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Tessera stampa n. 0108

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C’è persino il registratore della Sony, una scatola nera lunga mezzo metro con microfono che forse per l’epoca era considerato portatile

C’è persino il registratore della Sony, una scatola nera lunga mezzo metro con microfono che forse per l’epoca era considerato portatile, lo stesso con cui ha inciso su nastro le interviste a Yasser Arafat, Alfred Hitchcoch, Golda Meir, Ingrid Bergman, Totò, solo per citare una minima parte dell’elenco. Ecco perché è circondata da un alone di fascino l’immagine di Oriana Fallaci. Perché non si è limitata ad attraversare la storia, l’ha toccata con mano, nel corpo materiale di chi, di volta in volta, la scriveva in diretta. Registi, attrici, presidenti, difensori della democrazia e della dittatura. “Intervista con la storia” è senza dubbio il nome più adatto per la mostra sulla giornalista fiorentina che si tiene in questi giorni – fino al 30 gennaio – al Vittoriano.
C’è tutta la sua vita in quel percorso obbligato diviso in stanzette, che va dalla gigantografia di Oriana quattordicenne, in calzoni sulla bicicletta mentre faceva la staffetta per la resistenza contro il fascismo, alla sfilza delle Olivetti Lettera 22 che hanno dato il ritmo alle sue giornate. Ci passi in punta di piedi davanti alla sua vita, a quel “Zanna Bianca” con dedica della mamma sulle prime pagine ingiallite, alle fotografie con il suo grande amore Alekos Panagulis, a quella “tessera stampa n. 0108” con il timbro del 1960. Tessera evidentemente di molto successiva al suo primo articolo sull’ “Europeo”, con il quale si era conquistata persino la copertina di quel numero. Il buongiorno si vede dal mattino.
Tutti sono passati sotto il giudizio sincero e spietato della Fallaci, in qualunque campo. E forse allora, il modo migliore per capire chi è stata davvero, è intuirlo attraverso le parole degli altri, di chi l’ha conosciuta, piuttosto che fermarsi a quei ritratti austeri che, specialmente negli ultimi anni, amava dare di sé. “I love you deeply, I give you the essence of myself”, scrive di suo pugno Anthony Quinn il 2 dicembre 1992. E ce ne sono tante altre di lettere a lei indirizzate, alcune anche tenere: “Lei è fantastica – scrive con una calligrafia da bambina Raffaella Carrà nel 1986 -, ha spiegato nell’articolo di prima pagina del Corriere la situazione Libia-America benissimo. Così si fà.” Tiziano Terzani invece preferisce iniziare in questo modo la corrispondenza con la giornalista: “O divina!”. E come sembrano lontane quelle polemiche dell’ultimo periodo della sua vita sulla sua durissima posizione verso i musulmani, e la sinistra italiana, e l’Italia tutta, nella stanza dei cimeli del Vietnam. Sembrano lontane lì, e nel libro testimonianza di quell’esperienza, “Niente e così sia”, in cui è evidente la simpatia – almeno iniziale – che la giornalista aveva nei confronti dei vietcong che si ribellavano agli invasori.
La bandiera americana che i soldati le avevano regalato – in segno di profondo rispetto – sovrasta tutta la parete destra. Ed eccolo lì, il famoso zaino militare su cui aveva fatto scrivere il proprio nome, e avvertiva chiunque avesse ritrovato il suo corpo senza vita di riconsegnarlo all’ambasciata italiana. Nella teca al centro della stanza, il berretto e la borraccia che si portava dietro nelle sue incursioni da inviata di guerra in Vietnam. E ancora, nella stanza affianco c’è un altro documento su cui vale la pena soffermarsi: tra le varie copie di “Lettera a un bambino mai nato”, in italiano, inglese, francese, ebraico, c’è, semi-nascosto, un quadernino con la copertina bianca e fiorellini rossi. “Stamani, era l’alba, ho saputo che c’eri. E’ stato nell’attimo stesso in cui gli ho visto aprire la porta, senza rumore, guardarsi intorno come un ladro che teme d’esser scoperto, scivolar via svelto svelto…” Fa un certo effetto leggere il romanzo con la sua scrittura, così come lo aveva concepito, con le cancellature – poche – e le lettere alte, strette, ordinate, chiare e inconfondibilmente femminili. Così come grande femminilità rimandavano quelle fotografie alle pareti di un’Oriana giovane, bella, fanatica, con le gambe accavallate e il maglione un po’ sceso sulla spalla. Sarebbe un peccato, davvero, se le prossime generazioni ricordassero Oriana Fallaci in quelle foto di lei corrucciata, con lo sguardo severo e le labbra strette. Sarebbe un peccato se di lei ricordassero solo quell’indegna presa in giro della Guzzanti che sfotteva lei e il suo cancro – con la sinistra che si sbellicava dalle risate -, e le sue ultime parole xenofobe che fanno comunque parte del giudizio di una donna che, nel bene o nel male, non ha mai avuto paura di dire come la pensava.

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