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Come palloncini su una pozza d’acqua (terza parte)

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Federico Fellini una volta disse che la pace non aiuta i pensieri. Nelle situazioni caotiche, carnevalesche, c’è paradossalmente più spazio per farsi venire buone idee.

La prima parte potete leggerla qui
La seconda parte potete leggerla qui

Federico Fellini una volta disse che la pace non aiuta i pensieri. Nelle situazioni caotiche, carnevalesche, c’è paradossalmente più spazio per farsi venire buone idee. Lui diceva che lì nessuno ti sta a guadare, che ti puoi perdere nella folla. Tutte le persone che ho conosciuto all’università e dopo, quando sono entrate nel mondo del lavoro, hanno sempre avuto il mito di una capitale europea. C’erano i parigini e guai a toccargli Parigi. C’erano quelli che Madrid è Madrid. Anche Berlino, ne ho incontrati molti che volevano trasferirsi a Berlino. Il primo discorso che ti facevano era sulle possibilità. Il secondo era sulla qualità della vita e sul problema che in Italia non succedeva mai niente. Mai mostre importanti, mai scrittori importanti e mai eventi culturali ben gestiti. Forse qualcuno ci si è trasferito in una di queste città. Forse è tornato e si è inserito nell’azienda del padre. Qualcuno è finito bruciato. Ma la cosa importante che va capita è che non sono posti in cui si muove qualcosa. Forse la metro di Londra è magnifica, forse si trovano lavori con più facilità. Forse le bollette di Parigi sono meno salate. Forse ci sono più opportunità. Ma cosa succede a Londra? Cosa succede a Parigi? In Italia abbiamo il nostro maledetto e beato carnevale. Fatto di imbrogli, tumori e cattive gestioni. Fatto di Napoli come di Palermo. Fatto di neo fascisti del nord, come di Firenze. È il carnevale che a noi ci interessa. Perciò preferirò sempre Istanbul a Parigi e il Cairo a Londra. “Quali sono le nuove metropoli del divertimento… certo oltre la vecchia Las Vegas!” “Pagherei oro per fare uno spettacolo a Las Vegas. All’hotel Mirage di Las Vegas. Entri in scena alle dieci di sera e lavori fino alle tre di mattina. Magari in un grande tendone. Un posto che va molto da qualche anno è Dubai”, Massi dice quelle frasi mettendo in ordine la camera. “Conosci qualcuno che c’è stato?”. “Uno dei miei insegnanti… ha fatto uno spettacolo nell’unico albergo a sei stelle”. “Sei stelle… questi arabi non sanno più che tirare fuori con tutto il petrolio che hanno”. “Non hai capito… i rubinetti del lavandino erano in oro”. Il cavo d’acciaio è tirato tra due pali e una luce fredda lo inquadra dall’alto. Leo entra in scena con un abito attillato che forse le è comodo per l’esercizio, ma che dà anche la sensazione che tutto sia teso. Che tutto sia in un equilibrio precario. Sale sulla corda e inizia l’esercizio, i suoi occhi chiari brillano come il ghiaccio. Si stende sul cavo e allunga le gambe in spaccata. Risale e struscia i piedi alzando prima una gamba e poi l’altra. Non c’è nessun divertimento nel suo sketch e a qualcuno dà fastidio l’emozione che suscita. Di certo non sono emozioni accomodanti e il senso di tensione che si prova è un pugno allo stomaco per lo spettatore; scivolare su una corda è una metafora forte della vita. Con Edwin siamo stati a comprare tutta una serie di cose a Camnden market. Abbiamo preso il treno da Hackney Central Station e poi un paio di isolati a piedi. L’aria era fredda e Edwin ha iniziato a starnutire. Mi ha fatto capire che con quel clima era impossibile stare bene. La media a Panama è di trenta gradi. “Però mi piacerebbe trasferirmi qui”. “Per quanto tempo?” gli ho fatto io. “Ah non per molto. Il tempo di sfruttare qualche opportunità che qui sono decisamente più che a Panama”. I suoi lunghi dread sono diventati bianchi in un minuto. La neve cadeva a grandi fiocchi e i marciapiedi hanno iniziato a imbiancarsi. “Dove abita ora Leo è pieno di immigrati e gente in gamba… credo di poterci riuscire a stare in un posto del genere per più di un paio di mesi”. Non gli ho risposto perché sembrava una grande verità. Vale la pena essere immigrato, uscire dal proprio angolo di mondo appartato per perdersi e forse per colorarne un altro. Non è importante il resto. Farlo significa andare fino in fondo e lasciare la propria casa perché non ha niente di meglio da offrirti. Ma forse devi venire su con un certo appetito per la vita per appoggiare un discorso di questo tipo, altrimenti non sei disposto a sacrificare molto per vivere. Abbiamo parlato per un’ora con il tizio che gestiva il negozio di giocoleria. Edwin voleva comprare questo e quello, ma doveva spettare la fine del mese, quando sarebbe ripartito. Comprare quelle cose ora poteva voler dire rimanere senza soldi. “Devo fare un sacco di tatuaggi di a Londra così posso comprare tutto quello che mi serve”. Dopo di lì abbiamo girato per una via interna e abbiamo mangiato messicano in un localetto che faceva dei piatti unici a cinque pound. Purtroppo il posto era gestito da dei mussulmani e non abbiamo potuto ordinare gli alcolici. Il cameriere ci ha suggerito di bere una ginger beer. Quando ci è arrivato il chili con le tapas abbiamo aperto i barattoli di ginger beer giamaicana. “Non ordinerò mai più una schifezza del genere”. Edwin non mi ha risposto per paura di vomitare. Accanto a noi due ragazzi vestiti con dei lunghi impermeabili neri hanno iniziato a pomiciare, poi hanno brindato il nuovo piercing che uno dei due si era fatto sul capezzolo sinistro. Dopo pranzo ho lasciato Edwin al Circus Space di Old street e sono andato a bere al Penbury Tavern. Erano le quattro e la neve aveva smesso di cadere. Mi sono ritrovato con un tizio che aveva appena staccato dal lavoro. Aveva una faccia che ricordava quella di un attore americano anni trenta, solo più espressiva. Ha visto che aprivo una rivista con in copertina l’Africa e mi ha chiesto se volevo andarci. Gli ho risposto che entro l’anno avevo intenzione di fare un campo di volontariato in Ghana. Il tizio non usava parole violente, ma aveva un certo modo indiretto di trasmetterti il suo amore per quello che aveva vissuto. Mi ha parlato dell’Algeria e dei due anni trascorsi lì a lavorare. Non ho capito bene di che lavoro si trattasse, ma la descrizione che faceva delle donne africane era indimenticabile. Diceva di essere andato al letto con cento ragazze in un solo anno. Una volta una cicciona lo aveva pestato a sangue con i suoi magnaccia e un’altra aveva messo in cinta una vent’enne che successivamente aveva sposato e tutt’ora era sua moglie. L’ho salutato dopo due birre e l’ho lasciato lì da solo a fissare il vuoto. Anche lui con la sua triste pinta sotto il naso. Sono rientrati i ragazzi in livrea e dopo aver accomodato dei cerchi a terra è entrato un tipo vestito da Elvis. Ha preso i cerchi e se li è messi con il ritmo di tre per volta intorno alla vita. Non avevo mai visto fare l’hula-hoop con più di due cerchi. Quel ragazzo riusciva a far girare dodici cerchi. Qualcuno si distaccava dal gruppo e risaliva il suo grasso corpo fino alla testa. A un certo momento ha fatto girare veloce uno dei cerchi e ne ha infilato un altro dentro ruotandolo piano. Ha resistito per trenta secondi in quella magica posizione, prima che gliene venisse giù uno. Il cerchio ha fatto due volte il giro del palco prima di cadere. Il ragazzo vestito da Elvis ha fatto spallucce e con una faccia talmente buffa ha chiesto scusa. La gente ha iniziato a ridere a crepapelle. La sua maschera salvava gli errori, la sua ironia; e il pubblico rideva da sentirsi male. È difficile capire anche questo. Come mai l’uomo è ancora innamorato di sé stesso e dei propri errori? Non è la purezza che affascina, ma ancora lo scherno, l’ironia, la sovversione…la vita. Ogni individuo è un piccolo mondo fatto di proprie letture, di un giro di amici, di una fetta di aspirazioni. Difficilmente esce da quel contesto, difficilmente investe, indaga e si lascia sedurre da altri mondi che non siano fatti come il suo. Tante piccole molecole che vagano per l’universo ognuna disinteressata all’altra. Ma queste persone, che ho conosciuto qui a Londra e che ho tentato di descrivere in questi tre racconti, vivono in modo trasversale. Partono, tornano e si buttano nella vita. Sfondano i mondi che si vengono a costituire e li attraversano. Come se le esperienze siano per forza esperienze d’immigrazione da un mondo all’altro. Massi doveva andare a Parigi per fare un provino per una pubblicità della Kronenburg. Leo sarebbe rimasta a Londra con Edwin e finalmente avrebbero avuto la casa libera. Gioanna stava facendo le valige per tornare a Lisbona. Io avevo già preparato tutto per prendere l’aereo il giorno dopo. Abbiamo speso trenta pound in alcol e patatine e ci siamo rinchiusi in casa verso l’una. Tutti i bicchieri erano sporchi e nessuno aveva voglia di lavarli. Massi riempiva i tappi dei liquori per metà e poi ce li passava. Facevamo un brindisi al minuto. Dopo tre brindisi riprendevamo a suonare. Leo cantava senza sosta una vecchia canzone italiana e versava le patatine nelle ultime scodelle rimaste. Massi si era tirato su la manica della maglietta per far prendere aria al suo nuovo tatuaggio. Un tendone da circo con un birimbao davanti. Lo spettacolo era andato bene e bisognava festeggiare fino a tarda notte. Verso le quattro io e Massi torniamo all’off license. Una fame violenta c’era salita a tutte e due. Abbiamo comprato del cibo cinese liofilizzato e un boccione di vino californiano. “Venerdì prossimo torno a Roma. Mi puoi venire a prendere?”. “Tranquillo”. “Ricordati che ogni volta che vuoi venire… quassù hai una casa”. Il proprietario dell’off license ci ha imbustato tutto e ha continuato a litigare in cinese con sua moglie. Quando siamo usciti la neve cadeva copiosa, ma non sentivamo freddo. “Ho battuto la testa questa sera nello spettacolo e ora non mi sento tanto bene. Forse dovrei andare all’ospedale”. Ci fa Massi. “Be’ per ora mi sembri in forma…se peggiori ti ci portiamo” gli fa Leo togliendo le cose dalla busta. “Allora dovete tenermi sveglio tutta la notte… chi ha subito traumi è a rischio emorragia nelle prime ventiquattrore”. “Tranquillo amico stiamo dalla tua parte…qui nessuno dorme”.

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