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Quarantaquattro

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Sono ferma davanti al ministero della Pubblica Istruzione, a Trastevere, aspetto Gloria. Sono in anticipo, come sempre. Sta quasi per piovere. Indosso una giacca di pelle marrone troppo leggera per questa temperatura. Ma stamattina, uscendo da casa, non pensavo ci fosse così freddo: il cielo era basso, grigio, ed era sparita la gelida limpidezza dei giorni scorsi, col prato bianco di brina e il ghiaccio nelle pozzanghere.
Aspetto: il collo incassato tra le spalle per proteggermi dal vento, la zip della giacca tirata fin sul mento, in mano un libro di Fante e la borsa che continua a scivolarmi lungo il braccio.
D’un tratto vedo mia nonna venirmi incontro a passo svelto, chiusa in un cappottino grigio. Tira una sporta per la spesa, ha i capelli bianchi ed è molto più giovane del giorno in cui è morta. Il suo viso, infatti, non ha le rughe degli ottant’anni e lei non si guarda intorno con l’aria smarrita di quando stava per morire e ricordava le cose accadute nel tempo in cui era bambina, e come una bambina si comportava, con certe bizze, certi capricci in assoluto contrasto con la sua faccia di vecchia.
Cammina incontro al vento, e il vento le spinge indietro i capelli. Con una mano tira il carrellino, con l’altra si tocca la bocca in un gesto che le è abituale.
Si avvicina lentamente, guardandomi, come se sia la cosa più naturale del mondo che lei, morta a Melilli, in Sicilia, adesso si trovi a Roma e passi per viale Trastevere.

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