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Anni affollati

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“Anni affollati degli ultimi dieci anni, non riesco più a smaltirvi, c’è troppo poco oblio”. (Giorgio Gaber) Avevo otto anni. Eran pochi. O tanti per gli anni Settanta.

“Anni affollati degli ultimi dieci anni,
non riesco più a smaltirvi, c’è troppo poco oblio”. (Giorgio Gaber)

Avevo otto anni. Eran pochi. O tanti per gli anni Settanta. Ricordo quel giorno come fosse ieri. E non è una frase fatta. Ricordo mia madre che dice “Hanno rapito Moro”. Ricordo mio nonno che dice “C’è bisogno della pena di morte per questi delinquenti”. Ricordo i telegiornali in bianco e nero, e quei giornalisti tristi con quelle giacche e cravatte ancora più tristi. “L’onorevole Aldo Moro è stato rapito, gli uomini della sua scorta sono stati uccisi”. Avevo otto anni. Ero un tipo strano. Lo sono ancora adesso. Guardavo i cartoni animati (soprattutto Goldrake), e giocavo con i soldatini. E poi guardavo le Tribune politiche. Quelle con Jader Jacobelli e la sua faccia da cane buono che ogni volta dava la parola ai giornalisti che dovevano intervistare il politico di turno. Conoscevo tutti i politici di allora. Fanfani, Zaccagnini, Moro, Berlinguer, La Malfa, Almirante. Un giorno mia nonna si mise paura perché feci il nome di Malagodi, leader del Partito Liberale. Avevo otto anni. E non ero normale. Non lo sono nemmeno adesso. Mio nonno era democristiano e odiava i comunisti. Quando sentiva Berlinguer avvampava di rabbia. Lui era per l’ordine e la disciplina. Chissà cosa avrebbe detto se avesse visto suo nipote diventar comunista. Meglio che sia morto prima. “Hanno rapito Moro”, disse mio padre quando ritornò quel pomeriggio dal lavoro. Lavorava al Poligrafico dello Stato. A Piazza Verdi. Ho una foto in bianco e nero di lui che parla ad un convegno della Cisl. Era il 1977, c’è scritta la data sul manifesto del convegno.
Pochi giorni dopo quel 16 marzo mi ammalai. Di varicella. La domenica pomeriggio facevano sul secondo un varietà con Buzzanca e Delia Scala. Mi accasciai sul letto, esausto. Fui preso dalla febbre. Poi sulla pelle mi uscirono le bolle. Passai molti giorni a letto, sotto le coperte. Avevo la febbre e guardavo la televisione. Guardavo i telegiornali. Guardavo i politici. Guardavo La Malfa con quella espressione da cammello stanco. Andreotti e la sua faccia enigmatica. Flaminio Piccoli, Donat Cattin, Cossiga. Sembravano i cavalieri dell’Apocalisse più triste al mondo. Mi ricordo il Lago della Duchessa. Il sommozzatore che spunta dall’acqua ghiacciata e punta lo sguardo verso di me che me ne stavo a letto con la febbre. Era il mostro del lago. Quante parole ho sentito in quei giorni. Un requiem di parole. Dicevano che quello che scriveva le lettere non era il vero Moro. Che si era ammattito. Dieci anni dopo avrei letto Sciascia e il suo Affaire. “Sono i terroristi che gli obbligano a scrivere quelle cose” diceva mio nonno. Io avevo la febbre e non capivo molte di quelle parole. Dormivo, poi riaprivo gli occhi e vedevo Pietro Longo, la faccia da pizzicagnolo del negozio all’angolo, che parlava della funzione del Partito Socialdemocratico in quella terribile situazione di crisi istituzionale. Guardavo Pannella, allora molto più magro di adesso, che si imbavagliava insieme ad Emma Bonino.
Era un’enorme tela di Hieronymus Bosch.
Guarii con fatica. Ritornai a scuola. Qualche volta in televisione vedevo quel Papa, il corpo ossuto e la voce spettrale, che pregava i terroristi di liberare “senza condizioni” l’onorevole Aldo Moro e di restituirlo alla famiglia. Ricordo quando morì Paolo VI. Ero in Alto Adige, a Dobbiaco, per le vacanze. Facevamo colazione. Entrò nella sala una cameriera della pensione e ci disse: “Il Papa è morto”.
Ricordo, come fosse ieri, quel giorno di maggio. Il mese di maggio era ancora bellissimo negli anni Settanta e Ottanta. Era ancora un mese primaverile. Non come adesso, che è quasi estate. L’edizione straordinaria del telegiornale. Via Caetani. In seguito ho percorso mille volte quella strada per andare a studiare alla Biblioteca di Storia moderna e contemporanea. Non mi sono mai girato a guardare la targa. In televisione si vedeva quella macchina e quel corpo, che non era un corpo, messo di traverso nel bagagliaio. E quel viso così distante da come lo ricordavo. Era un’entità aliena. Era qualcosa che non riuscivo a definire, ma che non potevo smettere di guardare. Avevo otto anni.

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