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Io e Parsifal

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Sabato, primo pomeriggio. Sto a casa a fare esercizi di rilassamento e respirazione. L’appuntamento lo richiede: l’esecuzione integrale in forma di concerto del Parsifal di Richard Wagner

Sabato, primo pomeriggio. Sto a casa a fare esercizi di rilassamento e respirazione. L’appuntamento lo richiede: l’esecuzione integrale in forma di concerto del Parsifal di Richard Wagner, all’Auditorium con l’orchestra di Santa Cecilia diretta da Daniele Gatti, uno dei più bravi direttori d’orchestra della nuova generazione. Wagner l’ho ascoltato sempre su cd e mai dall’inizio alla fine. Sarà una maratona, ma non posso mancare. È troppa la voglia di ascoltarlo in una sala adatta come quella dell’Auditorium.
Il concerto comincia alle cinque. Mi incammino, ho ripassato la storia raccontata da Wagner, il Gral, i cavalieri, l’arme, l’amore… E’ come se mi portassi dietro la Foresta nera, il Walhalla, Thomas Mann, Musil e Nietzsche. Entro nell’Auditorium, la sala si sta riempiendo. Prendo posto, accanto a me ho due anziane signore che sbuffano per il caldo e la posizione troppo laterale. Si alzano, si siedono in altri posti, più in alto. Meno male, sono da solo.
Le cinque e dieci. Ancora non si vede nessuno. Il pubblico comincia a scandire i primi battimani… e su belli, e ‘namo, uscite che se no se fa’ troppo tardi.
Una voce annuncia che per la temporanea indisposizione di un solista, il concerto inizierà con venti minuti di ritardo. Temporanea indisposizione? Venti minuti? Tra la folla cominciano a fioccare le ipotesi sull’ora di chiusura del concerto: chi sussurra 21,30; altri alzano la posta a 22,00, altri ancora puntano decisi sulle 23,00/23,30. Io sto lì seduto con il libretto dell’opera, concentrato. Ce la posso fare.
Ecco, arriva l’orchestra, una marea umana di violini, violoncelli, fiati, trick, track e castagnole. Guardo alcune orchestrali e immagino meravigliose storie d’amore tra un Bolero di Ravel e le Gymnopédies di Satie. C’è una violinista bellissima, altera, splendidi capelli neri (e con due bocce da paura!) e il sogno così si trasforma in una lussuriosa saga di primavera stravinskijana… Ma mi devo ricomporre, Wagner non approverebbe, lui era un professionista degli amori delusi.
Si dispongono i coristi, i cantanti; alla fine arriva Daniele Gatti. Scansa quasi infastidito gli applausi di esordio del pubblico… come a dire “non è ancora venuto il momento di farci i pompini a vicenda”. Si rivolge all’orchestra, alza la bacchetta e via. Inizia il primo atto. Davanti a me c’è una donna con lo spartito musicale e una piccola torcia elettrica per seguire tutti i passaggi dell’opera. A volte segna con una matita qualcosa sulle pagine. Il Paese straccione del Grande Fratello è lontano anni luce dall’Auditorium. Gatti sembra soffermarsi su ogni piega del primo atto del Parsifal. Come a dire: io qui non butto proprio niente. Una lentezza estrema, implacabile che comunque rapisce, ammalia, soggioga. Ti senti parte dello sforzo dell’uomo a dominare il caos magmatico dell’esistenza. Poi alla fine l’uomo magari cede al caos, ma questo è un altro discorso. Almeno il tentativo è stato fatto… I cantanti fanno la loro parte; il personaggio di Parsifal è affidato al tenore Simon O’Neill, che ha la stazza più di un Falstaff che di un eroe wagneriano, ma tant’è… non si può avere tutto. Il personaggio di Kundry, la donna ammaliatrice e “zoccola” che deve cercare di corrompere Parsifal, viene invece interpretato da Evelyn Herlitzius, voce e movenze eteree… meglio comunque la violinista altera (è magra, eppure, Santo Gral, porterà la quarta di seno, o una terza molto abbondante?).
Dopo due ore e un quarto finisce il primo atto.
Sono in perfetta forma. Per il momento tengo benissimo l’andatura. Il pubblico va a spugnarsi all’aperto o al bar dell’Auditorium. Si riaccendono i cellulari, si fumano le sigarette. Siamo accomunati dallo stesso destino: sappiamo quando siamo entrati, ma non sappiamo quando ne usciremo. Avverto il mio amico che non ce la faccio per il dopocena. Vorrei avvertire anche mia madre che mi aspetta a casa per la cena (figuriamoci, ma che pretese!), ma il numero è occupato. Il pubblico, intanto, si accalca ai bagni. Non c’è niente da fare, Wagner è una vera e propria croce per i prostatici.
Rientro in sala. Non ho preso né acqua, né viveri. Folle! E se poi mi viene una crisi di fame nel bel mezzo dell’esecuzione? Sfido la sorte. Mi sento fino in fondo un Cavaliere del Santo Gral.
Rientrano l’orchestra (l’occhio va alla violinista e a quelle splendide, magnifiche, wagneriane… esatto!) i coristi, i cantanti. Ecco Daniele Gatti. Agli applausi del pubblico, l’ombroso direttore d’orchestra risponde ancora un po’ infastidito con appena un lieve cenno del capo, come a dire “ma allora siete de coccio? E fateme concentrà!”. Guardo la sala… c’è stato un leggero diradamento nelle presenze. I primi abbandoni. La corsa si fa dura. D’altronde, il Gral mica è per tutti.
Il secondo atto scivola via sulle schermaglie tra Parsifal e Kundry, sul richiamo delle Fanciulle in Fiore a Parsifal per conquistarne il cuore (quasi un Canto delle Sirene verso l’Ulisse wagneriano); il cavaliere riesce a riprendere la lancia con la quale il cattivo Klingsor aveva colpito Amfortas, il ministro del Gral, procurandogli una ferita che non si rimarginava (mamma mia che dolor!).
Quel richiamo delle Fanciulle in Fiore, quelle voci soavi che si accavallano, creando un variegato, policromatico tappeto sonoro… non a caso Debussy sarà influenzato da quest’opera (l’unica che apprezzava veramente del repertorio wagneriano) per il suo Pelléas et Mélisande.
Finisce il secondo atto. Il pubblico va alla ricerca di nuovi spugnamenti. Le file al bagno ricordano quelle alle mense pubbliche durante la Grande Depressione del ’29. Gli anziani boccheggiano, si attaccano alle bottigliette d’acqua. Qui siamo oltre le 21,00. Mi chiedo se devo affidarmi alle linee notturne dell’Atac per tornare a casa. Rimango comunque seduto al mio posto, senza un goccio d’acqua, né il conforto di viveri (neanche una caramella, un po’ di zuccheri!). D’altronde, il bar dell’Auditorium è preso d’assalto da torme di attempati Lanzichenecchi (altro che cavalieri del Gral). Se magnano pure l’anima! Che esagerazione! La crisi di fame è in agguato, però. Ma non fa niente, vado incontro al mio destino, come un meraviglioso eroe wagneriano… O come un coglione verdiano? Ma la violinista dov’è? Ah, eccola che rientra con quella gonna lunga che le fascia i fianchi e le gambe, e quelle scatenate sinfonie di Shostakovich in mezzo… basta, ho capito!
Rientrano tutti gli orchestrali, i coristi, i cantanti… Gatti si inchina un po’ di più agli applausi di apertura, ma la sua espressione è sempre la stessa: “Per me, voi siete proprio de’ coccio!”.
Inizia il terzo atto. Eccola, la crisi è arrivata. Non mi sento più le labbra. Lo stomaco si sta rattrappendo per i morsi della fame. Qui dentro c’ho un tamburo che potrebbe benissimo accompagnare l’orchestra di Santa Cecilia. Ma continuo imperterrito nell’ascolto, mentre la signora davanti continua a segnare con la matita i soliti ghirigori sullo spartito. Ormai la domanda sorge spontanea (saranno anche i morsi della fame): ma che cazzo scrive?
Comunque sono come il povero Amfortas, devo portare sta’ croce della fame fino alla fine. D’altronde per diventare cavaliere del Gral bisogna sostenere prove indicibili… Senti la pancia come raglia!
E poi ecco il momento che aspettavo. L’entrata nella sala del Gral. L’orchestra si muove compatta; è una meravigliosa, possente, invincibile macchina sonora che scuote tutta la sala. Da l’impressione che sull’onda di quella musica si possa sollevare e arrivare a toccare gli alti soffitti. Una cosa strabiliante che mi fa spalancare la bocca (e non è la fame!), e tremare dalla commozione. Che Dio benedica Richard Wagner e la sua musica!
Intanto i posti si stanno progressivamente svuotando. Saremo un terzo degli spettatori che hanno assistito all’inizio del concerto. Solo i migliori, i veri cavalieri del Gral. Dopo qualche minuto sento un suono provenire dal mio giaccone, una leggera vibrazione. Vengo colto da sgomento, mi sono dimenticato di spegnere il cellulare. Mi avvento sul giaccone, coprendolo con il mio corpo, quasi ci fosse dentro una bomba ed io fossi l’eroe che si immola per la collettività. Sul bel Danubio blu (la mia suoneria mitteleuropea) suona ancora per qualche altro secondo, poi finalmente smette. Sarà mia madre che non sa che fine ho fatto (sono passate le undici, povera donna!). Spengo il cellulare e ascolto, stordito (sei ore so’ proprio tante!) gli ultimi momenti dell’opera. La signora sotto di me è arrivata alla fine dello spartito.
Alle ore 23,15 Daniele Gatti conclude l’esecuzione del Parsifal.
Boato dei cavalieri del Gral che sono rimasti ai loro posti per tutta la durata del concerto (intervalli permettendo). Battimani convinti, grida di giubilo (forse anche perché ora si torna finalmente a casa?).
Applaudo stanco ma contento, do un ultimo sguardo alla meravigliosa violinista e alle sue due stupende sinfonie mahleriane e poi fuggo via. C’ho bisogno di una cena wagneriana per il mio stomaco!

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