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Cinque ragazze a Berlino

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Scrivo da Berlino, ospite della mia amica Lucy. Lucy, si può dire, è una emigrata italiana del nuovo millennio. È approdata a Berlino dopo tante fregature nel nostro paese e...

Scrivo da Berlino, ospite della mia amica Lucy. Lucy, si può dire, è una emigrata italiana del nuovo millennio. È approdata a Berlino dopo tante fregature nel nostro paese e ora se la cava benissimo, riesce a campare, il suo bar fa tendenza. Lucy è una giovane imprenditrice di 21 anni che ha aperto un bar, o meglio una vineria (wienerai in tedesco), in società con altri giovani intraprendenti venuti da tutta Europa. Le hanno dato fiducia, ha sistemato un locale con vista sulla torre della televisione di Alexanderplatz (comprato per niente) e ora è completamente autosufficiente. La sua vineria ha due formule vincenti che si sono imposte e ora vengono imitate negli altri caffè della città: il pomeriggio fette di torta a 1 euro e 50 più cappuccino a 2 euro, di cui i tedeschi vanno matti; la sera (e qui sta la vera rivoluzione) bicchieri di vino a go-go e paghi solo alla fine quanto pensi di aver consumato. Il sistema non funzionerebbe in Italia, ma qui, dove l’onestà è un’abitudine, nessuno se ne approfitta e tutti rispettano “l’offerta libera” e i conti sono sempre in attivo.
È questo quello che più impressiona di Berlino. Città brutta senza passato. Un cantiere a cielo aperto dove è tutto nuovo. Eppure vivibilissima, a misura d’uomo, a basso costo e soprattuto piena di opportunità per i giovani. Non è raro vedere giovani genitori spingere una carrozzina per le sue strade, cosa impensabile in Italia se non dopo i trent’anni e a volte anche oltre. Basta viaggiare nella nostra sempre più omologata Europa per trovare, invece, delle differenze sostanziali che non ti fanno rimpiangere il Bel paese. Non è una questione di inferiorità o di invidia. Né il solito esterofilismo polemico. Ma perché in Germania è così semplice diventare grandi, autonomi, indipendenti? A Berlino ognuno ha il suo spazio, sacro e invalicabile. La tolleranza berlinese è estrema, quasi indifferenza. Il motto di Federico il Grande sembra calzare a pennello alla città: “jader nach seiner Facon” (“Vivi e lascia vivere”).
Era tanto che Lucy mi invitava a prendermi una vacanza nella “città dell’orsetto”, così mi sono ritrovato in una casa post-DDR abitata da altre quattro ragazze, tutte giovani, tutte bellissime, tutte disposte a accompagnarmi per la città a fare shopping. La vita a Berlino è proprio come viene rappresentata nei telefilm fighetti di Mtv: si vive in case comuni con sotto il baretto e la libreria alternativa. La casa di Lucy si trova in Prenzlauerberg, uno dei quartieri più verdi del vecchio est. La casa è enorme con i tubi dell’acqua che sbucano dai soffitti come voleva il realismo socialista (tutto alla luce del sole) e ti immagini che negli interruttori siano rimaste ancora le microspie della STASI. Unico inconveniente il cesso gelido fuori dalla porta di casa, ma, per fortuna, ogni appartamento ha il suo. La casa di Lucy è un capolavoro kitsch che neanche un designer newyorkese riuscirebbe a realizzare: tubi al neon colorati occupano il soffitto, i muri sono ricoperti di cornici pseudo-antiche che incorniciano foto di modelli o attori ritagliati da riviste tipo “Vanity Fair” o simili.
Una delle prime coinquiline di Lucy che incontro è Franciska, una stilista indipendente che viene da Amburgo. L’incontro con professioni creative non è inusuale a Berlino. Franciska mi presenta infatti un suo amico che si guadagna da vivere facendo la “pop-star”, sconosciuta ovviamente. Franciska, come stilista, è alle prime armi ma ha già progettato dei modelli originali come la felpa con le orecchie di peluche incorporate sopra il cappuccio e la maglietta con la stampa di Ho Chi Minn sorridente. Dice che le sue creazioni avranno successo, mentre ritaglia le stoffe nella sua stanza-studio con un disco di Paolo Conte che gira in uno stereo minimal.
Franciska non è l’unica attiva nella casa nel mondo della moda. C’è anche Claire una modella francese alle prime armi, nevrotica, prima donna, maniaca del pulito e tabagismo. Quando è in casa si aggira con un aspirapolvere portatile e una sigaretta sempre accesa in bocca. Per il resto è sempre fuori per lavoro. La sera torna carica di buste di carta piene di vestiti. Claire ha diviso la cartina della città secondo negozi e boutique: è una maniaca dello shopping. Per lei non esistono quartieri come Mitte o Kreuzberg, ma solo centri commerciali, negozi e studi di stilisti con vista sul fiume Sprea.
Ospite di Lucy, per un periodo determinato non troppo lungo, incontro anche una scrittrice 20enne nostrana. Le ho promesso di non rivelare il nome, per questioni di riservatezza, ma dirò solo che è autrice di un blog molto letto e commentato. La nostra trascorre la giornata impegnata solo in attività intellettuali. Tutte le sue mattinate sono occupate dall’aggiornamento del suo blog, due-tre ore all’internet caffè, poi il pomeriggio si sceglie un bar dove leggere o, più di frequente, va alla Weinerai di Lucy per farle compagnia dove può collegarsi wireless col suo iPhone e rispondere ai commenti ai suoi post.
Infine c’è e non c’è, perché è sempre fuori casa a guidare frotte di turisti sotto la porta di Brandeburgo o per Alexanderplatz, Bianca, una guida turistica di 35 anni di origini russe. Laureata in Storia Contemporanea e in Arte Moderna, Bianca è apprezzata soprattuto per i percorsi alternativi e meno battuti come una fabbrica di caramelle in Oranienburg Strasse o i ponti costruiti dalla DDR che formano il Ring, la linea che circonda la città. È lei a indicarmi i monumenti più periferici e a districarmi tra i palazzi moderni che spuntano come funghi, dove un tempo non c’era nulla, la no-mans-land, simbolo dell’odio della vecchia Europa.
Vedendo le grandi opportunità che offre Berlino agli individui, ai singoli, ho anche capito che la cosa più importante non è tanto la fame di ognuno, ma la cooperazione e l’aiuto reciproco, l’unione che diventa forza, una sorta di appetito collettivo. Queste ragazze infatti si sono reinventate la convivenza fuori dai modelli tradizionali e affrontano insieme le avversità del quotidiano. Questi esempi di giovani esistenze berlinesi non saranno certo significative, per il lettore comune, ma possono essere un incentivo a non perdersi d’animo e spero che possano essere lette, almeno, dalle cinque interessate. Dedico quindi questo articolo alle mie cinque lettrici e alla loro gentilezza in queste giornate berlinesi.

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