un regime politico che aveva lucidamente combinato ingegno tecnologico, fanatismo e crudeltà al fine dello sterminio degli ebrei: Adolf Hitler, appunto. Genna reinterpreta e racconta la biografia di Hitler in modo cronologico, con più di cento piccoli capitoli che lo scrittore stesso definisce metope (le singole sculture che compongono il fregio nei templi greco-romani dell’antichità): ogni capitolo è titolato con il luogo, la nazione e la data dove si svolge la vicenda, dalla nascita a Braunau am Inn, nel 1889 in Austria, alla morte a Berlino, nel maggio 1945. Sono tutti episodi, frammenti di tempi presenti che scorrono di Hitler la formazione nei primi anni del novecento, la prima guerra mondiale, l’ascesa al potere da Monaco a Berlino con le sue crisi, il consolidamento dello stesso potere con l’elaborazione dello sterminio e la seconda guerra mondiale con il suo fallimento distruttivo. In questi frammenti si inseriscono gli incontri (le donne, gli aiutanti e i complici) e gli eventi collettivi (dalle olimpiadi di Berlino del 1936, alla disfatta di Stalingrado del 1942). In apertura e chiusura del libro, ma presente come sottotraccia in tutta la narrazione, Hitler è seguito da dall’ombra di Fenrir, un enorme lupo della mitologia norrena, attore del Ragnarök, l’apocalisse finale. La chiave del romanzo è una piccola sezione (dalla pagina 545 alla 560) delimitata da due pagine nere e intitolata “Apocalisse con figure – (1941-1945)”, una antologia di testimonianze di sopravvissuti dai campi di concentramento e brani, tra gli altri, di Paul Celan, Hannah Harendt e Claude Lanzmann. Questa “Apocalisse con figure” è un kaddish, una preghiera con la quale Genna non vuole descrivere l’orrore del campo di concentramento, credendo che solo i testimoni abbiano il diritto di farlo, come dice Primo Levi ne I sommersi e i salvati. Sul suo sito (www.giugenna.com), dove tra l’altro, si possono consultare i materiali, l’officina del romanzo, le reazioni, le recensioni e le stroncature, Genna rivela di aver adottato “una prospettiva metafisica” (che diventa quasi teologica) per trattare e rappresentare la figura di Hitler come una “non-persona” che “vive in una sfera vuota e trasparente, in una bolla di sé, priva di contenuto”. Il non-essere che continua a essere è anche portatore di annichilimento perchè “non è un demone: è proprio il non-essere, la corrosione dell’essere e l’annichilimento totale: anzitutto del popolo ebraico”. Nonostante una poetica motivata, un serio studio della materia e i nobilissimi propositi del suo autore, Hitler non riesce a convincere proprio per la sua struttura titanica e colossale che spinge fino alla noia, il suo linguaggio enfatico e le sue conclusioni. Da una parte è riuscita la rappresentazione all’ascesa al potere, la cui natura è simile a tutti i poteri della storia, un’ascesa spietata, indenne alle crisi, a volte anche esaltante e fatta di tanti inizi e di un’unica autodistruttiva conclusione. Dall’altra è fastidioso e morboso l’accento posto sulla perversione di Hitler che, anche se documentata, non fa altro che proseguire il filone della pornografia su e intorno al nazismo, quella circa l’ossessione del sesso e la perversione dei carnefici, delle orge di nazisti. In Hitler si avverte anche il (dis)gusto dei dettagli, le descrizioni implacabili che non risparmiano nessun particolare delle atrocità del male, che volutamente vogliono indignare il lettore, portarlo al disgusto. Pagine del tutto simili a quelle di Littell. Non è vero infatti che la descrizione “si ferma sulla porta del campo di concentramento”, ma anzi ci entra attraverso proprio le testimonianze e i crimini della guerra. Anche il finale è deludente: l’insistenza sul bombardamento di Dresda, come immagine del trionfo del male e del suo contagio, non è un’idea molto originale, mentre il post-mortem è un ibrido tra una finta apocalisse e una palingenesi consolatoria. Le prime tre dediche del romanzo di Genna sono molto significative e rivelano la volontà dello scrittore di inserirsi in una tradizione di ricerca letteraria e artistica che fa i conti con la Shoah in termini problematici: sono le dediche al regista Claude Lanzmann, al filosofo Emil Fackenheim e all’artista Anselm Kiefer. L’impegno che Genna si assume è quello, gravoso, di ravvivare la memoria, di fare i conti con un’icona del male assoluta e di testimoniare la sua vuotezza, in fondo. Il problema è che Hitler, come molte simili opere contemporanee, costringe il lettore a confrontarsi con il male della storia scendendo, per forza, in una dimensione morbosa.

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