Vincenzo Rabito – Terra Matta (Einaudi)

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Se avessi assaporato per tempo la bellezza di questo testo, non avrei avuto dubbi ad andare a Chiaramonte Gulfi al convegno del 18-19-20 gennaio scorsi

Se avessi assaporato per tempo la bellezza di questo testo, non avrei avuto dubbi ad andare a Chiaramonte Gulfi al convegno del 18-19-20 gennaio scorsi, e anche per la bellezza dei luoghi, prima di ritrovarmi qui a riguardare il programma per immaginare le atmosfere, le parole. E però mi compiaccio a vedere i nomi di giornalisti e professoroni riuniti a parlare di lui, di un bracciante inafabeto della provincia di Ragusa di cui la Einaudi ha pubblicato l’autobiografia mentre lo Stabile di Catania ha già realizzato, dell’opera, la trasposizione teatrale. “Questa è la bella vita che ho fatto il sotto scritto Rabito Vincenzo, nato… a Chiaramonte Qulfe… figlio di fu Salvatore e di Qurriere Salvatrice, chilassa 31 marzo 1899…” Comincia così nel linguaggio improbabile di un siciliano senza “la punta della lettera”, senza cultura, che vuol tuttavia rendere il proprio parlare “spiegato” , e continua per altre 1027 pagine senza margini, a interlinea zero, con un punto e virgola ad ogni parola. Un linguaggio imprescindibile ed inarrestabile seguendo il quale il vecchio Vincenzo Rabito s’è chiuso nella sua stanza per sette lunghi anni e senza rendere conto a nessuno ha buttato giù, su una vecchia Olivetti, le pagine della propria lunga e travagliata vita passata attraverso le vicende di cinquanta anni di storia italiana. Con una memoria ed una precisione strabiliante Vincenzo ricostruisce fotogramma dopo fotogramma gli episodi da quando dodicenne dovette andare a lavorare per dare ammanciare alla famiglia e poi via via la partenza per il fronte la vita in trincea, la conquista del Piave e…e non sono ancora andata avanti e non vedo l’ora.
Se c’è una cosa che nasce con l’uomo è il bisogno di raccontare; ne ho avuto l’assoluta certezza leggendo questo libro, (ahimè addomesticato nella riduzione di 411 pagine e la divisione in capitoli e la punteggiatura a posto), perché ho pensato ai racconti dei nonni e anche agli aedi e all’uomo primitivo che la sera posava la clava per mettersi a raccontare al calore del fuoco inventato lì lì apposta per stare al calduccio durante i racconti. E ho capito che la forza narrativa, la capacità di restituire episodi di grande evidenza cinematografica non è solo dei letterati o di quelli bravi a fare operazioni di marketing, è della gente comune, degli ignoranti. Ci sono situazioni di una comicità boccaccesca come quello del primo impiego di Vincenzo quando doveva far la guardia alla moglie del padrone: …E il massaro Matteo mi ha detto: – Vicienzo, vaie a compagnare alla signora Rosa alla messa-. Perché era il Ciovedì Santo, che messe ci n’erino più assai. Quinte lui era rileciuso, come capeva io, ma con sua moglia alla messa non ci voleva antare, perché era celuso, perché la moglie, esento con il marito, non dava compedenza annessuno e Matteo non poteva vedere niente, mentre, antantece io, quella sapeva che io era forestiere e parlava con il suo amico. Certo che io cia aveva capito tutto de che cosa se tratava: che lui era molto lavoratore, troppo zamarro, ma era troppo cornuto. E se per caso sapeva che io era dacordio con sua moglie, certo che qualche notte io antava a fenire butato nel fiume di Ciurfo bastonato. O del tentativo di combinargli un matrimonio durante la licenza: …Con la tanta allecria che avemmo tutte, mi avevino portato a Gnazina nel letto per corcarese comme e mi hanno chiuso la porta, e la racazza cià era pronta per potere fare tutto, che volevano che io me l’avesse a sposare; e io mi ce sono voltato unpo’ brutto… che, quanto ci dobiammo sposare, prima io lo devo dire a mia madre e ci vole il conziento di mia madre, che ancora non ha fatto io neanche 20 anne. Mentre parlavo, sua madre, che era la capa di questo fatto, mi ha detto: – Che paresevo biduzze corcate tutte 2! Parete marito e moglie – ….Ma per quella parte che mi avevino fatto e quello trucco che mi avevino fatto, io non la voleva più, Ignazina,neanche se era carricato di oro, perché mi faceva schifo per quella stubita azione. Ci sono gli episodi al fronte, quelli di allegria cameratesca: E così, in quella cassa, invece di trovare solde, abiammo trovato a sant’Antonio con una croce e uno bambino nel braccio, ed era bello intatto, che tutte le cose che c’erino lì ancora erino senza tocate, compure che ci avevino stato li austriece… Ma noi fante.. lu abiammo preso, a questo sant’Antonio, lo abiammo portato alla porta, lo abiammo messo impiede, ci abiammo messo il lermetto di uno di noie, ci abiammo calato il sotto cola, ci abiammo messo il focile…e ci abiammo fatto fare la guardia, e tutte noi vicine che guardammo…E abiammo fatto questo: di farece fare la sentenella assanta Antonio! Così si ha trovato che venne uno oficiale di specione. E certo che era di notte e come entrava l’oficiale il soldato di sentenella ci doveva fare il saluto. Noi non ni avemmo acorto che veneva l’oficiale. Quinte l’oficiale entravo e la sentenella non ci ha fatto il saluto, e l’oficiale ci ha messo una mano nella spalla, decentoce: – Bestia, che faie dorme!? – E sant’Antonio cascavo, e quello ci ha detto: – Animale, io l’ho detto che davvero duorme! Così risponde uno napolitano che intialetto ci ha detto: – Che, non lo vede che quello eni sant’Antantonio, e lei ci ha detto “animale”?
Ci sono le verità storiche, la dettagliata descrizione delle operazioni di guerra, le grandi conquiste: in quella povira mia casa, con quelle lire 150, pareca la bataglia del Piave l’aveva vinto mia madre, che quelle solde forino un tesoro. E qualcosa in più sottratto al corredo di guerra: io in campio ci aveva lasciato: 2 camicie,2 coperte,li 20 cuchiaia,un paio di scarpe, che Vito mio fratello ni ha detto: – Queste per pestare racina, quanto viene la vendemia, sono buone -. Ci aveva lasciato 4 maglie, 6 paia di calzette, e tante panciere e tante altre cose, e magare la cavetta e la buraccia.
Ci sono tutte la avventure: perché, se all’uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente darraccontare. E poi c’è la lingua. Al di là del piacere che può incontrare chi della stessa terra matta di Rabito, ”Descraziate siciliane terramatta”, riconosce nella parlata modi di dire e di intercalare, c’è il riconoscimento da parte di tutti, credo, di un linguaggio atavico, ancestrale che è l’unico possibile, ed è quello orale, per dar forma ai pensieri ai ricordi per come si sono tenuti miracolosamente intatti nella mente dell’autore. Qualcosa di unico, perché se di fronte ad un linguaggio inventato, come quello di Camilleri, ognuno può dire la sua e a ragione, che non è letteratura e magari uno scrittore più avvelenato di altri può pure raccontare che fu lo stesso Sciascia a stroncarlo, ecc., nel caso di Rabito invece non si può far altro che prendere atto del fenomeno, del fatto che si può entrare dentro le cose, i fatti, la storia, la potenza del narrare, anche con poveri mezzi, gli unici possibili, e per lunghissime 1027 pagine. Si è parlato di epopea della povera gente, si è detto di Manzoni o del Gattopardo, ancora una volta usando i nostri soli “poveri” termini di paragone, quelli della letteratura aristocratica, senza considerare di fronte ad opere come queste, a fenomeni come questi, che se la storia non sempre la fanno i generali, e Rabito ci ha raccontato la vita in trincea, gli spostamenti di notte, gli ordini e le conquiste, e le piccole battaglie viste da chi le ha fatte veramente, è altrettanto vero che la letteratura non sempre la fanno i letterati… e magari un giorno li studieranno pure a scuola.
Chissà se a Chiaramonte i professoroni hanno pensato le stesse cose…

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