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Tom Harrell e Dado Moroni: Humanity in musica

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La sala si riempie piano piano, fino a diventare compressa di gente. Le sedie sono scomode, il cappotto bisogna tenerlo sulle gambe e la borsa sotto la sedia. Sembra di stare seduti in aereo.

La sala si riempie piano piano, fino a diventare compressa di gente. Le sedie sono scomode, il cappotto bisogna tenerlo sulle gambe e la borsa sotto la sedia. Sembra di stare seduti in aereo. Le hostess e gli steward ci sono pure, indicano i posti numerati e si guardano attorno per assicurarsi che i passeggeri siano composti. Della tipica atmosfera informale e sotterranea dei locali jazz non c’è niente. Nemmeno le luci soffuse e misteriose. Non c’è gente col bicchiere in mano e la voglia di lasciarsi andare. Non c’è la minima possibilità di disordine e di improvvisazione, che succeda qualcosa fuori dalle righe e dai ranghi. Tutto è lindo, ordinato e perfetto. Eppure il posto si chiama La Casa del Jazz. Un nome che evocherebbe calore. So che il mio è un pensiero romantico ormai datato, ma ho conosciuto da vicino ambienti dove poteva succedere e succedeva di tutto, dove ci si sentiva parte di un mondo diverso. Posti che stanno scomparendo o che sono ormai scomparsi. Dove c’erano padroni di casa che accoglievano e coi quali si chiacchierava, e ai quali si diceva ciao quando si tornava. Luoghi tenuti in piedi dalla passione e dalla curiosità. Qui no. Si è tutti illuminati e a disagio per la grande formalità, per l’organizzazione precisissima. Un pregio, forse. Ma anche no. Ha il gusto piuttosto di un’omologazione di stile. E ha il retrogusto amarognolo della compravendita e del consumo. E infatti, nonostante lo spazio nel quale sorge sia ampio e circondato da un grande parco, la Casa del Jazz dà una sensazione di solitudine. Non c’è via vai di persone, ci si disperde nell’ampiezza. Il posto sembra una persona perfetta e sola, che interagisce con niente perché non è umana. Il contrario del jazz, insomma.
Ma la qualità di quanto ci si appresta ad ascoltare non fa pensare a tutto questo. Si è in attesa che le luci si abbassino e che le note trasportino in un’altra dimensione. Per un attimo cerco la cintura di sicurezza da allacciare. Stiracchio la schiena. Silenzio. Il buio scende su tutti, anche sui colpetti di tosse che si inseguono in platea.
Entrano sul palco due uomini, dalla fisionomia opposta. Uno sicuro e corpulento. L’altro gracile e impacciato. Le note del pianoforte disegnano vortici melodici e conducono la ritmica. E’ Dado Moroni al piano. Genovese, classe 1962, è uno dei pianisti jazz più rinomati in Italia e all’estero, soprattutto negli Stati Uniti. Capace di suono cristallino e di swing corposo e mai banale. Raffinato come le vecchie glorie e attento a chi l’ascolta, attento a non essere incomprensibile. Comunica. E si sente. C’è una bella modestia in questo. C’è la capacità, tipica dei grandi, di trasmettere diversi livelli, dal più facile al più profondo e complesso. Moroni si diverte a suonare, si vede e si sente. Ma allo stesso tempo è una fatica che letteralmente trasuda dal suo corpo. Ha un fazzoletto posato sul pianoforte che usa per asciugarsi la fronte sudata. Forse anche per via dell’emozione. Sì, perché affianco a lui c’è questa figura che solo a guardarla trasmette qualcosa di insolito e fuori dal comune. Già dalla postura. Defilato, in disparte e immobile, come in trance, c’è Tom Harrell. Ha la testa chinata in basso, i capelli di un grigio caldo scendono a coprire gli occhi. E’ strano, è come se ci si sentisse osservati da lui, non si può fare un movimento falso.
E non si può fare a meno di seguire col fiato trattenuto ogni suo gesto. Tiene in mano la tromba, trema leggermente. Si sente una specie di panico in quel tremare. Poi si avvicina al centro della scena. Lentamente solleva lo strumento, lo porta alle labbra. E dalla prima nota, accade. Accade che le note si spiegano nell’aria densissime e cariche. Poi, mentre Dado Moroni suona con tutta la sua classe, Harrell si rimette in disparte, quasi a volersi nascondere, di nuovo immobile. E in ascolto. E con lui si ascolta e non si vede l’ora che intervenga ancora a illuminare di note precise, ognuna necessaria, il discorso imbastito da Moroni. I due dialogano in armonia. Sembrano specchi uno dell’altro. Moroni con la sua irruenza che si sprigiona nello spostare il piano con le ginocchia, nel pizzicarne le corde con le mani, nel battere i piedi a tempo, nel gorgheggio vocale spontaneo che pare un terzo strumento e sottolinea punti di particolare bellezza negli assoli di Harrell e Harrell intrappolato in una immobilità che ha per espressione unicamente la sua tromba, come se il corpo non ci fosse, come se dovesse sforzarsi di oltrepassarlo e in questo passaggio, in questo sforzo interiore si preparano i suoni che regala, con una generosità distillata. Moroni è sciolto, corre libero nel tempo: lo prende, lo cambia, lo rovescia a piacimento e lo scioglie. Harrell lo trattiene il tempo, lo condensa. Uno è narratore, l’altro poeta.
Tom Harrell è già un classico vivente, una leggenda. E da come suona si capisce perché. Io amo Chet Baker. Sentendo Tom Harrell si riesce ad ascoltare lo stesso suono. Forse meno malinconico, ha la stessa intensità ma più luminosa. “Ha la luce nel suono”, aveva detto lo stesso Moroni alla fine di un concerto annunciando che avrebbe suonato in duo con lui nell’unica tappa italiana prevista. Aveva ragione. La platea esplode in un applauso che squarcia l’aria e riporta per terra. Ed è così per tutta la durata del concerto, ballad che si susseguono in interpretazioni sublimi e pezzi originali, intervallati da mani scroscianti in applausi lunghissimi. Il più lungo dei quali dopo il primo bis. E arriva il secondo bis, quando si era persa la speranza dopo quasi dieci minuti di applausi. Sembra l’unico modo per ringraziare di questa esperienza, applaudire a oltranza. Perché la bellezza si riconosce a prima vista e qui e il caso di dire a prima nota.
Nato nel 1946 in Illinois e cresciuto in California, Tom Harrell ha suonato con calibri da novanta come Horace Silver, Phil Woods, Gerry Mulligan, Bill Evans, Lee Konitz per poi intraprendere la sua carriera da leader. La sua visione della musica risiede proprio nella bellezza: la musica serve a crearla. Ma la sua vita personale non è propriamente idilliaca. Harrell infatti soffre di una grave patologia. E’ schizofrenico. Sente voci. Deve continuamente sottoporsi a terapie mediche. Ma della sua malattia ne ha fatto una prerogativa. E’ una lotta, dalla quale riesce a creare bellezza. Per lui suonare la tromba è una forma di meditazione. La musica, per Harrell, trasmette vibrazioni positive, è un’energia guaritrice, è salutare e i musicisti sono come i medici. Una visione e un’esperienza che ribaltano i cliché triti e ritriti dei musicisti maledetti, aprendo un orizzonte molto più ampio.
Si legge che Harrell ironizza sulla sua malattia, dicendo che una volta in albergo ha preso una suite con due stanze, una per ogni personalità.
E’ un piccolo gioiello. E’ luminoso e dona preziosi, impercettibili bagliori che s’irradiano da dentro.
Purtroppo quella del 5 aprile è stata l’unica data italiana del duo Dado Moroni-Tom Harrell.
Chi c’è stato sono sicura se ne ricorderà a lungo. Ma la piccola e vitale etichetta abeat ha prodotto il disco, dal titolo eloquente, Humanity. Contiene sei incisioni dello splendido duo, cinque standard e una composizione originale dello stesso Moroni, che dà il nome al disco.

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