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I dialetti nelle serate cultural-mondane

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Nelle serate mondane e culturali il dialetto ha assunto delle forme particolari. Quello napoletano per dirne uno è diventato il dialetto della verità.

Nelle serate mondane e culturali il dialetto ha assunto delle forme particolari. Quello napoletano per dirne uno è diventato il dialetto della verità. Se durante un evento una persona parla con quel dialetto assume agli occhi di chi lo ascolta l’aspetto di un realista. Un vero realista, come quelli che giravano fino a cento anni fa. Questo forse perché i massimi autori napoletani di oggi scrivono di Camorra e quartieri come Sanità o Scampia. Forse…
Se sentite un romano? Be’ per lo più è simbolo di sciatteria linguistica. Anche qui è probabile che la tv e i libri abbiano finito per dare quest’idea. La maggior parte dei film di Natale che escono nelle sale hanno più di un personaggio che parla una sorta di romanesco. Questo interprete è spesso triviale e secondo i più, non ha niente a che vedere con l’antica saggezza popolare. Il risultato è comunque che se vi sentono parlare in romanesco siete guardati come pecorai.
Un altro dialetto che si sente è quello fiorentino. Quello fiorentino è il dialetto del buffone e della battuta faceta. Non è mai liso e ha sempre qualcosa di divertente e intelligente da dire. Sarà vero? Non lo so, però l’altro ieri a una festa culturale piena di scrittori e veline io parlavo con un’inflessione romana e un mio amico di Prato con un’inflessione fiorentina. Dopo circa un quarto d’ora mi sono sentito qualche sguardo addosso infastidito. Il mio amico riusciva tranquillamente a rivolgere la parola a tutte le persone. Io venivo scaricato dopo circa dieci minuti. Una signora l’ho anche cronometrata. Nove minuti e venti. Anche lei era evidente che fosse intellettualmente disgustata dalla mia parlata locale.
Il mio amico invece si è portato a casa una biondona di nome Natalia. Così ho capito che mi devo esercitare più col fiorentino. Pare che colpisca di più anche le svedesi.
Ma andiamo avanti. Il lombardo o anche milanese. Di certo la lingua che si può permettere ogni lusso. Dal dialetto stretto alla semplice inflessione risulta sempre elegante e mai sciatta. Non è una lingua per far ridere le svedesi, ma è la lingua di Berlusconi e delle persone che contano. Con una parlata del genere potete permettervi una jeep gran cherokee e un paio di veline da scopare in qualche vasca smaltata in oro.
Che altro è rimasto. L’emiliano che è il dialetto delle persone grasse e alla mano. Forse anche delle persone viziose. Ho conosciuto una ragazza, una certa Claudia di Cesena che a letto era in grado di staccarti la testa se non stavi attento. O forse l’ho solo sognata?
Non mi pare che esistano altri dialetti in Italia. Anzi forse due ancora ci sono. Il primo è il siciliano che dà l’idea di un bellissimo castello ormai disabitato. Un tempo ci viveva una principessa e aveva una corte enorme. Il suo principe cacciava selvaggina nel grande feudo e faceva costruire grandi chiese in onore della sua sposa. Poi un giorno l’invasore e la muffa hanno distrutto quel mondo. La decadenza italiana. Forse il siciliano incarna l’Italia da museo, i fasti di un tempo. Potrebbe essere utile per rimorchiare qualche professoressa di greco e latino. Ma quanti di noi ne hanno voglia?
Infine c’è lo xaroxenè. Lo so non è un dialetto. Ma è la lingua che parlano i rom nel nostro paese e visto che secondo gli ultimi dati sono arrivati a un milione, ormai possiamo considerarlo un dialetto italiano. Anche perché molte parole che usano le hanno prese dal nostro vocabolario. Che dialetto è lo xaroxenè? Viene dopo il romano. È un dialetto che se lo parlate in una cena di gala rischiate di esser buttato fuori a calci o che vi facciano sparecchiare i tavoli perché costate due lire. Lo xaroxenè è il dialetto dei lavoratori, delle persone che fanno i manovali o i carpentieri. Di certo non serve a rimorchiare, ma con un po’ di buona fortuna può aiutare a trovare qualche lavoro.
Non lo so se questo è vero, ma negli ambienti culturali, i dialetti suonano così. Quindi se volete farvi strada non parlate a un editore in romano, potreste offenderlo. Leccategli il culo con un buon emiliano o se volete superarvi il lombardo è sempre il dialetto più gradito.
Per tutti gli altri che non se la prendano a male. La cultura frequenta ambienti che sono pieni di gentaccia. Nella stanleybet sotto casa mia c’è gente che racconta cose più interessanti e meno mediocri. Ogni volta che vado a scommettere c’è qualcuno che ne tira fuori una dal cappello. Non lo so se questa si può chiamare ancora cultura popolare, però è una cultura molto meno stitica di quella ufficiale. Di quella da salotto che dà i premi Strega e non beve il liquore Strega perché impiastriccia la bocca.
Il dialetto che non rientra nelle schiere della cultura si può ritenere salvo, per quello che ne so, dal grande macchinone culturale che incasella e trita. Mangiando col culo e cacando con la bocca. Io sono nato a Roma e il romanesco è dentro il grande macchinone. Occupa l’ultimo posto. Ma non è questo che conta, l’importante è rimanerne fuori. Rendere ancora attiva quella parlata e dargli slancio. Per quanto mi riguarda l’italiano è stato fatto sui dialetti e non il contrario. Ma forse non è più possibile e allora parliamoci tutti il nostro bravo italiano, che è così costumato e ci salva la coscienza a tutti.
Visto che sono un nostalgico chiudo col Belli (Trilussa è per i dilettanti):

Er caffettiere fisolofo

L’ommini de sto monno sò ll’istesso
Che vvaghi de caffè nner mascinino:
C’uno prima, uno doppo, e un antro appresso,
Tutti cuanti però vvanno a un distino.
Spesso muteno sito, e ccaccia spesso
Er vago grosso er vago piccinino,
E ss’incarzeno, tutti in zu l’ingresso
Der ferro che li sfraggne in porverino.
E ll’ommini accusì vviveno ar monno
Misticati pe mmano de la sorte
Che sse li ggira tutti in tonno in tonno;
E mmovennose oggnuno, o ppiano, o fforte,
Senza capillo mai caleno a ffonno
Pe ccascà nne la gola de la morte.

Roma, 22 gennaio 1833

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