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Italiani, un popolo di bagnini

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Tutti noi conosciamo la famosa serie televisiva “baywatch”, i cui protagonisti sono aitanti guardaspiaggia, nella fattispecie c’è una bella attrice che alla serie deve la sua notorietà, e dalle curve...

Tutti noi conosciamo la famosa serie televisiva “baywatch”, i cui protagonisti sono aitanti guardaspiaggia, nella fattispecie c’è una bella attrice che alla serie deve la sua notorietà, e dalle curve molto molto sinuose.
Ma non tutti sanno che il “Nuoto di salvamento” è una disciplina ufficiale, riconosciuta dalla FIN, che è la Federazione Italiana Nuoto; e anzi che ne costituisce una sezione di primo piano, insieme al nuoto (quello normale), ai tuffi, alla pallanuoto e al nuoto sincronizzato.

Ebbene sì, mi chiederete, ma in che consiste?
Ebbene, il nuoto di salvamento è una disciplina piuttosto complessa, costituita da prove di nuoto molto articolate, che si svolgono in più fasi.
Principalmente si nuota per recuperare un manichino, riempito d’acqua in modo da pesare circa 42 chili, che gli atleti devono recuperare a un certo punto della gara, o dal fondo della piscina o dal bordo della vasca; e che devono trascinare, letteralmente, fino alla fine della vasca.

Cosa ne so io?
Si dà il caso che nella mia attività di giudice sportivo, cronometrista, mi sia capitato più volte di essere ufficiale di gara in competizioni di salvamento, campionati italiani, divisi per categorie, estivi ed invernali; ultimi i campionati invernali regionali (del Lazio) che si sono disputati ad Anzio alla fine di gennaio.

Ma ancora un’altra sorpresa: lo sapevate che in questo sport siamo tra i primi al mondo?
Eh sì, i ragazzi e le ragazze italiane che lo praticano non vogliono proprio saperne di non vincere mondiali ed europei, e di non stabilire record mondiali.
Ultimo quello stabilito da Isabella Cerquozzi, una ragazza di 24 anni, ai campionati italiani di categoria lo scorso venerdì 29 Febbraio 2008.
Isabella ha stabilito il record mondiale nei 100 mt trasporto manichino con pinne e torpedo con un tempo di 1 minuto e 61 centesimi.
E lo sapete di chi era il record precedente?
Di una ragazza che si chiama Isabella Cerquozzi, fatto agli europei di Tenerife il 28 di aprile dello scorso anno.
Ma Isabella è in buona compagnia, di atleti ce ne sono tanti, tra i quali, solo per dire due uomini, Federico Pinotti, anche lui primatista mondiale in varie prove e Mauro Locchi, veterano, che è da 15 anni in nazionale.

Per dire qualcosa di più su questo sport, farò alcuni esempi del tipo di gare da cui è costituito.
C’è una specialità che si chiama super life saver, in cui si usano pinne, e un oggetto chiamato torpedo, che è un affare a forma di parallelepipedo in gommapiuma, flessibile, che gli atleti si trascinano dietro nuotando con una fascia che indossano a tracolla. Al momento di raggiungere il manichino lo piegano intorno a quest’ultimo, fissandolo con un moschettone e facendo cura che la testa del manichino sia rivolta verso l’alto, pena la squalifica, per poi nuotare per la restante distanza con il manichino “al seguito”.
Ah, è bene che il manichino nel trasporto non si giri, sennò si può essere stati veloci quanto si vuole ma… niente medaglia.

Ed ora solo un esempio di gara: nei 200 mt super life saver gli atleti si tuffano dai blocchi, quelli di cemento in cima alle vasche, dai quali molti signori e signore hanno paura di buttarsi in piscina, e percorrono la prima vasca. Facciamo conto di essere in una piscina con vasche da 50 mt, la prima viene percorsa tutta a stile libero. Quando arrivano in fondo virano e percorrono ancora 25 mt, e poi all’improvviso, a metà vasca, incontrano il manichino sommerso sul fondo ad attenderli, speranzoso di essere salvato.
Loro si immergono, lo prendono e riemergono trascinandolo fino a fine vasca, per gli altri 25 mt, nuotando sul dorso, a gambe rana, mentre con una mano trascinano il manichino tenendolo per il mento e con l’altra effettuano una bracciata dorso.
Pensate che sono arrivati?
Ma non vi è sfuggito qualcosa?
Avevo detto 200 mt, ne sono stati percorsi solo 100 di mt.
Immaginate che un amico sia rimasto ancora in acqua…  allora gli atleti, nel mezzo della gara, afferrano pinne e torpedo, che avevano sistemato sul bordo della vasca prima di partire, li indossano, e partono per un’altra vasca, altri 50 mt, a tutta birra.
Una volta in fondo l’altro manichino “in pericolo” li attende, questa volta sostenuto da un volontario a pelo d’acqua sul bordo della vasca.
Immaginate qui che l’amico in questione si sia aggrappato a qualcosa, ecco perché avevano soccorso prima quello che stava affogando.
A questo punto lo afferrano e lo assicurano con il torpedo, e poi via “a scheggia”, frullando le pinne che alzano l’acqua come un motoscafo, fino a coprire gli ultimi 50 mt, e toccare l’arrivo.
Sembra un film? E invece è solo una delle gare di cui questo sport si compone.

Viene da chiedersi come mai a livello mondiale siamo così forti, tra i primi, spesso quelli da battere; e noi l’abbiamo chiesto a Roberto Bonanni, responsabile tecnico delle fiamme oro, membro della commissione tecnica regionale e nazionale, che oltre ad allenare campioni, ha collezionato mondiali ed europei, e record mondiali, nella sua vita da atleta.
Quello che ci dice è che logicamente il nostro paese è una penisola, e con tutti i chilometri di coste che ha è ovvio che questo sport sia molto praticato: “c’è una lunga tradizione che vede coinvolti anche nuclei della protezione civile, operatori che prendono il brevetto per lavoro e il gran numero di assistenti bagnanti”, tutto è gestito dalla FIN, e dalla sezione salvamento.
“C’è una sezione agonistica ed una didattica, e per la Polizia di Stato è un importante sport istituzionale, visto che fino al 1957 la polizia operava sui litorali italiani con i propri assistenti bagnanti. Il servizio era di sua pertinenza, poi è stato privatizzato”, inoltre, aggiunge Bonanni, “molti sono i giovani che si avvicinano, perché è uno sport divertente e poco noioso, molto diversificato. Molti atleti vengono dal nuoto, ma non tutti, non è lo scarto del nuoto, ed oggi lo conferma il fatto che l’Italia è ai vertici mondiali in questa disciplina, prima o seconda”.

In effetti è uno sport antico, nasce, pensate, nel 1899, e l’Italia è sempre stata leader in questa disciplina. Anzi, la Federazione del Salvamento nasce prima di quella del nuoto, e vi entra a far parte solo in un secondo momento.

Quante sorprese, eh? Ma c’è un però…
avevate creduto che noi siamo più forti dei baywatch di tutto il mondo, che siamo meglio di quelli che si vedono in tv, australiani o californiani, e che sul campo di gara li battiamo, che non c’è storia.
Si, in effetti ve l’ho lasciato credere fin qui, ed è vero in parte, mettiamola così.
Per quanto riguarda tutte le prove in vasca, in piscina per intenderci, come quella che ho descritto prima, questo è vero.
Ma nelle prove oceaniche, quelle fatte al mare, o meglio in oceano, no.
I baywatch californiani, ma soprattutto australiani e sudafricani ci danno filo da torcere, e per ora per lo più la spuntano.
Bonanni ci spiega che è una questione culturale, in quel tipo di prove tecnicamente ci sono notevoli differenze. C’è tutto quello che riguarda la corsa di ingresso in acqua, di avvicinamento, e uscita dall’acqua, corsa tra le onde.
Forse farà sorridere, ma non è di poco conto.
Avete mai provato a correre velocissimi sulla sabbia, o a saltare le onde?
È più simile all’atletica, al salto ostacoli.
E qui siamo ancora indietro. Però ci stiamo lavorando, parola di Bonanni.
Quindi per il momento niente serie televisiva “baywatch” all’italiana, o meglio per ora ci sarebbe voluto il nostro grandissimo Alberto Sordi, per girare il genere giusto.
Ma non disperate, soprattutto voi miei cari amici maschi, presto, molto presto, una Pamela Anderson, e qui l’ho detto, tutta italiana, sarà una realtà… manca poco.
Poi non ci resterà che farci salvare.

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