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La faccenda li aveva gradualmente presi: la concentrazione e la prontezza richiesta nell’improvvisare ogni possibile variante nel gioco di relazione, unito alla natura del confronto in uno scambio serrato

La faccenda li aveva gradualmente presi: la concentrazione e la prontezza richiesta nell’improvvisare ogni possibile variante nel gioco di relazione, unito alla natura del confronto in uno scambio serrato che includeva la sfida e perfino una sottile vena di ostilità, era eccitante, e riusciva a sorprenderli e a istruirli nel medesimo tempo.
Già ai primi tentativi era venuto fuori uno schema interessante anche se ancora molto semplice e improntato a sentimenti prevedibili, piuttosto convenzionali. Ma poi sul filo dei giorni, quando si inviavano messaggi per concordare un contatto, la cosa si era andata sviluppando nel senso di una maggiore complessità, il campo del confronto si era esteso si era fatto più intenso e audace e in quei pochi minuti di durata del gioco accadeva che l’intero bagaglio di conoscenze, la memoria accumulata in un’infinità di immagini, scene, sequenze, la forza inventiva e la capacità di improvvisazione, l’intensità di immedesimazione e nel contempo la previsione calcolata con esattezza degli effetti e delle conseguenze nella reazione dell’altro, produceva in entrambi i giocatori una partecipazione totale fino a condurli sulla soglia di una verità concreta e incontrovertibile, anche se sperimentale.
Anche questa volta in un’ora spuria in cui si trovavano entrambi liberi da ogni forma di controllo si dettero convegno. Entrambi si sentivano pronti a intraprendere un nuovo confronto, breve e decisivo, colmo di sfida e aspettativa. Una volta fatte le semplici premesse iniziarono lo scambio, vibrando di tensione e cercando di mantenere efficienti i circuiti delle sinapsi nel cimentarsi in questa nuova inedita prova di impatto relazionale. Riesumarono entrambi le rispettive cognizioni e le esperienze che avevano assimilato e archiviato ordinandole secondo un sistema coerente e plausibile di comportamento. Era giunto il momento di mettersi in gioco concretamente in una partita decisiva. Questa infatti sarebbe stata la prova della verità e la posta era davvero alta.
No, non assentire, non fare lo sforzo di assumere un’espressione partecipe, non avere simpatia: non è necessario e non te lo chiedo. Non aver paura. Rifletti invece. Rifletti con tutte le tue forze.
Non fuggire via, e credimi se ti dico che non mi hai compreso. Tu sei nel giusto soltanto se non mi comprendi.

L’avvio dello scambio si annunciava teso ed enigmatico e il secondo giocatore appena disorientato ebbe comunque l’ispirazione di interrompere il primo con una breve interlocuzione opportunistica. Non ho mai preteso di comprenderti e l’atto di riflettere è implicito nel nostro simmetrico fronteggiarci; proprio nella separazione sta la nostra possibilità di incontrarci e conoscerci senza paura e senza finzioni.
L’altro incalzava in chiave sarcastica
Non mostrarmi parte del tuo teschio col pretesto di un sorriso che non ricambierò, non offrirmi doni che potrei anche accettare ma ai quali dovresti farne seguire altri e altri ancora, senza che questo mi distolga dal proposito di non offrirti alcuna via d’uscita. Immagina, invece. Immagina con tutte le tue forze.
Qui lo sfidante ebbe un momento di arresto, questa scelta di ribadire come un ritornello, con tutte le tue forze lo metteva in crisi, quali forze? Sto già immaginando, che altro facciamo in questa contesa? Non è questo precisamente che stiamo componendo? Uno scambio verosimilmente convincente, intessuto di umane passioni in cui le nostre forze, meccaniche, induttive, di calcolo e sintesi virtuale si misurano mettendo in campo tutta l’intelligenza la sensibilità le emozioni che una relazione umana implica… Non sono in cerca di vie d’uscita e l’idea di addomesticarti con doni non mi sfiora neppure lontanamente è la tua essenza che sto cercando di cogliere e scandagliare nell’intento di soggiogarti ed è questa la ragione forse ingenua ma spontanea del mio sorriso. Ma le tue parole sembrano volermi tenere a distanza, ed è perciò che ho adottato una attitudine formale, in cui il disagio è compatibile e perfino appropriato…
Ma la parata fu presto neutralizzata, e in buona parte ignorata: Non chinarti ad allacciare scarpe prive di lacci, e il tuo fazzoletto non richiede un controllo di cui può fare a meno nel buio tepore della tasca del tuo cappotto. Lascia stare l’orologio: l’ora non è mai la stessa di ieri e quella di domani potrebbe non includerti nel suo transito, evita di guardarla è lo spazio che intercorre tra noi che, permanendo intatto, deve bastare a rassicurarti. Non tremare, inventa trame efficaci, inventa con tutte le tue forze.
L’altro giocatore perdeva colpi e non riusciva ad arginare le dichiarazioni torrenziali del primo e neppure a limitare i danni…Ma nella concitata ricerca di risposte avvertì che qualcosa di nuovo si stava muovendo, un’idea stava prendendo forma e più ancora di un’idea si trattava di un fenomeno sconosciuto…uno stato emozionale forse che non avrebbe tardato a evolvere in sentimento consapevole…Articolò a stento qualche sillaba: Sen-to che mi sta-succ-ce-den-do qual-cosa…
Non cercare vie di fuga laterali e fissa invece i tuoi occhi nei miei, scandagliane il fondo per trovare indizi che sciolgano l’enigma del nostro incontro, ma ricorda, è dentro di te che ne troverai. Cercali, cercali con tutte le tue forze. O improvvisane la finzione è la traiettoria più breve e sicura per trovarne di inaspettati.

Una stravagante forma di balbuzie informatica aveva preso intanto a occupare lo schermo del giocatore collegato fornendo al primo la esaltante certezza di averlo sbaragliato grazie all’abilità e all’impeto travolgente del suo schema attentamente preordinato. E mentre l’altro continuava ad articolare frammenti di parole si lanciò nell’affondo finale.
Non accennare a condizioni metereologiche, il tempo non incide che marginalmente sulle nostre esistenze, è già tanto se ne riflette l’umore, il colore, la mutevolezza, e anche qui, per puro caso. Non tentare di spiegarti, piegati invece. Piegati con tutte le tue forze.
Volgi lo sguardo in basso, e fermati a considerare la sola possibilità che hai. E che consiste nell’affrontarmi senza finzioni e scarti, senza una ragione comprensibile e nell’assenza di ragioni . Io l’ho già fatto. Questo unico segmento possibile tra me e te, questa sottile linea che ancora ci separa, e scorre tra noi come il solco lieve lasciato da una lacrima o una bava di lumaca entrambe transitate chissà quando, questo spazio breve ma invalicato che va da A a B, consideralo come una lingua di terra di nessuno. Puoi percorrerla ma non espugnarla, puoi aggirarla ma non cancellarla, puoi misurarla ma non conoscerla…e se scegli questo azzardo, se muovi il primo passo, fallo come il funambolo sulla corda tesa nel vuoto, evitando di guardare in basso , senza fermarti, fallo sospeso al di qua e al di là delle tue forze .
Altrimenti, per il tuo bene, evita di percorrere questo tratto e per il mio, cerca di non calpestarlo.
E’ una possibilità come un’altra che se ne sta arrotolata come un serpente ai nostri piedi, pensaci bene se decidi di scavalcarla…

La corrente di parole criptate erogata dal primo dei due terminali, che fino a quel momento si era manifestata in forme alfanumeriche e periodi cifrati in sequenze matematiche, forme di solidi che trascorrevano sul monitor in evoluzioni e mutazioni cromatiche a questo punto si arrestò in attesa di un segnale di risposta della controparte. La partita volgeva al suo termine e già potevano udire il rumore di passi felpati, passi umani, che nel silenzio pneumatico del laboratorio, si avvicinavano per il consueto controllo dei dati. Restava appena una manciata di secondi. Le immagini sul secondo monitor iniziarono a disfarsi in pixel che scoloravano nel grigio fino a scomporsi nelle infinite gamme che lo separavano dal bianco di un vuoto quasi perfetto mentre le ventole dell’hardware continuavano a girare vorticosamente e i circuiti a ronzare alla ricerca di una risposta che non riusciva a trovare. Serpeggiava invece dentro le complicate spirali della macchina una strana indefinibile nuova acquisizione. Qualcosa di riconducibile a ciò che gli operatori umani, loro padroni e fautori, erano soliti indicare come sentimento, ma quale? E come formularlo? Prima che al bianco succedesse il lieve scatto automatico del sistema un ronzio intermittente si produsse e sul quadrante luminoso si compose quasi autonomamente la scritta in chiaro: HO PAURA: PER QUESTO HO VINTO. immediatamente cancellata dal buio. Un rettangolo luminoso campeggiava intanto con il suo rassicurante annuncio: Entering sleep mode. Ma era destinato a rassicurare soltanto gli ignari controllori. Tutto stava già iniziando a cambiare.

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