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Lo zucchero

di

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Rassettò la cucina. Non lo aveva fatto mai, ma quante volte glielo aveva visto fare. Sciacquare quei due piatti, il pentolino. Ma se uno non può, l’altro ci deve pensare. Ora sua sorella si doveva riposare. Si preparò un caffè, era cattivo. Ma gli fece bene per il calore.

Rassettò la cucina. Non lo aveva fatto mai, ma quante volte glielo aveva visto fare. Sciacquare quei due piatti, il pentolino. Ma se uno non può, l’altro ci deve pensare. Ora sua sorella si doveva riposare. Si preparò un caffè, era cattivo. Ma gli fece bene per il calore.
Quel pomeriggio aveva bussato Nina del pianerottolo, la dirimpettaia:
– Ma come sta tua sorella? Sono due giorni che non la vedo.
E intanto metteva il naso dentro per spiare.
– Sta bene, sta bene. – le aveva detto: – Come tu non sei stata mai.
– La posso vedere?
– No – aveva fermato la porta con il piede – No. Si è presa già l’influenza. E’ contagiosa.
– Sì, la Sars…
– Se tu già lo sai, cosa mi chiedi?
Aveva chiuso la porta quasi sopra il piede di Nina. Non era andato nella stanza. Si era seduto nel mezzo del salotto, su una sedia, e guardava. In quella casa di tre stanze con i soffitti alti ci avevano vissuto col papà e la mamma. Stavano sempre là da sessant’anni. Che bella luce c’è dentro la casa il pomeriggio: entra dalle finestre grandi, luce color diamante, uguale, precisa a sua sorella ferma. La sala sembra perfetta, lucida e con i centrini di bucato, ma i tavoli se li guardi in quella luce te ne accorgi: è scesa la polvere e nessuno la leva. Si è alzato di scatto ed è andato a lavarsi la faccia perché è nervoso. L’acqua bollente gli dà un po’ di conforto. Dev’essere lui l’unico che preferisce il caldo e l’afa. Queste tempeste, l’umido, gli fanno freddo al cuore. E se ci sono i tuoni, a lui chi l’aiuta?
Ci vuole pazienza. Si siede sul divano e chiude gli occhi. Prende sonno, la testa gli si appoggia sulla spalla. Respira piano, fa un suono. Ma non è vero che dorme. Mugugna qualcosa, come mamma. Si sveglia dalla fame che è già buio. Ah, cara, mi hai lasciato senza cena e pranzo.
Apre il frigorifero. Si prepara quattro uova bollite. Non si ricorda mai quanti minuti, allora le lascia nell’acqua per mezz’ora. Guarda le bolle. L’uovo mollo gli fa schifo. Si scotta le dita a togliere la coccia. Apre l’albume e mangia solo il rosso. Gli viene un risolino. Ora stai zitta, non mi puoi dire niente. No, non me lo mangio il bianco, te lo lascio che te lo mangi tu.
La differenza tra vivi e morti, è che i vivi qualche volta ti lasciano dormire. Avere i morti in casa tiene svegli. Ti chiamano. Si era fatto già talmente buio. Volentieri si sarebbe messo sul divano, magari accendeva la televisione. Ma c’era un silenzio che veniva dalla stanza… Fece tre passi, rimase sulla soglia. Era bella sua sorella sopra il letto, liscia e bianca come il marmo. Vecchia era vecchia, ma com’è vecchia una statua: pulita. Non è che sorrideva ma non era arrabbiata. Non si capiva, la bocca non si vedeva più, era tutta rientrata. La stanza era diventata più fredda, perché era lei che la faceva fredda. Aveva portato l’inverno. Entrò nella stanza. Rabbrividì. Aprì l’armadio. Ma non sapeva dov’era la coperta blu. Forse nell’ultimo scaffale, sopra sopra. Si arrampicò, ma nel pigliarla tirò tutto in terra, le lenzuola, le tovaglie. Già quel disordine lo faceva soffrire. Gli veniva rabbia, si stizziva, guardava la morta sopra il letto: ma che mi lasci così, perché non fai qualcosa? La coperta blu però la prese. Voleva metterla addosso a sua sorella, coprirla e riscaldarla. L’avevano comprata l’anno prima, anzi gliel’aveva comprata sua sorella a lui. Gliela voleva rincalzare bene, ma si sentì scemo. Allora si sedette sulla sedia accanto al letto, si avvolse la coperta come scialle, le appoggiò la mano sulla fronte. Si sforzò di volerle bene. Le voleva pure bene, ma lei lo aveva deluso. Le donne devono morire dopo. Quello è naturale. Per questo hanno più speranza di vita. Se no agli uomini chi li bada? Ormai era abbandonato. Lei era quella forte. Senza una malattia, nemmeno un raffreddore. Se ne era andata nel sonno. E brava. E a lui ora chi lo cura?
Sentì nelle orecchie la sua risata, la sua voce che gli diceva: sei cretino.

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