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Frank, l’anti Obama di Ridley Scott

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La domanda se l’è posta il “New Yorker”, guardando il film American gangster: ”Perché dovremmo essere indulgenti con un narcotrafficante solo in quanto nero?”

La domanda se l’è posta il “New Yorker”, guardando il film American gangster: ”Perché dovremmo essere indulgenti con un narcotrafficante solo in quanto nero?”
Nell’America che sta scegliendo se mandare o meno il nero Barack Obama alla sfida per diventare presidente, è una domanda che ha un senso molto profondo. E in effetti non dovremmo esserlo e nemmeno Ridley Scott, il regista del film, lo è.
American gangster è sviluppato in chiave dualistica e al centro ci sono il killer nero Frank Lucas (Denzel Washington) e il poliziotto ebreo Ritchie Roberts (Russel Crowe). Ogni volta che ci racconta del mondo dorato e della vita glamour del clan Lucas, poi, ci riporta subito a seguire Ritchie che si muove sotto la luce al neon dei corridoi sudici delle case popolari di Newark, o negli angoli ancor piu’ bui e sporchi dei sobborghi ai margini di New York; ogni volta che ci appare Frank elegantissimo e affascinantissimo nei suoi morbidi completi di alta sartoria, Ridley Scott ci mostra subito dopo sudori freddi, denti marci, corpi scarniti, braccia scoperte e pronte, vene indurite, per non parlare delle immagini sempre sullo sfondo, della giungla vietnamita bombardata a tappeto.
E’ praticamente impossibile dimenticarsi come ha fatto Frank a diventare l’imprenditore di successo che è. Lui non è propriamente la faccia sana dell’american dream, non è affatto come l’arci-commovente–semi- patetico Will Smith mucciniano che si batte contro mille e mille difficoltà cercando di sfondare e realizzare le sue ambizioni e alla fine ci riesce perché… questa è l’America!. Frank Lucas è uno che per arricchirsi non solo butta nell’inferno dell’eroina mezza New York ma per farlo sfrutta un grande dolore collettivo, una guerra inutile e persa che continuerà ad essere per molto tempo la grande ossessione statunitense. E questo, nel film,è detto forte e chiaro. Ma, d’altronde, Frank è il protagonista del film e del libro da cui è tratto, e per raccontarlo dal suo punto di vista, bisogna capirne il linguaggio, usare i suoi codici, camminare con lui per Harlem e tuffarsi nel lato oscuro del sogno americano, questo sogno di uno che si nutre degli incubi di molti.

Ed ecco la trama, se volete andare a vedere il film magari non leggetela…
Frank Lucas è un uomo attento e ambizioso. E’ l’autista del più importante boss criminale di Harlem, il suo “maestro”, uno di quelli che bruciano vivi i dissidenti ma che poi, la mattina del Ringraziamento, distribuiscono tacchini ai bisognosi. Un bel giorno, tale galantuomo muore e quando muore un boss, si sa, si crea un vuoto di potere che va riempito prima possibile altrimenti tutto il sistema rischia di sprofondare nell’anarchia. Per diventare il nuovo padrone di Harlem, però, non bastano sangue freddo, determinazione e spiccata propensione alla violenza. No, per battere la concorrenza di tutti i malfattori che aspirano al trono criminale ci vuole di più, ci vuole una grande idea. Ed ecco che Frank ha l’intuizione: un pomeriggio si incontra con due reduci del Viet-Nam che cercano la roba per farsi e tra una chiacchiera e l’altra pre-buco, uno dei poveretti se ne esce con un commento entusiasta sulla qualità dell’eroina asiatica: più pura, dunque più pesante e più veloce, l’ideale per dimenticare per un lungo attimo i vietcong nella giungla come lo squallore dei sobborghi.
Così Frank si mette a lavorare sull’Idea, nell’ombra, si documenta, studia la situazione in Viet-Nam, trova un appoggio in un parente che sta nell’esercito, a Bangkok, e poi prende una borsa con tutti i suoi soldi e parte per arrivare direttamente alla fonte: se i militari USA sono così contenti dell’“ero” asiatica, (tanto che, secondo alcune stime, nel 1969, la dipendenza riguardava un terzo delle truppe), un motivo, veramente buono, ci sarà. Ed eccolo allora, il nuovo che avanza, senza chiedere permesso, fin nel cuore della giungla, per trattare con gli ufficiali del Guomindang la prima partita di droga purissima da fare entrare negli Stati Uniti (idea beffarda e macabra), utilizzando gli aerei militari che riportano a casa le bare dei ragazzi morti in guerra e il veleno destinato ad ucciderne molti altri.
L’impresa ha subito un successo strepitoso: questa nuova polvere di provenienza misteriosa scende sulle strade e fa la gioia di tutti i consumatori conquistandone molti altri perché è molto, molto più pura della solita roba ma, saltando i passaggi intermedi della distribuzione, è anche molto meno cara.
Nemmeno il marketing viene trascurato, questo nuovo veleno ha un nome, anzi, un marchio: Blue Magic si chiama.
Una brutta notte Blue Magic entra nelle vene del collega e amico di un poliziotto testardo di Newark, New Jersey, e lo lascia stecchito.
Il poliziotto di Newark si chiama Ritchie Robertson e ha una fissa: lui è onesto.
All’inizio del film gli offrono un’enorme mazzetta da un milione di dollari ma lui non ci pensa neanche per un secondo, guarda la borsa con il denaro, fa “spallucce” e torna in commissariato a denunciare l’accaduto, perché così fa un vero poliziotto. L’onesto Ritchie è il Serpico della contea di Essex e come Serpico resta presto solo.
“Tutto questo schifo è colpa dei poliziotti corrotti”, questo pensa il poliziotto onesto mentre cerca di migliorare le cose, ma quando un buco stronca la vita del suo amico, un’altra ossessione gli entra nella testa dura e questa ossessione ha un nome, anzi un marchio: Blue Magic si chiama.
Da dove viene? Chi la distribuisce? Chi l’ha inventata? Questo si chiede Ritchie mentre mette su una squadra di poliziotti incorruttibili, quattro in tutto, al solo scopo di poter trovare una risposta. Ma le sue ricerche, all’inizio, non danno i frutti sperati: i soliti nomi, i soliti boss, niente che li colleghi però al nuovo veleno, nemmeno il suo buon amico mafioso sa aiutarlo. Nessuno sa niente. E perché nessuno sa niente?P erchè Frank Lucas è furbo e rimane nell’ombra, perché sa che le grandi cose si fanno in silenzio, e che “il più chiassoso della sala è il più debole della sala.”
Frank ha anche una meravigliosa famiglia, giù, in North Carolina. Certo, non li sente molto spesso, ma da vero “bravo ragazzo”, i parenti sono sempre nel suo cuore. E di parenti, bisogna dire, Lucas ne ha davvero tanti, talmente tanti che potrebbero formare un vero e proprio clan, perciò se li porta in blocco a New York, per farsi aiutare nella gestione dell’”impresa”. Fratelli, cugini, nipoti, piombano tutti sulla Grande Mela alle dipendenze del “Capo clan”, che, novello Vito Corleone, li catechizza al suo ferreo codice “morale”: ”onestà, integrità, lavoro, famiglia”. E la famiglia ci sta e sguazza nel lusso che il potere crescente di Lucas si può permettere: macchine, donne, cocaina, locali, bel mondo: New York è ai loro piedi.
E l’apice del potere è certificato dall’invito a pranzo nella magione del più importante boss mafioso della città che si propone di distribuire Blue Magic sulla costa ovest. E’ una rivoluzione criminale: i siciliani lavorano per un nero. Ecco cosa può fare un autista in America.
Ma ancora, dopo più di un anno di lavoro, Ritchie non sa chi c’è dietro Blue Magic. Comunque una cosa è certa: chiunque sia, quella sera, sarà al Madison Square Garden, con tutto il bel mondo newyorkese, per seguire dal vivo l’incontro del secolo: Alì vs Fraser.
Se c’è un nuovo padrone in citta’, Ritchie è sicuro, lo troverà là, col naso in su, a guardare Alì che punge come un’ape e vola come una farfalla. Ed è qui, infatti, che casca Frank. Accantonando uno dei suoi comandamenti, per una sola sera, una sera speciale, si comporta come quello che è: un boss.
Arriva coperto da un piuttosto chiassoso cappotto di cincillà con colbacco abbinato, regalo dell’adorata mogliettina, e si siede proprio a bordo ring: sono suoi i posti migliori di tutto il palazzo, meglio di quelli di Frank Sinatra e del boss Cattano. E chi c’è nell’ombra, armato di macchina fotografica e certosina pazienza, ad immortalarne ogni espressione e a seguirne ogni movimento? Il tignoso Ritchie Robertson che ora ha capito tutto e si mette alle calcagna di Frank con la sua tenacia di mastino. E’ l’inizio della fine per Lucas. Il suo potere, arrivato allo zenit, non può che tramontare; i problemi si moltiplicano: dai poliziotti della “Speciale” che pretendono regali “speciali”, alla sempre più agguerrita concorrenza criminale, e alla fine ci si mette pure il governo che annuncia il ritiro delle truppe dal Viet-Nam e addio trasporto sicuro della merce (come quella volta che tutta quella polvere magica viaggiò addirittura sull’aereo che riportava Kissinger a casa dall’oriente…)
Insomma, Frank non ha più “la pace della mente”, mentre Ritchie passa ore e ore in ufficio, per strada, nei ghetti e scopre tutto di lui, della sua vita saggiamente ordinata, della domenica in Chiesa con la mamma: un bravo americano che diventa più potente ogni volta che un ago buca una vena.
Ed è per questo che alla fine si tifa tutti per Ritchie, il poliziotto onesto del New Jersey che aspetta silenzioso la sua preda ormai catturata, una domenica piovosa, sul sagrato di una Chiesa. E’ lui l’eroe.

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