Condividi su facebook
Condividi su twitter

Un cous cous tra Rossellini, De Sica e Cassavetes

di

Data

C’è un operaio, Slimane, che lavora al porto di una cittadina vicino Marsiglia. Slimane ha sessantun anni. Il suo volto ossuto è stato scavato dalla fatica e dalla vita. In più è anche arabo.

C’è un operaio, Slimane, che lavora al porto di una cittadina vicino Marsiglia. Slimane ha sessantun anni. Il suo volto ossuto è stato scavato dalla fatica e dalla vita. In più è anche arabo. Improvvisamente viene licenziato. È vecchio ormai. I nuovi precari avanzano decisi sui posti di lavoro. Slimane tenta allora di realizzare il suo sogno: ristrutturare una vecchia nave arrugginita attraccata al porto, e farne un ristorante dove si serva principalmente il cous cous di pesce. Per fare questo ha bisogno della sua famiglia che dire allargata è un eufemismo: la sua ex-moglie, i figli con nuore e generi al fianco, la sua nuova compagna, la figliastra (Rym, la persona con cui Slimane si sente più in sintonia), gli amici fidati. Slimane vaga da un ufficio all’altro della città, insieme a Rym, per avere i finanziamenti e le necessarie autorizzazioni. Senza successo. Ma Slimane non demorde. Ristruttura la nave e decide di fare l’inaugurazione del ristorante, invitando le persone “potenti” della città che fino ad un attimo prima gli avevano chiuso le porte in faccia. È sicuro che davanti al cous cous cucinato dalla sua ex-moglie non sapranno resistere. Ma il destino ci mette sempre lo zampino. Soprattutto quando si tratta di poveri disgraziati che cercano di realizzare qualcosa di bello. Il cous cous rimane nella macchina del figlio “puttaniere” di Slimane che scappa via, preoccupato della possibile scenata della moglie, quando vede nel ristorante una delle sue amanti. Il panico si diffonde allora nella famiglia. Il figlio degenere è sparito, non risponde neanche al cellulare, l’ha staccato. Per fare dell’altro cous cous per tutti quegli invitati ci vuole più di un’ora. Allora Slimane prende il suo motorino e corre per le strade della città, va a casa del figlio scomparso. Lì trova la nuora, una slava, incazzata nera perché ha scoperto che la famiglia di Slimane copre il marito con le sue scappatelle. È una delle scene più violente e drammatiche che io abbia mai visto. La disperazione di questa donna che si sente abbandonata da tutti, e che continua a ripetere, in una litania di sofferenza, le umiliazioni che deve sopportare dal marito, è qualcosa di lancinante, ti mozza il respiro (e vorresti fare un monumento alla bravissima doppiatrice che l’ha dovuta ricreare con tutte quelle parole smozzicate e i sospiri e le frasi ripetute). La scena dura parecchi minuti e a tratti diventa quasi disturbante. Ma cazzo, questa è la verità della vita! Questo, mi verrebbe da dire, è Cassavetes, con tutta la sua forza e autenticità!… Nessuno sconto, questi siamo noi, ci dice l’immenso regista franco-tunisino Abdellatif Kechiche (e se potete, procuratevi in dvd il suo precedente film, La schivata, un piccolo gioiello), con le nostre paure e speranze, con i nostri peccati e le nostre redenzioni… Slimane ritorna in strada, e scopre che dei ragazzini gli hanno rubato il motorino (straordinaria citazione del De Sica di Ladri di biciclette). Tenta di raggiungerli. La sua corsa per le strade del quartiere con quel suo viso quasi imperturbabile, teso soltanto alla realizzazione del suo sogno, del suo riscatto come uomo e come lavoratore è grande cinema. Perché non c’è niente di finto, è la corsa di un uomo di sessantun anni, con le ossa che gli fanno male e il fiato che se ne va via troppo presto. Nel ristorante intanto vengono serviti i liquori. Una delle donne della famiglia dice: “Tanto i francesi quando bevono si dimenticano di tutto, anche delle mogli”. Le inquadrature feroci di questi fantocci ai tavoli, politici e affaristi francesi, valgono più di uno studio sociologico sulla Francia destrorsa della zona di Marsiglia…

Rym decide allora di placare i malumori degli invitati ballando la danza del ventre. Si scatena Rym, muove il suo corpo con voluttà, ma anche con rabbia. È una specie di sacrificio il suo, per l’amato Slimane. E intanto Slimane continua a correre dietro ai teppisti che gli hanno fottuto il motorino. Montaggio alternato: danza del ventre di Rym/corsa di Slimane. E intanto la compagna di Slimane, che non ci voleva neanche venire al ristorante perché gelosa della sua ex-moglie, comincia a preparare del nuovo cous cous. Il movimento di Rym, e quello di Slimane. A cancellare il “malocchio”, evocato spesso da un’amica di famiglia… Cous Cous è un’opera pantagruelica, debordante, anarchica, chiassosa (ci sono musica e parole in abbondanza). Un’opera molto saporita come il cous cous dell’ex-moglie di Slimane. Ma è soprattutto un film che ha al centro l’uomo. Kechiche ha compreso a pieno la lezione di Rossellini. La sua macchina da presa si concentra sui volti, sui corpi di questi uomini e di queste donne. Straordinaria è la scena del pranzo a casa dell’ex-moglie di Slimane, dove quasi tutta la famiglia si riunisce (a parte proprio Slimane). Una scena lunghissima, interminabile (anche qui, come non pensare a Cassavetes?) che serve a penetrare, a studiare i sentimenti e le psicologie delle persone ritratte. Persone che si sporcano le dita per mangiare il cous cous, che si guardano, si annusano, con le loro ripicche e le loro gelosie. Con il loro amore… È un film lungo quello di Kechiche. Due ore e mezzo. D’altronde per ritrarre l’autenticità della vita ci vuole tempo.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'