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La volpe e la bambina

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Ci sono lentezze e lentezze: quelle artefatte, costruite dall’uomo per raggiungere un risultato preciso, e quelle che invece obbediscono a una scansione del tempo “naturale”, con le stagioni che s’avvicendano e nessun orologio che misura i minuti necessari affinché un fiore appassisca,

Ci sono lentezze e lentezze: quelle artefatte, costruite dall’uomo per raggiungere un risultato preciso, e quelle che invece obbediscono a una scansione del tempo “naturale”, con le stagioni che s’avvicendano e nessun orologio che misura i minuti necessari affinché un fiore appassisca, un fungo si colmi di spore, un temporale s’addensi in cielo. Di questa lentezza è intriso il film “La volpe e la bambina” di Luc Jacquet, ambientato in una magnifica foresta.
Le stagioni, dunque. L’estate e poi l’autunno. E in autunno la foresta cambia colore, foglie come monetine dorate volteggiano nell’aria, i verdi si fanno rossi, l’aria diventa più tersa. Poi viene l’inverno bianco di neve – l’abbondante neve dei paesi in cui nevica ancora davvero – una massa vetrosa che si stende su alberi e sassi, che si macchia delle orme dei tanti animali in cerca di cibo. Quindi arriva la primavera, e il lentissimo disgelo, la neve si scioglie in brina e si fa rigagnolo, i torrenti si gonfiano, dentro le grotte stillano acque che depositano calcare sul calcare e allungano d’un micron una stalattite. E poi l’estate, finalmente, e il verde acceso della natura che impazza.
In questo tempo – in questo variare del tempo da una stagione all’altra – nella foresta c’è una volpe. E una bambina.
Un pomeriggio d’estate, la bambina vede la volpe. Ne resta incantata.
La volpe però scappa. E per giorni sparisce.
La bambina è molto paziente. Seduta tra i rami d’un faggio, aspetta.
L’estate diventa autunno, poi inverno, poi primavera.
La bambina aspetta. Ma la sua non è un’attesa nervosa, anzi, si può provare gioia anche nell’attendere: quello stare lì, in silenzio, a guardare ricci e uccelli, a scavare con le mani la terra alla ricerca d’una tana, a sbriciolare panini perché la fame costringa la volpe a svelarsi.
Giorni e giorni così.
Poi, finalmente, eccola.
La bambina ride. Euforica comincia a parlare.
La volpe scappa.
La risata si spegne. Un gesto di disappunto che dura solo un attimo.
Ricomincia l’attesa. Si torna domani, e ancora domani. La conquista dell’altro è paziente, questo insegna la bambina. Nessuna pretesa di contraccambio, nessun intento di intrappolare. Almeno, all’inizio è così.
E comincia un gioco magnifico. La bimba aspetta, la volpe fuggevolmente appare. Poi sparisce. Poi torna a mostrarsi: un muso aguzzo, una coda folta, la schiena che s’inarca in giochi e salti. La bambina gioisce del fatto stesso d’intravederla. La volpe le gira intorno – ogni volta un po’ più vicina – fino a quando la presenza di lei non le diventerà abituale, fino a quando il suo odore non sarà più associato alla paura.
Ce ne vorrà di tempo prima che la mano della bambina riesca a sfiorare il dorso fulvo della volpe. E altro tempo – tanto – prima che la volpe risponda al suo richiamo.
Ma tra il fidarsi, e il definitivo concedersi, sono indispensabili atti di reciproco affidamento. Anche la volpe chiede qualcosa: che la bambina abbandoni i luoghi sicuri del suo scorrazzare e la segua nella terra sconosciuta di cui lei è padrona: un luogo assolutamente proibito ai bambini, la “conca dei giganti” popolata da rapide, burroni, fosse, dirupi, pozze e acque impetuose; e poi grotte, e nelle grotte le stalattiti, le canne d’organo di chiese nascoste; e poi il buio, perché la volpe d’un tratto sparisce e la bambina resta sola, e nel buio si sente sperduta. Cammina, scivola. Ha paura. Si fa notte. E lei è adesso nel bosco. La notte è popolata dagli occhi delle mille bestie terribili che l’assenza della luna fa più crudeli ancora. La volpe, però, non se n’è andata. Si ritrovano insieme, la mattina dopo, addormentate ai piedi del faggio.
La bambina ha superato la prova. La volpe si fa sicura. Diventa docile, dolcissima: che male può venirle da quell’essere che ride, che gioca, che la chiama “Titou”.
E Titou diventa inseparabile. Segue la bambina fino alla terra pericolosa abitata dagli uomini.
La bambina è felice. Titou è sempre presente. Basta un fischio e appare. Dopo un così lungo corteggiamento, cosa vuole di più? Ma la felicità non basta mai. Così pensa di legare la volpe a sé: le gira un fazzoletto intorno al collo, la incappia in un collare che assicura a un lungo spago.
La volpe ringhia, si dibatte, riesce a spezzare il laccio. E scappa.
La bambina è delusa: non è un buon giocattolo quest’animale che non si piega ai suoi desideri.
Ma può un animale piegarsi alla volontà amorosa di un qualcuno che sceglie i giochi, i tempi, i luoghi?
In amore spesso si può tutto, si concede tutto.
Sempre?
La volpe segue la bambina fino a dove non dovrebbe. Un luogo chiuso, claustrofobico, che non conosce e nel quale si sente in trappola. Così scatta l’istinto di fuga. Scappare – a costo di morire – per sopravvivere.
“Amare non vuol dire possedere” dirà un giorno la bambina diventata adulta.

Ma gli altri adulti, questo, lo sanno?

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