Romano Luperini e Chichibio

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A volte mi capita di sentirmi datata o inopportuna quando confesso di lavorare nella scuola, sospesa nel giudizio ironico, a volte compassionevole, raramente rispettoso, di chi vede nella categoria solo dei frustrati,

A volte mi capita di sentirmi datata o inopportuna quando confesso di lavorare nella scuola, sospesa nel giudizio ironico, a volte compassionevole, raramente rispettoso, di chi vede nella categoria solo dei frustrati, delle casalinghe ansiose di acquistarsi rispettabilità borghese, delle figure anacronistiche protettrici della buona creanza e di qualche congiuntivo, delle maestrine o dei mancati poliziotti privati della bacchetta e della pistola perché la società va da tutt’altra parte, perché in certe aule comandano loro: il branco e a colpi di bullismo e telefonini ti massacrano, lo sappiamo. Anche De Mauro a fronte di un’indagine svolta recentemente, ritiene che gli insegnanti siano depressi e il più depresso di tutti risulta essere l’insegnante di Italiano. E certo per questo, e non solo per questo valeva la pena sentire Romano Luperini, professore di Letteratura italiana presso l’Università di Siena, a darci conforto e spiegarci chi siamo, chi siamo oggi i professori e sostenerci per farci resistere fermi in classe, sul campo di battaglia con un’idea chiara in testa: siamo intellettuali. Sì ha detto proprio così: siamo intellettuali e non solo lui che insegna all’Università, ma tutti noi, i piccoli quelli che stiamo coi piccoli.
Sfoglio la rivista dell’associazione degli insegnanti di Lettere, ha forse un titolo infelice: “Chichibìo”, ma rivela la realtà di chi ha bisogno di confrontarsi per resistere in trincea, e c’è la lettera accorata di un prof che cerca di colmare la distanza ogni anno sempre più grande tra sé e i suoi studenti, scrivendo una fantomatica lettera ad una Lia “con l’ombelico desnudo e i jeans strappati” alle prese col nuovo libro di testo all’inizio del triennio.
Non preoccuparti Lia è solo una fantastica storia di gente che non parla più il latino e ancora neanche l’italiano, dice, di preti e goliardi, di giullari che fanno un po’ di casino: la gente si diverte e magari impara qualcosa. Niente autostrade, niente città. Feudi e selve oscure (…) draghi, unicorni (…) Dio è dovunque (…) e poi i mercanti… Ci sono anche i vucumprà, gli arabi, che però ne sanno molto più di noi… e li dobbiamo ringraziare per quello che ci hanno insegnato e per le bellissime storie che ci hanno raccontato (…) Dopo averla scritta mi son sentito un po’ meglio, continua. Meno lugubremente apocalittico….Però, la vita di Lia, questa lettera la cambierà anche di una virgola? E’ questo il senso inconfessato del nostro bizzarro mestiere, sospeso in un equilibrio impossibile tra irrilevanza e tolemaica centralità: contribuire almeno a una migliore pronuncia delle virgole e delle parentesi. Se poi si illimpidiscono anche i punti e virgola, è il nirvana.
Oggi il professore è un impiegato che prende uno stipendio, dice Luperini, uno che spiega come funziona tecnicamente un testo; è in atto una burocratizzazione dell’insegnamento, però, – (e c’è un però a cui tutti ci attacchiamo, a quel però come a una via di fuga, una catarsi) -, però la scuola ha bisogno di una mediazione culturale, di un interprete che metta in collegamento gli elementi del sapere, il dentro col fuori dalla classe, per questo la funzione intellettuale del professore, che si è certo ridotta, – il meccanismo di mediazione si è ridotto -, ma non può essere cancellata. Anche la società è cambiata. E‘ in atto un processo di globalizzazione in cui anche la visione dell’insegnamento e dell’insegnamento della letteratura cambia. Entrano i crisi i punti di riferimento. De Sanctis scriveva la sua Storia della Letteratura per una società risorgimentale, la sua opera fu accolta in Europa come un capolavoro perché il principio nazionale era riconosciuto in tutta la civiltà occidentale. Oggi, dice Auerbach, la nostra casa filologica è la terra, non la nazione, ed E. Said, intellettuale palestinese, aggiunge che anche Auerbach scrivendo da Istanbul, vive la condizione di esule sempre più rappresentativa dell’intellettuale oggi e anche della scuola, aggiunge Luperini, così marginale rispetto ai processi economici. Sono le professioni intellettuali ad essere caratterizzate dalla precarietà. L’intellettuale che esce fuori da Gomorra è il ragazzo in scooter che va in giro sui luoghi del delitto. Un tempo Fortini, Sanguinetti, Pasolini, miravano ad impossessarsi del centro del dibattito intellettuale; oggi qualsiasi presunzione di protagonismo è velleitaria. Il professore marginale interpreta tutti i marginali, è in grado di mediare tra culture diverse e la marginalità può diventare un punto di osservazione e conquista.
Luperini si muove continuamente durante il suo discorso tra tesi e antitesi, tra l’analisi degli elementi di crisi a quelli di forza che proprio nella crisi trovano il loro fondamento.
Anche l’avvento della società digitale fa pensare che il libro sia desueto, che il passato è desueto perché tutto cambia con incredibile rapidità. La società digitale esclude la memoria storica, esclude noi, i professori, perché il nostro è un dialogo coi morti. Alcuni dicono: saremo sostituiti da internet. Il libro dà risposte scontate, chiuse, non viene incontro alle esigenze dei giovani. Non è vero, un capolavoro ha tante risposte aperte, però è vero che la letteratura è sempre meno attuale e la scuola non è l’unica agenzia formativa. Ma senza memoria storica nessuna società esiste. E’ un’utopia assurda pensare di vivere in un eterno presente. Anche Obama presenta il suo sogno americano legato al passato. La memoria storica è la base del sogno americano ( la memoria dei pionieri, ecc.).
Non si può pensare che internet sostituisca il professore. Si vede quando uno studente ha copiato la tesi da internet; su internet gli argomenti sono presentati senza una gerarchia. I meccanismi di apprendimento di lunghissima data non possono essere cambiati da internet. La scuola deve adattarsi ai tempi, misurarsi coi tempi ma deve difendere la propria inattualità; c’è un elemento indispensabile di resistenza in nome della memoria storica e della valorizzazione delle domande aperte, affatto chiuse dei capolavori della letteratura. Ma cosa è venuto meno nel racconto della storia della letteratura? In De Sanctis la Storia della Letteratura era storia della identità nazionale attraverso l’unità nazionale e il professore in quanto rappresentante dell’identità nazionale era rispettabile, una identità rispettabile che aveva nella letteratura un appoggio. Nei primi decenni del Novecento questo grande racconto mitico non regge più. Pasolini dice: quale identità? Neanche un accordo nazionale nella condanna dei lager esiste, e Volponi aggiunge che in passato l’Italia era una prostituta contadina con una sua dignità, oggi è un travestito di identità incerta che cammina per i viali. Preso atto della disgregazione dell’identità nazionale dovuta a prospettive più allargate cioè europeismo e globalizzazione, quale nuovo racconto? Ancora una volta si ritorna alla figura dell’intellettuale marginale addetto alla trasmissione del passato ed in senso orizzontale dell’intellettuale interprete di diverse culture e popoli dell’oggi. Dell’intellettuale che oggi, quando è in crisi storicismo e strutturalismo dia il senso della storia, e quando non esistono i valori dia il senso dell’etica e quando non esiste più il sentirsi popolo e nazione dia il valore dell’impegno civile. Occorre una nuova legittimazione della letteratura, un nuovo racconto in cui si possa cogliere, come diceva Auerbach, l’essere nel divenire come si rivela storicamente ed in cui etica e condizione umana siano poste al centro per uscire da una situazione di crisi.
Torno a leggere Chichibìo, c’è un professore che si chiede perché nell’epoca della comunicazione globale, della trasparenza planetaria, della realtà spettacolo, la vicenda dei sette operai di Torino non trova la necessaria eco: “Se lo sfruttamento non è più solo dei padroni della fabbrica, ma introiettato e metabolizzato ormai nell’orizzonte sociale più vasto, il suo peso ripartito equamente tra tutti nell’attenzione effimera dei mass media,diventa al singolo leggerissimo. Ma i sette operai di Torino chiedono memoria critica, ovvero cultura, non consumo di notizie… Le merci di cui siamo circondati non recano la benché minima traccia per noi del valore del lavoro, né la memoria della fatica…Come insegnarlo, oramai, alle ragazze e ai ragazzi, che il lavoro è un valore sociale oppure è sfruttamento?“
E poi in un’altra pagina si parla di multiculturalismo, di educazione interculturale.
Adesso penso ai monaci in rivolta in Tibet, penso al voto del 13 aprile, penso…e mi piace immaginare studenti di liceo e di istituti professionali sempre più consapevoli, capaci di cambiare la realtà, di capire e di indignarsi, di sentire con forza le notizie, di considerare il proprio cervello e il proprio cuore un bene prezioso anche grazie ad un piccolo grande contributo, quello dei professori.

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