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La fama logora chi ce l’ha

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La fama logora? E’ una domanda inevitabile in quest’epoca dove i 15 minuti di gloria profetizzati da Andy Wharol sono divenuti l’ambito traguardo di generazioni di giovani cresciuti a pane e televisione.

La fama logora? E’ una domanda inevitabile in quest’epoca dove i 15 minuti di gloria profetizzati da Andy Wharol sono divenuti l’ambito traguardo di generazioni di giovani cresciuti a pane e televisione. Una specie di risposta la danno due film usciti recentemente nelle sale. In apparenza non hanno nulla in comune. Uno, “La leggenda di Beowulf” (diretto dal veterano Robert Zemeckis) è un kolossal in motion capture con attori in carne ed ossa pixelizzati. Compiaciuto delle possibilità che offre il digitale, offre allo sguardo dello spettatore scene di massa e movimenti pindarici della macchina da presa che esaltano il trionfo degli effetti speciali. L’altro, “L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford” (diretto dal semi esordiente Andrew Dominik) è un western intimista tutto concentrato sulle psicologie dei personaggi. Compiaciuto di un ritmo lento e ipnotico e di uno sguardo quasi malickiano sulla natura, bandisce l’azione, che si riduce alla sola sequenza iniziale dell’assalto al treno.
Cos’è allora che unisce i due film? Entrambi mettono in scena il mito. Da una parte l’antico poema epico anglosassone del re Beowulf. Dall’altra la leggenda tutta americana del bandito Jesse James. Ma c’è di più. In entrambe le storie l’eroe, mitizzato per le sue gesta, soccombe alla fine per mano del mostro che egli stesso ha creato. E il mostro altri non è che il mito stesso, la sua fama, la sua leggenda.
Beowulf diventa eroe osannato da generazioni di prodi condottieri per aver ucciso il mostruoso troll che terrorizzava i sudditi di Hrothgar, re di Danimarca, eliminando al contempo anche la madre del mostro, una creatura tanto affascinante quanto demoniaca. Ma in realtà l’impresa che lo ha reso celebre poggia i suoi piedi su una menzogna. Questa menzogna si materializzerà, molti anni dopo, assumendo le sembianze mostruose di un drago, figlio che lo stesso Beowulf ha avuto con la donna-mostro, alla quale (prima di Faust) ha concesso se stesso in cambio della gloria. La sua fine ha dunque origine nella nascita stessa della sua fama.
Allo stesso modo Jesse James viene ucciso dal mostro che egli stesso ha creato. Il mostro altri non è che Robert Ford (il vero protagonista del film), giovane insicuro ossessionato dalla figura del suo eroe. Non riuscendo a ottenere la completa stima dell’uomo che vorrebbe essere, Ford lo uccide, nella remota speranza di ritagliarsi un posto nella storia come colui che ha ucciso la leggenda. Ma la leggenda sopravvive perfino ai suoi assassini. Anzi, sono proprio i suoi assassini a stagliarla definitivamente nell’olimpo della memoria collettiva (basti citare Martin Luther King, i fratelli Kennedy, John Lennon). Così, dopo una fugace parentesi di gloria, Ford paga lo scotto della sua ambizione. Emblematica, a tal proposito, la rappresentazione teatrale messa in scena dopo la morte di James, in cui il suo carnefice interpreta se stesso reiterando sera dopo sera la scena dell’omicidio. E’ inevitabile che, dopo aver appagato la curiosità delle prime repliche, il pubblico si schieri alla fine dalla parte della vittima. E colui il quale sperava di essere avvolto dal mantello della gloria e marchiato con le stimmate del coraggio, si ritrova deriso come un qualsiasi vigliacco, fino a fare la fine della sua stessa vittima (anch’egli, dunque, ucciso dal mostro stesso che ha creato).
Non è un caso che anche nel film di Zemeckis sia presente un’analoga rappresentazione teatrale, in cui viene riproposto in maniera grottesca l’episodio che ha decretato la fama dell’eroe. Mentre assiste alla messa in scena, Beowulf sembra quasi presagire il crollo del castello di menzogne che ha costruito con le sue mani. Schiacciato, come Ford, dal peso di una fama insostenibile, troverà la morte poco dopo.
Lungi dall’essere lontani dalla realtà presente e futura, i miti sono lenti che ci aiutano a guardare meglio il mondo in cui viviamo. Leggendo quotidianamente di star del mondo dello spettacolo distrutte dal peso eccessivo della gloria, viene voglia di dire che la fama logora chi ce l’ha.

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