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La rottura del cerchio in Caos calmo e Into the wild

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Caos calmo di Antonello Grimaldi e Into the wild di Sean Penn girano attorno a un perno centrale su cui ruota il loro mondo: un protagonista assoluto.

Caos calmo di Antonello Grimaldi e Into the wild di Sean Penn girano attorno a un perno centrale su cui ruota il loro mondo: un protagonista assoluto. Da una parte Pietro Paladini, quarantenne italiano. Dall’altra Chris McCandless, ventenne americano. Il primo ha già metà della vita alle spalle. Il secondo si è appena affacciato sugli abissi dell’esistenza. Il primo è calmo e razionale. Il secondo è irrequieto e impulsivo. Eppure entrambi compiono, all’inizio delle rispettive storie, lo stesso movimento. Infrangono, con decisione, l’ideale cerchio che li ha tenuti fino allora imprigionati: il cerchio della società in cui vivono. Ho scelto questa figura geometrica perché si pone idealmente come emblema di un contesto ripetitivo, asfittico, senza via d’uscita. La società in cui vive Chris si compiace di replicare all’infinito se stessa: nascita, crescita, riproduzione, morte. Ma in ogni passaggio non c’è nessuno slancio vitale, nessuna novità. E’ tutto meccanico, banale, già accaduto. Chris, nel giorno della laurea, immagina gli stessi momenti vissuti dai genitori quando avevano la sua età. Come burattini senza personalità hanno replicato i comportamenti dei miliardi di persone che li hanno preceduti e che li seguiranno. Dopo lo studio la laurea, dopo la laurea il lavoro, dopo il lavoro il matrimonio, dopo il matrimonio i figli, dopo i figli la crisi, dopo la crisi la separazione (se non effettiva quanto meno affettiva). Ognuna di queste fasi, anelli di una catena circolare, sono vissute meccanicamente, svuotate di senso. Inutilmente i genitori di Chris tentano di riempire questo vuoto con l’accumulo consumistico di beni (il falso sogno di una felicità effimera). Chris decide di uscire dal cerchio, scardinare le catene, fuggire. Per prima cosa abbandona tutto (il denaro risparmiato lo da in beneficenza, brucia i documenti d’identità, rinuncia alla ricchezza del padre), in un meraviglioso slancio dal sapore francescano. Poi parte alla ricerca della libertà, verso quell’immersione nella natura che diverrà la sua casa e la sua tomba.
E Pietro Paladini? Anche lui compie lo stesso movimento. Scardina il cerchio e si pone fuori dalla società. Certo, lo fa a quarant’anni, senza l’impulso vitalistico di un ventenne. E non lo fa di sua spontanea iniziativa, ma quasi “costretto” da circostanze drammatiche (la morte improvvisa della moglie). Ma quel che conta è il movimento iniziale, la rottura del cerchio, il porsi fuori da una logica. Tutti prendono per pazzo Chris che insegue la sua Alaska isolandosi dal mondo civilizzato. Tutti prendono per pazzo Pietro che non va più al lavoro, non fa più “niente” (secondo la concezione del mondo capitalistico in cui se non produci non vivi).
Ma, premesso che il movimento iniziale dei due personaggi è identico, ciò che li distingue è il dopo. Dopo essere fuggito dalla società Chris non si volta più indietro. Il suo è un movimento senza ritorno. La sua scelta è drastica, radicale, in linea col carattere ribelle. Pietro, al contrario, dopo il movimento iniziale di rottura, arresta la sua fuga appena dopo il cerchio. Anziché fuggire ancora, si ferma. Si siede su una panchina, e guarda indietro. La sua è una scelta necessaria. E’ troppo invischiato nella società che ha appena lasciato per potersene liberare del tutto. In quel cerchio ha già messo radici impossibili da estirpare. La sua fuga non può che essere parziale.
Mentre Chris è già troppo lontano perché la società lo raggiunga, (i genitori e la sorella perdono le sue tracce e lo ritroveranno solo dopo la morte) Pietro, fermandosi, lascia che la società si avvicini a lui. La guarda e si lascia guardare. Così i suoi elementi cardine (la famiglia, gli amici, i colleghi di lavoro) lo vanno a trovare per convincerlo a rientrare nel cerchio, nel caos del mondo a cui appartiene. In una bellissima scena Pietro se ne sta lì, tranquillo, sulla panchina antistante la scuola della figlia. Il giardino è quasi deserto, lui è solo. Poi, lentamente, decine di persone arrivano alle sue spalle, tutte dirette verso il cancello della scuola: sono venute a prendere i loro figli. Ecco, è come se Pietro fosse risucchiato da questi simil/zombi dai movimenti lenti e inesorabili, che lo accerchiano. Finito il tempo della riflessione, alla fine Pietro cede. Tornerà all’interno del cerchio, convinto dall’amore della figlia. La sua fuga era destinata già in partenza al fallimento. Ma il porsi al di fuori del cerchio, lo starsene fermi ad osservare dall’esterno il proprio mondo, gli consente di rientrarvi con una consapevolezza in più. Sarebbe terapeutico, per ognuno di noi, concederci ogni tanto queste fughe. Fuggire dalla ripetitività spesso vuota delle nostre giornate, infrangere il cerchio e porci al di fuori, per guardare noi stessi dall’esterno. Troveremmo luoghi inaspettati e bellissimi.

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