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Storie dentro altre storie

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Bello parlare con appassionati, più che con esperti; la passione fornisce un di più di entusiasmo e anima che mancano alla conoscenza e all’erudizione da sole.

“Tutto ciò che accade, tu lo scrivi”, disse.
“Tutto ciò che io scrivo accade”, fu la risposta

[Colloquio tra l’Infanta Imperatrice e il Vecchio della Montagna Vagante – Da: La Storia infinita di Michael Ende, 1979; ed. ital. Longanesi, 1981]

Bello parlare con appassionati, più che con esperti; la passione fornisce un di più di entusiasmo e anima che mancano alla conoscenza e all’erudizione da sole. Perciò chiedo consigli e informazioni agli amici: praticanti di scrittura e cinefili. Succede poi che per queste vie si diventi anche esperti, in discipline poco frequentate, lontani dalle mode e con la possibilità di riconoscersi, di aggregare altri maniaci.
L’occasione è nata dalla proiezione di un film (vedi in seguito) da vedere in compagnia, tra appassionati di storie e di chiacchiere del dopo-cinema.
Il tema è quello dell’interstestualità, parola da narratologi paludati; per fruitori naïf si può intendere collegamenti e interdipendenze, oppure storie dentro altre storie.

Maurits Cornelius Escher. Mani che disegnano (1948); litografia

Una delle possibilità è quella della storia come ‘contenitore di altre storie’; ne sono esempi illustri il ‘Decameron’ di Boccaccio o ‘I racconti delle mille e una notte’.
Nel primo un gruppo di giovani – rifugiatisi fuori città per sfuggire alla peste di Firenze (1348) – si raccontano a turno novelle a tema umoristico o erotico. L’altro è un classico della letteratura orientale in cui si narra come Sherazade, la più bella e saggia delle figlie del vizir, tenga avvinto con i suoi racconti il vendicativo re Shahriyar che, tradito dalla moglie, ha deciso di far uccidere, ogni mattino, la donna con cui ha passato la notte.
In entrambi i casi la scrittura ha la funzione di potente esorcismo contro la morte, come quasi sempre accade.

Miniature persiane dalle ‘Mille e una notte’. ‘Mille’ è un numero simbolico, per dire infinite storie; in realtà sembra che le storie originali fossero 282. Il testo era stato ampliato nel Settecento dall’orientalista Antoine Galland che aveva inserito altri racconti poi diventati famosi, come quelli di Alì Baba e i quaranta ladroni, Aladino e la lampada magica, e i viaggi di Simbad il marinaio.

Letteratura e cinema sono legati a filo doppio, o triplo; in estrema semplificazione, entrambi raccontano storie e devono trovare il modo per ‘tirare dentro’ il lettore / lo spettatore. Come lo fanno è il punto su cui ci si arrovella, da semplici fruitori o critici appassionati. Fanno parte di questa osmosi le innumerevoli storie che dalla pagina scritta sono state trasposte in immagini; le idee (spunti, atmosfere) dichiarate o sottaciute, che il cinema ha preso a piene mani dalla letteratura.
Belle pagine di cinema dichiarano l’amore per la letteratura di chi realizza i film: penso a “Fahrenheit 451” di Truffaut, o a “L’attimo fuggente” di Peter Weir.
Ma non è di questo che vogliamo parlare; per gli aspetti che ci interessano, letteratura e cinema sono del tutto assimilabili. Molte storie vengono trasferite dalla prima al secondo; altre nascono primitivamente per il cinema. E’ che le storie si ingarbugliano, si collegano e si rimandano l’un l’altra in mille modi diversi.

“Fahreneit 451”: film del 1966 di François Truffaut, da una novella dello scrittore di fantasy Ray Bradbury (nata come estensione del racconto breve The Fireman, pubblicato nel 1951 sulla rivista “Galaxy Science Fiction”). 451 è la temperatura in gradi Fahrenheit a cui la carta brucia spontaneamente; corrisponde a 232,78 °C

“L’attimo fuggente” (Dead Poet Society), film del 1989 per la regia di Peter Weir; soggetto e sceneggiatura sono di Tom Schulman (Premio Oscar 1990 per la miglior sceneggiatura originale)

Molti sono i modi con cui un testo può far riferimento ad un altro: la parodia, il pastiche, l’allusione, il calco, la citazione diretta, il parallelismo strutturale. E’ possibile che l’intertestualità – per scelta volontaria o inconscia degli autori – sia una condizione base della letteratura (e direi anche del cinema) e che tutti i testi / i film siano tessuti con fili presi dall’ordito di altre trame.

L’edizione originale di “Vita e opinioni di Tristram Shandy” di Laurence Sterne (1713-1768), edito intorno al 1760.

Il romanzo di Laurence Sterne, in nove volumi rimasto incompiuto, parte con l’ambizione di narrare minuziosamente la vita di Tristram Shandy, cominciando fin da prima del suo concepimento, ma per una serie infinita di digressioni non riesce ad andare oltre il quinto anno di vita del personaggio.
Il “Tristram” di Sterne è un’opera che precorre molti aspetti del romanzo moderno tra cui il flusso di coscienza, la citazione, il meta-romanzo (cioè lo scrivere sulla scrittura stessa), l’implicazione (un sottinteso, abilmente ma non troppo mascherato, che si riferisce di solito all’attività sessuale, a quel tempo bandita dalla letteratura per famiglie). Le intrusioni dell’autore e del lettore nel testo giungono a punte mai raggiunte prima, come pure viene accentuata e resa manifesta dall’autore la natura artificiale dell’opera letteraria.

“Lord Jim”: il romanzo di Joseph Conrad (1899-1900) e il film di Richard Brooks (1965) con un grande Peter O’Toole per protagonista

Storie come scatole cinesi, una nell’altra. Conrad è un maestro di questo modo di narrare. In ‘Cuore di Tenebra’ (‘Heart of Darkness’, che ha fornito a F. F. Coppola il canovaccio per il suo film “Apocalipse now”) dà come cornice alla sua storia il racconto che Marlow, il narratore, fa ad un gruppo di amici, riuniti una certa sera sulla tolda di uno yawl ormeggiato sul Tamigi.
Ma il capolavoro di questo tipo di racconti trovo che sia “Lord Jim”: un romanzo particolarmente complesso dal punto di vista narrativo. All’inizio la vicenda è raccontata in terza persona da un narratore onnisciente. Quindi gran parte della narrazione viene condotta in prima persona da Marlow, che vi ha avuto un ruolo non secondario. Il suo racconto si arricchisce progressivamente delle voci di altri personaggi, con una molteplicità di punti di vista, senza che mai chi racconta perda il filo della narrazione, né che il lettore attento non trovi del tutto fluido e naturale discendere e risalire il flusso degli eventi.

“Dieci piccoli indiani” (“And Then There Were None”): romanzo di Agatha Christie edito in Gran Bretagna nel 1939; ed. italiana in: Giallo Mondadori (1946) con il titolo “… E poi non rimase nessuno” ). Film di René Clair (1945) dal titolo “Dieci piccoli indiani”;. Varie altre trasposizioni cinematografiche e perfino in videogioco interattivo sul tema

Nel romanzo di Agatha Christie la chiave dell’intera vicenda (parallelismo strutturale) risiede nella filastrocca che gli otto ospiti invitati per un breve soggiorno su un’isola possono leggere sul camino delle rispettive stanze; nella grande casa ci sono i due domestici, ma non il padrone di casa.
La filastrocca – ‘Dieci piccoli negretti’, o ‘Dieci piccoli indiani’ – modificata, così come il titolo, nelle complicate vicende editoriali del romanzo nei diversi paesi, racconta come l’uno dopo l’altro i dieci vengano a morte…
Nelle diverse trasposizioni cinematografiche furono fatte alcune variazioni alla storia originale, soprattutto nel finale.

“Misery”, il romanzo del prolifico autore Stephen King (1987) e il film omonimo (“Misery non deve morire”, nella traduzione italiana) che ne ha tratto Rob Reiner (1990), con James Caan e Kathy Bates (Oscar per la migliore interpretazione femminile nel 1991)

Misery è l’eroina di una serie di romanzi che lo scrittore di romanzi rosa Paul Sheldon, stanco del personaggio, decide di far morire nell’ultimo libro della serie. Sfortunatamente lo stesso scrittore, mentre si trova a transitare per dei tornanti di montagna durante una tempesta di neve, va fuori strada con la sua macchina e si ferisce e frattura malamente. Viene salvato da una donna, un’infermiera di mezza età, Annie, che si dichiara ‘la sua fan n° 1’ e si prende amorevolmente cura di lui. Ma la convalescenza si trasforma ben presto in un incubo (alla Stephen King, appunto!), massimamente quando Annie scopre che nell’ultimo romanzo Misery muore. Così si mette d’impegno, in un crescendo di torture psicologiche e fisiche, per forzare lo scrittore ad una nuova storia che riporti in vita Misery, personaggio con il quale la squilibrata Annie ha stabilito una sorta di transfert…

Per quanto attinenti, neanche di queste ingerenze vogliamo parlare, quanto di intrusioni di un particolare tipo: di quando una storia si infila in un’altra, in modi che si fanno apprezzare per genialità e garbo…

L’edizione originale del romanzo di Michael Ende “La Storia Infinita” del 1979 (edito in Italia da Longanesi, 1981) e il film tratto da esso (poi stroncato e disconosciuto dall’Autore) ad opera del regista Wolfgang Petersen (1984), anche co-autore della sceneggiatura

E’ stato pubblicato prima in Germania, poi in Italia “La Storia Infinita”, di Michael Ende, in una curiosa veste editoriale, con diversi colori nel testo a sottolineare le vicende che si svolgono parallelamente nel mondo reale e in quello della fantasia.
Racconta la storia di un bambino (goffo e grassoccio nel libro; di aspetto normale nel film) vessato da bambini più grandi, che si troverà a interagire con i personaggi del libro magico che sta leggendo e avrà nientemeno che il compito di salvare il mondo minacciato da forze oscure. Sebbene possa essere annoverato tra la letteratura per l’infanzia (e il film effettivamente abbia questo target), il romanzo ha una struttura narrativa particolarmente complessa e il carattere di un libro sapienziale.

“Achille pié veloce”: romanzo di Stefano Benni (Ed. Feltrinelli, Milano; 2003)

E’ di qualche anno fa un libro di Stefano Benni “Achille pié veloce”. Uno dei personaggi è Achille, appunto, sensibilissimo e geniale, per quanto portatore di una grave menomazione fisica; l’altro è Ulisse, un “giovane scrittore con un libro alle spalle, scarso futuro e incerto presente” che lavora come editor in una piccola casa editrice. Ulisse si porta dietro, sul tram che prende tutti i giorni, una borsa dentro cui sono stipati i manoscritti di aspiranti scrittori che aspettano di essere da lui letti e proposti per la pubblicazione: un ottantenne maestro di scuola, con le sue non troppo entusiasmanti memorie di insegnamento; un giovane rampante e impomatato, che aggressivamente cerca di promuovere il suo libro dal titolo “Memorie di un perial killer”; una fatina rotondetta, specie di pornostar ‘dalla chioma biondo Barbie’, autrice di “Diario orale”, che cerca di sbottonargli i pantaloni in mezzo alle gente che affolla l’autobus. Questi ‘condomini, o parassiti, o simbionti’ di Ulisse cercano, ciascuno con il suo peculiare appeal di attirare l’attenzione del frastornato editor… Che ne è tanto ossessionato da non capire se li sta sognando, tanto sono reali nella sua mente!

Locandina del film “Vero come la finzione” – “Stranger than fiction”, di Marc Forster; sceneggiatura originale di Zack Helm

Una sintesi a mio parere geniale di gran parte degli esempi presentati sopra, si può trovare in un film recente: “Vero come la finzione” – “Stranger than fiction”, di Mark Forster (2006) (Si segnala la proiezione del film “Vero come la Finzione”, di Marc Forster, presso il Cineclub Detour Via Urbana 47 A, giovedì 6 marzo 2008, alle ore 20,30)
Ne è protagonista un metodico impiegato del fisco, Harold Crick (Will Ferrell), che rimane prima perplesso, poi sconcertato quando una mattina al risveglio sente una voce (di donna) dentro alla testa. La voce sembra parlare con estrema precisione della sua vita quotidiana: una vita ossessivamente programmata sui tempi scanditi dal suo orologio da polso. La descrizione (“…fatta con molta precisione, ma con un vocabolario più ricco..!”), aggiunge sempre nuovi elementi, tanto da sconvolgere il povero Harold, frastornato e distratto sul lavoro e sempre più preoccupato per gli sviluppi della faccenda. Consulta una psichiatra che non va oltre un’ipotesi di dissociazione schizofrenica; ma almeno gli dà un buon consiglio: quello di interpellare un esperto di teoria letteraria nella persona di Jules Hilbert (un Dustin Hoffman divertito e divertente). Perché sempre di più Harold si va convincendo che qualcuno (…qualcuna, anzi) stia raccontando la sua vita come un romanzo, con lui nel non richiesto ruolo del personaggio principale.
“Il problema – gli dice il prof. Hilbert, sornione – è capire se si trova in una commedia o in una tragedia…”. L’esperto letterario gli fornisce anche una serie di indicazioni e buoni consigli, che lui scrupolosamente segue, ma senza venire a capo della faccenda.
Lo sconcerto di Harold diventa terrore quando, sempre dalla stessa voce, apprende che potrebbe morire da un momento all’altro; infatti la scrittrice (ormai lui ne è certo!) sta solo cercando il modo giusto (letterariamente parlando) per sopprimerlo.
Nel frattempo, seguendo un altro filo della narrazione, facciamo la conoscenza con Karen “Kay” Eiffel (Emma Thompson), scrittrice nevrotica e in crisi creativa, i cui romanzi si concludono sempre con la morte del personaggio principale. Si tratterebbe quindi di una tragedia!?
Harold si barcamena come può nello scompiglio della sua esistenza; dopo una serie di tentativi a vuoto per modificare l’andamento degli eventi, comincia a vivere i suoi giorni come se fossero gli ultimi e attiva tutti i mezzi in suo possesso per riuscire a rintracciare la fantomatica scrittrice. Nel frattempo conosce e si innamora della bella fornaia tardo-hippie Ana Pascal (Maggie Gyllenhaal).
La questione si complica e per un po’ il film prende l’andamento e i tempi del thriller.

Su questa trama decisamente inusuale il film semina una quantità di stimoli, come la descrizione del modo di guardare il mondo da parte di uno scrittore, che istintivamente trasfigura e esplora le possibilità di sviluppo di eventi altrimenti comuni, per trasporli poi nella pagina scritta: una mela che rotola per strada, un bambino con la bicicletta che scivola sul bagnato, diventano nella sua mente l’innesco per fatti completamente nuovi…
Altrettanto affascinanti sono le dotte spiegazioni del prof. Hilbert su commedia e tragedia e sulla progressione della trama, con citazioni e frasi topiche delle scuole di scrittura, qui garbatamente irrise.
Infine problemi molto seri vengono sfiorati con pensosa leggerezza. Grandi temi, come i limiti della creazione artistica, l’accettazione della propria morte e l’ineluttabilità del fato, o anche il modo di affrontare la vita quando si pensa di poter morire a breve…
Teneramente malinconico, ma anche a tratti disperatamente romantico, il film continuamente strizza l’occhio allo spettatore, anche nella ricerca del finale! Se quello drammatico farebbe del romanzo un capolavoro e quello più leggero “è solo O.K.”, non sarà forse una responsabilità condivisa tra chi ha fatto il film e gli spettatori scegliere tra l’uno e l’altro..?

Sono fatti così, questi narratologi dilettanti: si lasciano prendere dall’entusiasmo! Appena trovata una chiave pensano di poter aprire con quella tutte le porte… Così cominciano a cercare mille libri e film, pieni di storie dentro altre storie, da inserire in una ipotetica antologia sull’intertestualità. Titoli come: “La nona porta” di Roman Polansky (1999; da “El Club Dumas” di Arturo Perez-Reverte). Il Truman Capote di ‘A sangue freddo’ nel film di Bennett Miller del 2005; quel videogioco dentro un film che è “Jumanji” (Joe Johnston, 1995); “Tiré a part / Scritto tra le righe” (di Bernard Rapp, 1997), dove l’arma del delitto è il romanzo stesso; o “I racconti del cuscino”, di Peter Greenaway, in cui le storie sono scritte (e inviate) sui corpi…

‘I racconti del cuscino’ di Peter Grenaway (1996) – ‘The pillow book’ è propriamente in inglese il diario segreto tenuto dagli adolescenti; ‘Mashura no soshi’ (Note del guanciale) si intitola il libro di Sei Shonagon, gentildonna giapponese del XI sec. che ha ispirato il film.

Ma la realtà è ancora più complessa… Non solo: il guaio – o la meraviglia – della nostra epoca confusa e frenetica è quello di far seguire ad un’idea un’altra ancora più nuova, spostando qualunque limite più avanti. Perché inseguendo l’intertestualità, una connessione dopo l’altra, ci si imbatte nell’ipertesto…
Accidenti! Queste sì che sono storie una dentro l’altra! Se è vero che il pensiero (degli adulti) funziona per associazioni, l’ipertesto è un’altra dimensione – tecnologica – del collegamento intertestuale.
Perché l’ipertesto non fa altro che rendere tecnicamente concreti i collegamenti; il mezzo elettronico incoraggia le curiosità e la ricerca delle connessioni con effetto moltiplicatore, e fornisce l’innesco per altri percorsi / possibilità / storie.
Un ipertesto, composto di parti che non sono ordinate lungo un filo principale, ma con disposizione e fruizione mutevoli, descritte in termini di rete, collegamenti, percorsi, scompagina l’idea stessa del romanzo classico. Ogni testo è in relazione con altri testi; ogni immagine con altre immagini; al lettore / spettatore la facoltà di stabilire le connessioni, secondo il corso del suo pensiero, in modo ritenuti finora impossibili.
Così un ipertesto diventa un altro modo possibile di leggere, cambiando direzione come in un “giardino dei sentieri che si biforcano”, di borgesiana memoria; così la visione può diventare interattiva, come in un videogame o in un gioco di ruolo.

Maurits Cornelius Escher. Farfalle (1959). Xilografia

Se già Eco (Lector in fabula) ammetteva che “qualunque testo per vivere ha bisogno della cooperazione interpretativa del lettore”, l’ipertesto porta al grado estremo questa collaborazione / intrusione, con importanti corollari, rispetto al testo tradizionale, a prima vista difficili da accettare. Per esempio, la storia può non avere un inizio e una fine nel senso classico [“…il numero di pagine di questo libro è infinito. Nessuna è la prima, nessuna è l’ultima” – dice J. L. Borges ne “Il libro di sabbia”]; può ‘straripare’, rispetto alle intenzioni originali di chi legge (l’effetto ‘debordement’ di Derrida); lo stesso concetto di ‘Autore’ cambia, tanto che un testo può essere scritto collettivamente…

Sono comprensibili una certa perplessità e una resistenza iniziale, davanti a tutte queste novità; d’altra parte gli uomini avranno sempre bisogno di storie… Come si dice esplicitamente nel finale di ‘Ombre e nebbia’ (Woody Allen, 1991):
[Kleinmann]: – Beh! …Tutti amano le proprie illusioni…
[L’illusionista-mago russo]: – Amano..!? …Hano bisuogno! …Kome di aria ke respirano!

Perciò non siamo troppo preoccupati per il futuro delle nostre letture:
LA LETTERATURA E’ MORTA! …VIVA LA LETTERATURA!

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