Condividi su facebook
Condividi su twitter

I precari del divertimento

di

Data

Qualche giorno dopo la fine del 2007, ho conosciuto due ragazzi impiegati nella grande industria del divertimento.

Qualche giorno dopo la fine del 2007, ho conosciuto due ragazzi impiegati nella grande industria del divertimento. Con le occhiaie scavate da numerose notti insonne, M. e F. (vogliono restare anonimi) mi hanno raccontato il loro lavoro che mi è risultato assolutamente nuovo. In questo periodo, i ragazzi tentano di fare un po’ di soldi con la consegna dei pacchi: Roma è piena di uffici istituzionali che si scambiano per piaggeria regali e cestini e il trasporto frutta 2 o 3 euro a pezzo. Altri lavorano come camerieri nei ristoranti, barman nei locali e discoteche che è un lavoro affine a quello di M. e F. ma ancora diverso. M. è una ragazza avvenente di venticinque anni che studia, ogni tanto fa la hostess per i convegni e da tre anni è una “precaria del divertimento”. Questo nome è assolutamente arbitrario visto che non esiste ancora una professione del genere. F. è un ragazzo, anche lui di bell’aspetto, di ventitré anni, che studia legge e gioca a basket e fa questo lavoro da quattro anni, un veterano del divertimento. Inizialmente, sono stato subito colto dal pregiudizio che M. e F. fossero degli escort, cioè degli “accompagnatori” disposti, con un sovrapprezzo, a scambiare delle prestazioni sessuali con i clienti. – Niente di più lontano – mi ha assicurato M. – noi dobbiamo solo divertirci, siamo pagati per questo. Certo alcuni rischi si corrono: a Capodanno la gente vuole letteralmente “farti”. Non so se mi spiego: ti danno le pacche sul sedere, ti buttano gli occhi nel reggiseno, ti invitano in bagno. Nessuno escluso, vecchi, giovani, sono tutti eccitati- . Apparentemente il loro lavoro è quello di far divertire, cioè di animare i clienti di un locale che non sanno più come si fa, ma F. ci tiene a precisare che loro possono anche non interagire con i clienti, possono starsene tra loro: – Cosa c’è di più triste di un locale o una discoteca vuoti? Noi dobbiamo scaldare la pista, dare inizio alle danze, ubriacarci per primi. I proprietari o i gestori hanno capito che ormai conta solo l’imitazione: se uno inizia, l’altro lo segue -. M. e F. mi spiegano meglio i dettagli del loro lavoro: i capi dei locali li pagano un tot a sera più le consumazioni. All’inizio di ogni serata gli danno diversi biglietti da 50 euro che dovranno spendere nel locale come dei normali clienti. Questo non è l’unico obbligo: devono anche divertirsi e invogliare gli altri a farlo. – Ormai l’alcol e le droghe non servono più a niente – mi dice ancora F. – la gente è apatica e ha bisogno di una mano perché ci sono troppe distrazioni. Noi dobbiamo creare un’atmosfera positiva. Certo possiamo e dobbiamo anche interagire con gli altri invogliandoli a abbandonare le loro inibizioni, ma non siamo dei semplici clienti -. Si tratta proprio di un lavoro: – Dobbiamo prepararci dal giorno prima, andare in palestra, dal parrucchiere, dobbiamo comprarci vestiti nuovi, ma alla fine il gioco vale la candela… si guadagna bene – mi rassicura M. Certo anche questo lavoro ha i suoi lati “usuranti”: – Quando ti va bene lavori dalle 22 alle 5 del mattino successivo, ma capita che tocca fare due giorni di feste consecutive: dormi due ore, ti bevi una Red Bull col Campari e riparti per un totale di 36 ore – mi racconta sempre F. che poi aggiunge: – Questo lavoro non fa bene al fegato e allo stomaco. Il giorno dopo sopravvivi solo con gli antivomito e paracetamolo per il mal di testa -.
Insomma un lavoro precario e paradossale. È infatti un segno del tempo che ti paghino per divertirti. Non è escluso che tra un po’ si creeranno dei corsi per aggiornare i lavoratori del divertimento, dei consorzi o delle cooperative di questo tipo. Già F. accenna a un cambio di lavoro che lo ha costretto a diverse tipologie, a cambiare look, a ascoltare addirittura un genere di musica diversa, a imparare lo spagnolo. Un po’ preoccupato chiedo se questo lavoro è diffuso e loro mi dicono: sempre di più; non è escluso che io abbia già parlato, ballato, interagito o mi sia semplicemente divertito con una persona pagata per farlo, che abbia consumato invogliato da quella. Non è escluso. Tutti possono essere dei “precari del divertimento” e amalgamarsi e confondersi tra gli altri. Ben presto arriveremo (se non ci siamo arrivati), a una rete di rapporti dettati completamente dal soldo, veicolati dal consumo, dove tutti i lati del vivere saranno contaminati dal controllo. M. un po’ mi rassicura da visioni socialmente apocalittiche: – La verità è che io non mi diverto per niente. Fingo e a volte si vede. Ogni ora posso prendermi cinque minuti di pausa e allora esco fuori e mi fumo una sigaretta. In quei momenti posso stare come mi pare, posso stare serena come voglio, allegra o triste, ma il più delle volte piango, mi sfogo e mi deprimo. Aiuta -.
Il divertimento non si può comprare allora? Forse è come nel finale di Fanny e Alexander di Bergman: quando i bambini sono scampati dal pericolo e tutta la famiglia si riunisce per un doppio battesimo, Fanny chiede perché la bambinaia sia triste e la madre le risponde che nella festa ci deve sempre essere qualcuno che piange.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'