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Andrej Longo – Dieci (Adelphi)

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Napoli. Un mondo pieno di munnezza, ma anche di incredibili contraddizioni. Un mondo putrido e allo stesso tempo fertile, dove la creatività, il genio si può nascondere nelle immagini più malfamate, più sgarrupate.

 

Napoli. Un mondo pieno di munnezza, ma anche di incredibili contraddizioni. Un mondo putrido e allo stesso tempo fertile, dove la creatività, il genio si può nascondere nelle immagini più malfamate, più sgarrupate. C’è questo libro dello scrittore e sceneggiatore Andrej Longo, Dieci (edizioni Adelphi, pp. 144, € 15,00). Dieci come i comandamenti che definiscono i titoli di ogni racconto della raccolta. Dieci racconti che parlano di Napoli e dei napoletani, ma non solo. Parlano degli uomini e delle donne che cercano di campare malgrado il destino (o Dio?) non sia stato troppo generoso con loro. E cercano di sfuggirgli al destino balordo (o al Padreterno?) che ha già cucito a tutti l’abito su misura. Perchè quest’abito va stretto, troppo stretto, non ci si campa bene. E così cercano di allargarne le cuciture, di strapparne i bottoni che opprimono lo stomaco, la pancia, il fiato. Ma è tutto inutile, il sarto (o Dio?) ha già fatto tutto per bene. Non serve a niente muoversi troppo. Ci si fa ancora più male. Longo utilizza la forma racconto con una lucidità di visione impressionante, impiegando le parole necessarie – non una di meno, non una di più – per descrivere la realtà che viviamo. Una realtà che fa sempre più paura. Altro che munnezza.

Non desiderare la donna d’altri

“Adelina, a mammà, e mò perché piangi?” ho chiesto.
Ho provato un’altra volta con la scarpa bianca, ma pareva che a entrare non ne voleva sapere. Ho preso un momento fiato. A stare in ginocchio il vestito mi stringeva e tenevo paura che si strappava. È vero che aderente me lo sono scelto io, però da quando l’ho scelto è passato buono un mese e nel frattempo ho messo quasi due chili. Al peso ci sto attenta, anche perché il fatto d’ingrassare è di famiglia. Guarda come si è fatta mia sorella, Mariannuccia, che pure è un anno più piccola. Quanto a ‘n elefante s’è fatta. Due chili so’ cos’ ‘e niente, e siamo d’accordo, ma due chili oggi, due chili domani, ci vuole un amèn a diventà ‘n’elefantessa pur’io. Ho preso un bel respiro, ho buttato un sorriso a mia figlia, però intanto lei, seduta sopra alla cassapanca, continuava a piangere, con le lacrime che scendevano sulla guancia e pareva ‘na fontana.
“Adelina, a mammà, è la felicità che ti fa piangere, non ti preoccupare”.
Con la mano ci ho accarezzato il piede, poi ho cercato di farlo entrare dentro alla scarpa. Mentre stavo a inciarmare con il piede, ho cominciato a sudare un poco. Non era solo per lo sforzo. Era che l’estate, quest’anno, si è presentata prima. Una domenica attufata di scirocco che facevano più di trenta gradi.
“Ci mancava lo scirocco” ho pensato.
Mi sono asciugata il sudore con il dorso della mano. Ho gettato l’occhio sopra all’orologio che segnava già le undici e mezza.
“Si sta facendo tardi” ho detto.
Adelina non la finiva di piangere. E mò alle lacrime si erano aggiunti pure i singhiozzi, e per i singhiozzi si muoveva tutta, e la scarpa così non traseva né ora né mai.
“Lo sai che pure io piangevo quel giorno. E come piangevo Adelina” ho detto mentre prendevo fiato un’altra volta. “E’ la felicità che fa piangere” ho precisato.
Sarà stata pure la felicità, intanto continuava a piangere. Con le lacrime che si mischiavano col rimmel e la sporcavano di nero sulle guance.
“Adelina e mò basta a mammà, jà, finiscila. Pari ‘na zingara co’ chella faccia nera”.
Ho alzato appena appena il tono della voce. Ho sentito una goccia di sudore che se ne scendeva in mezzo ai seni.
“Che caldo!” ho detto. “Hai visto che caldo Adelina?”.
Lei ha lanciato un allucco da bestia. Si è messa le mani nei capelli, dentro ai ricci scuri, che ci avevo passato mezz’ora buona a sistemare quelle ciocche arravogliate, e mò era fatica sprecata, mò stavamo punto e a capo, in più co’ quella faccia nera che pareva ‘na zingara, mica la sposa di Carmine Acciardi.
“Adelina, e finiscila che mi fai paura” ho detto alzando il tono della voce.
Qualcuno ha bussato alla porta.
“Donna Carmè, tutto a posto? Abbiamo sentito gridare”.
“No, quello era la televisione. Sta tutt’a posto” ho detto.
Adelina intanto si era alzata, e camminava per la stanza, scalza, con il vestito da sposa che strusciava sopra alle mattonelle bianche, con quei pugni chiusi che colpivano l’aria, e quei lamenti che riempivano la stanza.
“Adelina, ma che tieni, che tieni? Parla!”
Niente. Mia figlia continuava a piangere, come un uccello che l’hanno sparato, con i pugni chiusi che non sapevano dove colpire.
“Che tieni? Fatti capire” ho detto ancora.
Si è gettata per terra, tirando certi cazzotti disperati sopra al pavimento.
“Alzati Adelì, alzati che sporchi il vestito”.
Un animale, questo sembrava. Sudata, con i ricci arravogliati, la faccia nera, quei lamenti da bestia, tutta sbattuta dai singhiozzi.
Mi sono avvicinata a lei camminando in ginocchio, come un animale pur’io. La volevo calmare, volevo capire, stavo pure preoccupata perché mancava mezz’ora a mezzogiorno, ci stavano tante cose da fare e quella tarantella non sapevo come finirla.
Hanno bussato di nuovo alla porta.
“E’ pronta la sposa?”.
“Ancora un poco” ho risposto. “Un quarto d’ora e abbiamo fatto” ho aggiunto. Ma non stavo più tanto convinta.
Ho provato a scotoliarla per la spalla. Niente.
“E andiamo, Adelì, tu mi vuoi fare uscire pazza stamattina”.
Lei ha lanciato un lamento esagerato e io, per il nervoso, le ho azzeccato un paccaro in faccia.
All’improvviso il miracolo è successo.
Di punto in bianco ha finito di piangere. E ha cominciato a guardarmi co’ quegli occhi scuri e silenziosi, che pareva mi voleva scavare da dentro.
“Adelì, come ti senti a mammà? È passato?”.
Ha fatto segno di sì con la testa.
L’ho aiutata ad alzarsi.
“Donna Carmè, qua ci sta lo sposo che vorrebbe vedere la futura moglie” ha detto qualcuno da dietro la porta.
“No, no, la sposa non si può vedere” ho risposto.
Sudata, mezza sbattuta pure io, con la paura che entrava Carmine Acciardi e si vedeva tutta la scena. Ci mancava solo quello.
Per sicurezza sono andata vicino alla porta e ho chiuso a chiave.
“Porta male vedere la sposa prima” ho detto mentre chiudevo.
“Ma guarda la miseria che ci doveva prendere a mia figlia il giorno del matrimonio, ci sta tutto il quartiere, è venuto pure il vescovo a benedire le nozze, meno male che si è calmata” ho pensato.
(…)
“Mò proviamo un’altra volta ‘ste scarpe” ho detto.
Mi sono inginocchiata di nuovo, tornando a inciarmare con il piede di mia figlia.
“Dev’essere un numero più piccolo,” ho detto “perciò non trasono. Ma mò vedi che ci riusciamo, non ti preoccupare a mammà”.
“Io a Carmine Acciardi non me lo sposo” ha detto.
Con la voce tranquilla, uguale se stava dicendo che il caffè lo preferiva amaro.
Un altro poco mi veniva un colpo. La mano mi è tremata e la scarpa è caduta per terra.
“Mannaggia a te, era quasi entrata” ho detto ad alta voce.
Ho ripreso la scarpa e ho tornato a fare il tentativo d’infilarla.
Come niente fosse. Come se non avevo sentito.
“Può essere che ho sentito male” ho pensato.
“Tanto è inutile,” ha detto Adelina “ non me lo sposo”.
Ho dato un colpo secco alla scarpa e finalmente il piede è entrato.
Poi l’ho guardata.
“Ma che sei scema? La cervella non ti funziona più?”.
“Piuttosto mi ammazzo” ha detto.
“Non c’è bisogno, quello ti ammazza lui. E ammazza pure a tuo padre, a me e ai fratelli tuoi” ho detto.
Non si è mossa. Ferma, immobile. Pareva la Statua della Libertà ch’è uscita pazza.
“Ma che ti è preso oggi?” ho detto.
Con un fazzoletto ci ho pulito la faccia dal rimmel.
“Mammà…”.
“Mammà niente. Carmine è la fortuna tua. È ricco. È bello. È rispettato da tutti. Ti porta in palmo di mano. Ma che vai trovando?”.
“Non me lo sposo”.
“E se non lo volevi ci pensavi prima”.
Ho tornato a inginocchiarmi e a inciarmare con l’altra scarpa.
“Mettiamo questa e abbiamo finito”.
“Tenevo paura” ha detto.
“Che?”.
“Tenevo paura”.
“Tenevi paura?”.
“Sissignore. E poi pensavo che ci stava tempo. Speravo che succedeva qualcosa, che lo sparavano, che lo menavano in galera, che si scocciava di venirmi appresso”.
“Adelì, mò è troppo tardi”.
“E io mi ammazzo”.
E chissà come, dentro alle mani teneva stretto un paio di forbici. Ha buttato la testa un po’ all’indietro e si è messa le punte della forbice contro la gola, proprio là dove si vedeva il cuore che batteva.
“Che giornata di merda” ho pensato.
“Adelì…”.
“Mi ammazzo” ha ripetuto.
E ha spinto le forbici contro la gola. Giusto una ‘ntecchia, giusto quel poco ch’è uscita una goccia di sangue.
“Adelì, fermati!”.
“Mi ammazzo, te l’ho detto”.
“Parliamone…”.
“Non ci sta niente da parlare”.
“Vediamo che dice tuo padre…”.
“Se chiami a papà mi ammazzo subito” e ha spinto un altro poco le forbici contro la gola.
“Vabbè, statti ferma, non chiamo a nessuno. Però posa ‘ste cazzo di forbici”.
“Non le poso”.
“Non le posare ma statti calma”.
Stavo un bagno di sudore. Mi sono seduta di fronte a mia figlia. Mi sono asciugata il sudore con un pezzo di scottex.
“Adelì, spiegami bene, se no esco pazza appresso a te”.
Lei muta. Con le forbici in mano, pronta a tutto.
(…)
“Ma tieni a un altro?”.
Non ha risposto.
“Questo è, allora, che tieni a un altro?”.
“E tengo a un altro. Che cambia?”.
“Niente, un morto in più, uno in meno…”.
“Io non me lo sposo a quello, inventati qualcosa”.
“E che mi debbo inventare, Adelì?”.
“Non lo so. Che sento le voci, che ho perso la parola, che mi voglio fare suora. Ecco, sì, mi faccio suora e non ne parliamo più”.
Ho chiuso gli occhi. La testa ha cominciato a farmi male e non sapevo che fare.
“E chi è quest’altro?” ho chiesto. Così, tanto per prendere tempo.
Adelina non ha risposto.
Mi è venuta un poco di curiosità.
“Chi è? Che fa? Come campa?”.
“Campa onesto, quest’è sicuro”.
“Eh, vabbè, ho capito. Ma che fa?”.
“Sta imbarcato”.
“Che?”.
“Sta imbarcato, fa il marinaio”.
“Ma tu guarda la vita” ho pensato.
“Adelì, senti a me. Tu mò ti sposi a Carmine Acciardi. Passato l’entusiasmo dei primi mesi tuo marito molla la presa, tu sei più libera e ti fai tutte le cofecchie che vuoi, col marinaio, co’ l’idraulico, co’ chi ti pare a te. Con attenzione, si capisce. Da che mondo e mondo funziona così e non per questo noi donne abbiamo campato male”.
“Tu hai fatto così con papà?”.
L’ho guardata dentro agli occhi. Ho alzato la mano per tirarle uno schiaffo. Però mi sono controllata e ci ho fatto una carezza sui capelli.
“Lascia stare a tuo padre”.
“Però è così vero? Tu non lo amavi a papà. Te lo sei sposato solo perché ti conveniva, per i soldi”.
“Tu non sai niente”.
“E che ci sta da sapere, che ci sta da capire?”.
“Adelì, non è il momento”.
“Io la fine tua non la voglio fare”.
“E che vuoi fare, la rivoluzione?”.
“Non me lo sposo a quello, hai capito?”.
E un’altra volta si è messa le forbici contro la gola. Ho fatto un respiro profondo. Mi sono alzata. Mi sono fatta il giro della stanza. Volevo dirle che non ho fatto nessuna fine, niente di speciale. Che il mondo così funziona. Un marinaio! La vita è proprio strana. Mi è venuto da sorridere. Ho gettato un’occhiata all’orologio. Mancavano dieci minuti a mezzogiorno. Tempo per parlare non ce ne stava più. Ho pensato di nuovo che era una giornata di merda.
E che bisognava trovare una soluzione. Una soluzione qualunque.
“Diciamo che ti sei paralizzata”.
Adelina mi ha guardato. Zitta. Aspettando il resto.
“Hai avuto una crisi epilettica e non ti senti più le gambe. Stai spaventata. Ti fa male la testa. Non sai più come ti chiami. Ti dobbiamo portare urgente all’ospedale…”.
“E all’ospedale?”.
“Poi vediamo”.
“Va bene” ha detto.
“Sei sicura?”.
Ha fatto di sì con la testa.
Sono andata vicino alla porta. Ho girato la chiave e mi sono voltata a guardare mia figlia. Stava già sdraiata per terra che tremava un poco e tirava i calci con le gambe, come se teneva le convulsioni.
Mi sono fatta il segno della croce.
Ho lanciato un grido forte, due volte.
Poi ho aperto la porta con un colpo secco e mi sono buttata fuori urlando:
“Aiuto! Aiutatemi! Aiutatemi! Adelina! Che disgrazia! Marò, che disgrazia! Aiuto! Aiutatemi! Adelina! Che disgrazia!”.
Mi sono inginocchiata sopra al pianerottolo. Mi sono strappata i capelli, sbattendo la testa contro al muro.
“Madonna mia! Aiuto! Aiutatemi! Adelina! Che disgrazia!”.

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