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Tim Burton da Edward a Sweeney

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Sono convinto che, invecchiando, la vita e le sue prove cambino le persone. Certo, questo è un film simbolico, una versione estrema dell’esistenza.

“Sono convinto che, invecchiando, la vita e le sue prove cambino le persone. Certo, questo è un film simbolico, una versione estrema dell’esistenza.” A parlare è Tim Burton e il film simbolico, versione estrema dell’esistenza è “Sweeney Tood, il diabolico barbiere di Fleet Street”, il cui tormentato protagonista sgozza la gente a ritmo di musica e ha il volto, mai così cupo, del suo attore-icona Johnny Depp.
Dopo i colori sgargianti e le atmosfere psichedeliche della “Fabbrica di cioccolato” e le mirabolanti invenzioni visive che rendevano reali le balle dell’inguaribile bugiardo Ewan McGregor-Albert Finney in “Big Fish”, il regista torna ad un’atmosfera dark, una storia gotica tutta tinta del nero che si impossessa a volte dell’animo umano e del rosso del sangue che sgorga copioso per l’intera durata del film.
Sweeney Todd è un sopravvissuto. Il prepotente di turno (Alan Rickman), uomo di legge ma non di giustizia, gli ha portato via moglie e figlioletta e lo ha lasciato a marcire su un’isola sperduta. Dopo quindici anni un clipper lo ripesca e lui può tornare a casa, a Londra, ma non è più lo stesso uomo. Il rancore gli ha gelato il cuore e ha fatto del suo animo un posto buio e vuoto.
“Nessun posto è come Londra”, canta, felice del ritorno a casa, il marinaretto che lo ha ripescato in mare. “Si, nessun posto è come Londra”, conviene Sweeney Todd, per poi specificare: “un grande pozzo nero, abitato dalla feccia del mondo”.
Sweeney Todd, lo si evince già, è per la tolleranza zero.
Quando arriva in Fleet Street, dove tutto è cominciato, incontra la sua vicina e futura complice, Mrs Lovett (Helena Bonham-Carter), una strega pasticcera che non se la passa affatto bene, perché mentre la concorrenza farcisce con successo i suoi pasticci con i teneri gattini del vicinato, lei al massimo riesce a catturare qualcuno dei numerosi scarafaggi che zampettano nel locale, per arricchire il suo ripieno, composto da Dio solo sa cos’altro… Comunque, Mrs Lovett è davvero contenta del ritorno del barbiere psicopatico, di cui è stata sempre segretamente innamorata e lo guarda estasiata mentre lui si commuove fino alle lacrime quando si riunisce ai suoi vecchi, carissimi, letali amici, i rasoi, “l’argento che diventerà rubino”. Eh si, perchè ora che ha trovato l’arma perfetta, il signor Todd è pronto a consumare la vendetta-tremenda-vendetta e questo diventerà l’unico obbiettivo della sua tormentosa esistenza.
Certo, lo fa cantando come un usignolo, ma apppena sgozza freddamente la prima vittima, il suo insopportabile ex garzone (Sasha Baron Cohen), Sweeny Todd sa già che, passata quella soglia, non tornerà più indietro e si lascerà andare a una furia omicida che “ripulirà” la città. Perchè, a ben guardare, in quella fogna che è la cupa e minacciosa Londra vittoriana (o qualsiasi altro luogo in qualsiasi altro tempo), tutti meritano di morire, perchè in tutti è il germe del male, della prepotenza e della corruzione. Così inizia la mattanza, basta un fendente sulla giugulare e una vita è stroncata e che fare di tutti quei corpi? Bè, certo, sarebbe un peccato sprecare quel ben di Dio, con quello che costa al giorno d’oggi la carne, signora mia… e così l’intraprendente Mrs Lovett inventa una nuova ricetta per i suoi pasticci, a base di carne umana! E tutta Londra accorrerà a deliziarsi della nuova leccornia e non c’è da stupirsi perchè, in fondo, il mondo ha un’unica colonna sonora, uno sgranocchiare continuo, che “è il suono degli uomini che divorano gli uomini”, e qui si passa dalla metafora filosofica alla realtà nuda e cruda (anzi, cotta al forno).
Questo pazzo sanguinario che si chiama Sweeney Todd, è il protagonista dell’omonimo musical scritto nel 1979,tratto a sua volta da un romanzo di appendice dell’ottocento e, dunque, ha una genesi creativa del tutto estranea alla fervida mente del regista. Ma, in questo film, ci sono tutti gli elementi che hanno fatto di Tim Burton e del suo incredibile senso estetico, un marchio di fabbrica: Londra è oscura e minacciosa come la foresta intorno a Sleepy Hollow, la poltrona del barbiere “modificata” da un complesso ingranaggio che la rende funzionale ai fini dello “smaltimento dei cadaveri”, ricorda i meccanismi di punizione che il sadico Willy Wonka utilizzava per eliminare i piccoli, già troppo spocchiosi, concorrenti della Fabbrica di cioccolato e, guardando bene Sweeney Todd quando torna in Fleet Street e si ricongiunge agli amati rasoi, cantando che questi sono per lui il completamento della mano, pare di scorgere sotto il trucco del barbiere, la versione invecchiata e rancorosa della più malinconica delle creature burtoniane, Edward mani di forbice (guarda caso strepitoso parrucchiere), talento sprovveduto. Perché, secondo il regista, il senso di questa storia estrema è: un uomo, una volta buono, forse troppo, viene distrutto da un prepotente e si fa travolgere da una rabbia feroce che sembra non conoscere fine. La vita cambia le persone in peggio, anche le migliori.
Così, forse è successo, nel mondo parallelo di Tim Burton, che il giovane, gentile Edward, lasciato solo e incompiuto a fronteggiare le bufere della vita abbia deciso ad un certo punto di cambiare le sue forbici, strumenti d’ arte, con i letali rasoi, armi di difesa-offesa, strumenti di morte, e abbia scelto di dimenticare la sua parte migliore per naufragare nel rancore e in una sete di vendetta che non ha speranza di essere placata. Nemmeno affondando mille volte la lama nella gola altrui… Ma sarà davvero così che si diventa serial killer?

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