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Il lungo viaggio “oltremare”… da Sciascia a Correale

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Era una notte che pareva fatta apposta, un’oscurità cagliata che a muoversi quasi se ne sentiva il peso.

Era una notte che pareva fatta apposta, un’oscurità cagliata che a muoversi quasi se ne sentiva il peso. E faceva spavento, respiro di quella belva che era il mondo, il suono del mare: un respiro che veniva a spegnersi ai loro piedi.
Stavano con le loro valigie di cartone e i loro fagotti, su un tratto di spiaggia pietrosa, riparata da colline, tra Gela e Licata: vi erano arrivati all’imbrunire, ed erano partiti all’alba dai loro paesi; paesi interni, lontani dal mare, aggrumati nell’arida plaga del feudo. Qualcuno di loro, era la prima volta che vedeva il mare: e sgomentava il pensiero di dover attraversare tutto, da quella deserta spiaggia della Sicilia, di notte, ad un’altra deserta spiaggia dell’America, pure di notte.

Ai siciliani in fondo non è mai piaciuto il mare: troppi pericoli, nemici, invasori, speranze di riscatto andate a male. A Palermo il lungomare l’hanno riscoperto da poco e anche fare il bagno fino agli anni ‘60 era una cosa da ricchi… o da pescatori. “Lu mari lu mari!” Ho sentito gridare a dei ragazzini cresciuti in collegio che non avevano mai visto il mare. Come i miserabili del film di Crialese, con un solo paio di scarpe ereditate da un morto e conservate per andare all’America a trovare carote gigantesche e un mare di latte. A trovare denti d’oro, un marito mai visto, mucche pelose e una barca di soldi, come i poveracci del film che ho visto ieri. Intanto i loro soldi spremuti a fatica da un’arida terra e cuciti nel corpetto devono darli subito…
Perché i patti son questi: ”Io di notte vi imbarco” aveva detto l’uomo: una specie di commesso viaggiatore per la parlantina, ma serio e onesto nel volto “e di notte vi sbarco: sulla spiaggia di Nugioirsi, vi sbarco; a due passi da Nuovaiorche… (…), dodici giorni dopo l’imbarco… Fatevi il conto voi… Certo il giorno preciso non posso assicurarvelo: mettiamo che c’è mare grosso, mettiamo che c’è la guardia costiera a vigilare… Un giorno più un giorno meno, non vi fa niente: l’importante è sbarcare in America. (…) Se qualcuno di voi non ha il contante pronto è meglio si metta la strada tra le gambe e se ne torni a casa: ché se pensa di farmi a bordo la sorpresa, sbaglia di grosso…e che per uno debbano pagare tutti, non è cosa giusta…”
Proprio come nel film che ho visto ieri: Oltremare di Nello Correale, che m’ha fatto pensare a questo racconto di Sciascia: Il lungo viaggio e m’ha fatto pensare che quando in giro si parla poco di un film (tratto da una storia vera), val la pena parlarne anche se desse un’immagine patinata della Sicilia, un’immagine folcloristica, da cartolina, perché in fondo a me quel colore giallo oro sulle campagne, le tegole e i vecchi edifici e le chiese della piazzetta di Marzamemi, mi riscalda davvero e le tende ricamate spinte dal vento verso una pianta di basilico su un balcone, mi danno nostalgia, forse struggimento per un evo, ahimè troppo trascorso, e la parlata dei contadini, le movenze, mi danno il senso di appartenenza a quella gente ingenua, costretta dalla miseria a credere ai sogni; il sogno del cinematografo come ne L’uomo delle stelle di Tornatore, il sogno dell’America come in tanti altri film.
C’è la stessa bellezza scontrosa di Tiziana Lodato nel film di Correale, giovane moglie sposata per procura ad un emigrato e in realtà innamorata di un suo compaesano al quale esprime con rabbia il proprio amore impossibile e disperato e solo dalla finestra e solo con gli sguardi e sotto gli occhi della madre che le sta suggerendo cosa scrivere al marito; deve dire attraverso gli alberi come va il raccolto e poi gli armenti e mostrare se stessa su un letto mentre lo pensa. Chi non sa scrivere disegna, lui capirà, proprio così come raccontava anche Gesualdo Bufalino nei suoi libri.
Partono tutti. L’illusione di impossessarsi delle terre fallisce presto, durante i Fasci, sotto i colpi di baionetta dell’esercito straniero (italiano cioè). Parte il garibaldino deluso, partono delle ex prostitute sbucate chissà da dove, parte Tommasino, il bimbo rimasto orfano, la voce più ingenua tra gli ingenui, più propensa a credere ai sogni come nell’altro film di Tornatore: Nuovo cinema paradiso. Tommasino è in Chiesa a far monellerie quando riceve la notizia della morte del padre; ha staccato il ‘battaglio’ agli angioletti, ma il prete l’ha sorpreso e lo tiene stretto quando giunge la notizia che li hanno uccisi tutti i contadini ribelli, anche suo padre. Tommasino va in America perché ha trovato una cartolina con indiani e cow boy, a casa dell’americano, un emigrante rimandato indietro perché interdetto o un po’ suonato. Ma i due signori venuti a convincerli a partire per l’America accettano tutti, neanche documenti vogliono, perché dove li faranno sbarcare loro non servono, solo soldi chiedono e quei poveracci li hanno chiesti all’usuraio, si son venduti tutto, le case, gli armenti; partono con le loro povere cose e un capezzale con la Madonna.
Il viaggio durò meno del previsto: undici notti, quella della partenza compresa. E contavano le notti invece che i giorni, poiché le notti erano di atroce promiscuità, soffocanti. Si sentivano immersi nell’odore di pesce di nafta e di vomito come in un liquido caldo nero bitume. Ne grondavano all’alba, stremati, quando salivano ad abbeverarsi di luce e di vento. Ma come l’idea del mare era per loro il piano verdeggiante di messe quando il vento lo sommuove, il mare vero li atterriva: e le viscere gli si strizzavano, gli occhi dolorosamente verminavano di luce se appena indugiavano a guardare.
Ma all’undicesima notte il signor… li chiamò in coperta: e credettero dapprima che fitte costellazioni fossero scese al mare come greggi; ed erano invece paesi, paesi della ricca America che come gioielli brillavano nella notte… ”Ecco l’America” disse il signor…
“Non c’è pericolo che sia un altro posto?” domandò uno perché per tutto il viaggio aveva pensato che nel mare non ci sono né strade né trazzere, ed era da dio fare la via giusta, senza sgarrare, conducendo una nave tra cielo ed acqua.

Ecco l’America! Tommasino e gli altri dapprincipio non vedono niente, poi tutto corrisponde, come nella cartolina: gli indiani, le tende colorate, i cow boy. E a un Buffalo Bill chiedono se quella è davvero l’America, e Buffalo Bill risponde in italiano.
Sentirono, lontano e irreale, un canto.’Sembra un carrettiere nostro’ pensarono: e che il mondo è ovunque lo stesso, ovunque l’uomo spreme in canto la stessa malinconia, la stessa pena. (…) Passò un’automobile: ‘pare una seicento’; e poi un’altra che pareva una millecento… Ed ecco che finalmente c’erano le frecce. Guardarono avanti e indietro, entrarono nella strada, si avvicinarono a leggere: Santa Croce Camerina-Scoglitti.
“Santa Croce Camerina: non mi è nuovo questo nome”
“Pare anche a me; e nemmeno Scoglitti mi è nuovo…..noi leggiamo Santa Croce Camerina, leggiamo Scoglitti; ma come leggono loro non lo sappiamo, l’americano non si legge come è scritto”.
“Già, il bello dell’italiano è questo: che tu che tu come è scritto lo leggi… Ma non è che possiamo passare qui la nottata, bisogna farsi coraggio… Io la prima macchina che passa la fermo… Qui la gente è più educata… Anche a non capire quello che dice gli scapperà un gesto,un segnale…”

Dovunque siano sbarcati lì Tommasino e gli altri trovano la loro America. Le prostitute a inventarsi un’altra identità, il personaggio di Tiziana Lodato a spogliarsi (e spogliarsi si spoglia davvero) del dovere di seguire un marito mai conosciuto e finalmente godersi il bel compaesano convinto a imbarcarsi in quell’avventura per seguir lei. Tutti contenti come al circo, perché di un circo si tratta nella Maremma toscana; però America è per loro e America resta, tant’è che il luogo continua a chiamarsi La California, anche oggi e anche oggi dei cinesi si son ritrovati in Calabria dopo aver pagato per essere trasportati in Germania e alcuni curdi hanno vagato spaesati a Capri pensando d’ essere a Londra, come ha raccontato il regista. Altri continuano a trovarsi chissà dove o in fondo al mare pensando di inseguire un sogno.
Si buttarono come schiantati sull’orlo della cunetta: ché non c’era fretta di portare agli altri la notizia che erano sbarcati in Sicilia.

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