Heath Ledger (final)

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E’ mattino presto di una gelida giornata di sole, oltre i vetri del bar figure di luce avanzano spedite sul marciapiede. Alle nostre spalle, le voci confuse, sorprese degli amici, dicono che Heath Ledger è morto ieri nella sua casa di New York, da solo.

E’ mattino presto di una gelida giornata di sole, oltre i vetri del bar figure di luce avanzano spedite sul marciapiede.
Alle nostre spalle, le voci confuse, sorprese degli amici, dicono che Heath Ledger è morto ieri nella sua casa di New York, da solo.
“Forse un’overdose, non escludono il suicidio.” “Come fai ad escluderlo, non lo escludi mai.” “Aveva ventotto anni, una figlia di due… Era all’apice del successo…” “Il film di Nolan, con lui nei panni del Joker, deve ancora uscire…”
Ora le voci ci chiedono se lo avessimo mai tradotto Heath Ledger.
E noi, sì, lo abbiamo tradotto.
Gli amici tornano a parlare tra loro, e la luce oltre i vetri si oscura.
La stessa luce dei primi di settembre di due anni fa. Il 2005, annus mirabilis dicevano al Lido di Venezia dove Heath Ledger era presente con tre film: un record nella storia del Festival. I fratelli Grimm e l’incantevole strega di Terry Gilliam, Casanova di Lasse Hallström e il film che avrebbe vinto il Leone d’Oro, I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee, insieme all’amico Jake Gyllenhaal ed alla compagna Michelle Williams conosciuta sul set.

Lo avremmo tradotto per la presentazione del film di Ang Lee, ci avevano detto, e poi avremmo continuato con lui per gli altri film: la familiarità favorisce la comunicazione, il contatto. La sera, al Lido, dopo la proiezione di I segreti di Brokeback Mountain non si faceva altro che parlare dei due cowboys. Attori straordinari, coraggiosa storia d’amore e molto altro.
La mattina dopo i giornalisti accorrevano a frotte, curiosi, nel giardino dell’Hotel Des Bains. C’era una luce calda, meravigliosa, e i tavoli per le interviste risplendevano nelle loro tovaglie bianche. Nella parte alta del giardino Ang Lee, minuto, sorridente, si infervorava nel suo misto di passione e aplomb, un torrente di parole che scorre con flemma asiatica, quasi non si accorgesse dello scandalo provocato con il suo travolgente amore tra due cowboys. Ad un tavolo laterale Jake Gyllenhaal parlava: busto proteso in avanti, sorridente, curioso, trionfale.
C’era sotto il sole un’aria di trionfo. C’era chi il film lo aveva odiato, chi lo aveva amato, ma si sentiva, si sapeva che quello era “Il Film” del Festival. Il film di cui tutti avrebbero a lungo parlato.
Heath Ledger, accanto a noi, aveva una maglietta bianca e allontanava il viso dal sole e dal trionfo del film. Le spalle poggiate alla spalliera della sedia da regista annuiva ascoltando gli elogi, le congratulazioni, senza sorridere. Rispondeva controllato alle domande. Risposte veloci senza ripensamenti, senza indecisioni, o aggiunte dettate dalla personalità del giornalista di turno. I giornalisti sconcertati cercavano di colmare il silenzio che sempre seguiva alle sue risposte. Un silenzio di cui lui non sembrava turbarsi affatto.
“Questo è un momento bellissimo della sua vita…” “Lei è giovanissimo, e ha già dato prove straordinarie della sua bravura…” “Ang Lee ha avuto parole di grande elogio per lei, e Ang Lee si sa è molto esigente…” “Lei sta per diventare padre…” Annuisce Heath Ledger e le voci incalzano, gli sguardi lo scrutano a cercare in lui le tracce della felicità. Si sa che gli attori australiani sono diversi, non sono gigioni come gli americani, guarda Cate Blanchett, bravissimi, ma algidi, non c’è che dire, eppure la felicità in genere si vede, lascia piccoli segni inequivocabili: uno scintillio in fondo agli occhi, il tremito delle labbra, una fierezza ingenua talvolta, un’arroganza magari, di chi la felicità l’aspettava da tempo e la ritiene dovuta.
Ma Heath Ledger non è affatto arrogante, è solo fuori dal sole, in una zona d’ombra che, a restarci a lungo, fa venire quasi freddo.
“Il suo personaggio è molto angosciante. Deve averle lasciato un segno profondo”
Un sorriso, e una leggerissima stretta di spalle.
“Quale è stata la differenza tra lavorare con Ang Lee e Terry Gilliam?”
E lui spiega che Ang Lee ti dice ogni gesto, ogni sfumatura, anche la lunghezza del mozzicone di sigaretta all’angolo delle labbra. Con Terry Gilliam è la follia totale, la libertà sfrenata.
Ma dal tono della voce non si capisce quale sia la differenza, tra i due.
“Arrivederci, congratulazioni.” Le interviste sono finite, Heath Ledger si allontana, i giornalisti si spostano nel sole.
La sera, sugli schermi del Festival, i suoi occhi ridono, impersona Casanova e Jacob Grimm, il fratello sognatore e un po’ malinconico dei due, scherza e seduce e si lancia all’avventura tra boschi stregati.
E il giorno dopo di nuovo lo incontriamo, il sorriso contenuto, la disponibilità e la stringatezza delle risposte, quel silenzio che grava e ristagna alla fine delle sue frasi.
Sembra sempre solo in mezzo alla gente, sorride dietro una parete invisibile. Noi che gli sediamo accanto scambiamo con lui solo un veloce saluto, gesti educati. I giornalisti continuano a scrutarlo, per vedere dove è nascosta la sua infinita bravura, cercano, dietro il suo bel viso, la sterminata gamma delle sue espressioni, dei suoi gesti sullo schermo. E soprattutto cercano la sua felicità.

Le voci nel bar dicono che ultimamente non riusciva a dormire, che di notte giocava a scacchi nel parco di Washington Square, dopo la separazione, a Natale era tornato in Australia, dove non c’è il mito del divo, e aveva detto ad un giornale che gli era sembrato di tornare ad essere un ragazzo.

“Lei si divide tra l’Australia e gli Stati Uniti, e ora con una figlia come farà?” Gli avevano chiesto allora.
E i suoi occhi, d’un tratto, si erano accesi: “Ora vivrò stabilmente a New York, con la mia compagna e mia figlia.”

L’ultimo giorno, per le interviste del film di Terry Gilliam, giornalisti stranieri e italiani, stretti attorno ad enormi tavoli, lo circondavano cercando di sollevare la voce, di allungare i microfoni. Gli chiedevano perché il regista avesse voluto dare, a lui e a Matt Damon, ruoli opposti rispetto alle loro apparenti personalità: Damon il materialista, il fratello che non crede alla magia; Ledger sognatore e timido che immagina la vita come una favola. Era un metodo per esplorare dentro di sé nuovi percorsi, per arrivare ad interessanti scoperte, spiegava. Quel pomeriggio erano i giornalisti stranieri a tenere banco e Heath Ledger rideva di più, rispondeva alle battute con altre battute secche e taglienti. E tutti ridevano. La folla attorno ai tavoli lo adulava, lo venerava, lo accarezzava con gli occhi. Lo studiava sempre. Quel pomeriggio lui era il migliore, il più grande, l’astro del cinema, molti giornalisti che non avrebbero scritto del film di Gilliam, accumulavano dati su di lui, su quel ragazzo giovanissimo paragonato a Marlon Brando. La folla stringeva, premeva eppure la parete invisibile era sempre lì a proteggerlo, la sua figura eretta, il suo volto impenetrabile spiccava tra le braccia levate, i volti concitati. Nessuno osava stargli troppo addosso.
Quei giorni la sentivamo sempre in agguato l’ombra nel sole di settembre. Avevamo creduto che fosse la nostra. Ed, in parte, certo lo era. Lo avevamo detto agli organizzatori: non serviva che fossimo sempre noi a tradurlo, non si era stabilita una vera sintonia, non avevamo scambiato molte parole. Neanche sulle nostre figlie che sarebbero nate negli stessi giorni.

Ora le voci alle nostre spalle parlano d’altro. Noi vorremmo seguirla ancora un po’, oltre la luce, la sua figura che avanza nell’ombra, varcata la soglia invisibile che non lo protegge più.

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