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David Remnik, direttore del “New Yorker”: “Internet è una conversazione universale”

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Il “New Yorker” è un settimanale americano longevo (è nato nel 1925) e del tutto originale che, pure nell’era di internet, gode di fedelissimi lettori e pubblica sulle sue pagine...

Il “New Yorker” è un settimanale americano longevo (è nato nel 1925) e del tutto originale che, pure nell’era di internet, gode di fedelissimi lettori e pubblica sulle sue pagine, rigorosamente in bianco e nero, saggi critici e letterari, lunghi reportage, vignette umoristiche e poesie.
David Remnick, vincitore di un premio Pulitzer nel 1994, ne è il fiero direttore da nove anni. L’ex reporter del Washington Post è intervenuto sabato 19 gennaio al ciclo di Lezioni di Giornalismo, che si svolge in questi mesi all’Auditorium di Roma, per parlare della stampa americana nell’era di internet. Noi l’abbiamo incontrato in quell’occasione.

Il New Yorker è un giornale che si caratterizza per il tono leggero: come sono stati gestiti i numeri in uscita dopo l’undici settembre?
Davanti a un evento tanto drammatico e sconvolgente, il New Yorker, un giornale dal tono comunque leggero, non era preparato, ma ha reagito, come nel ’41 dopo l’attacco di Pearl Harbour, puntando sulle sue caratteristiche di vivacità, pubblicando reportage con base letteraria ma tempestivi. La fedeltà alla linea editoriale è stata una scelta premiata dai lettori.

Il giornalista Liebling sosteneva che la libertà di stampa si limita alla libertà del proprietario dello stampato. Da direttore, ha mai ricevuto pressioni dalla proprietà del giornale?
No. La proprietà del New Yorker lascia noi giornalisti assolutamente liberi di scrivere. Ma è raro che un giornalista non subisca alcun tipo di pressione.

Con l’avvento di internet come è cambiata la libertà di stampa?
Con internet non serve più essere proprietari di un giornale per poter dire ciò che si vuole, ma è sufficiente poter disporre di un computer e di una connessione. Internet ha contribuito enormemente alla diffusione delle informazioni e alla nascita di un nuovo tipo di giornalismo, realizzato dai cittadini.

In che modo i cittadini possono fare giornalismo su internet?
Basti pensare alle fotografie inviate dagli abitanti di New Orleans dopo le devastazioni dell’uragano Katrina, oppure ai blog scritti dall’Iraq. Internet è pieno di commenti: è una conversazione universale.

Un simile movimento di informazioni è sempre e comunque un fatto positivo?
Internet trabocca di porcherie e mediocrità, ma anche di cose eccelse, come tutta la stampa. La rete è uno strumento incredibile, ma bisogna sempre indagare la salute delle informazioni, da qualsiasi parte provengano, a partire dalle bugie che trasmettono i Governi. Nel caso degli Stati Uniti, il non essere riusciti a smascherare per tempo le menzogne sulla convenienza della guerra in Iraq, smentendo Bush e il suo costrutto rivelatosi falso, è stato un desolante fallimento della stampa americana.

Il giornalismo americano può contare anche delle vittorie…
Certamente. I giornali e internet sono per esempio riusciti a mostrare le torture di Guantanamo, le prigioni segrete in Europa Orientale, le violazioni della Costituzione americana in nome di questa assurda guerra in Iraq.

Nell’era di internet il giornalismo ha ancora qualcosa da dire?
Fare il giornalista è un modo di sapere le cose ed è per me un sogno romantico. Ma la responsabilità dei giornalisti è grande. Viviamo in un mondo caotico, interconnesso, fluido, difficile da capire anche per una persona informata. In un simile contesto è indispensabile una stampa indipendente, un giornalismo aggressivo. Altrimenti le cose peggiori possono accadere. E spesso accadono.

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