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Le piante e un raccontino di Natale

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Le feste di Natale. Quelli che… ‘Mi ricordano l’infanzia’; quelli che ‘Non me ne frega niente’… quelli che ‘Non se ne può più dei bambini sempre per casa’…

Le feste di Natale. Quelli che… ‘Mi ricordano l’infanzia’; quelli che ‘Non me ne frega niente’… quelli che ‘Non se ne può più dei bambini sempre per casa’…quelli che ‘A Natale si è tutti più buoni’… quelli che ‘Oddio, i regali di Natale!… Quelli che ‘Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi…’
Arrivano le feste di Natale e come tutti gli anni ci prendono di sorpresa:
– Ma come? Ancora non abbiamo disfatto le valigie con i costumi da bagno e già compaiono gli addobbi e le luminarie di Natale?
La sorpresa un po’ dipende dal tempo atmosferico, dal lungo autunno mite che sembra quasi un prolungamento dell’estate. C’è che quando la natura si preparava al freddo nei modi e al tempo in cui eravamo abituati, il suo messaggio in qualche modo arrivava – anche alla gente di città dall’attenzione distratta – in forma di cieli plumbei, strati di foglie cadute sull’asfalto, fiato che usciva di bocca a nuvolette, al cui calore si cercava di scaldare le mani.
Ma è anche il tempo-tempo che rema contro, e scorre indifferente ai nostri tentativi di frenarlo. O non sarà uno degli effetti dell’età, aver perso la meravigliosa sicurezza nell’infinità del tempo, nella regolarità del suo scorrere? Passato, presente, futuro… Un’altra illusione?

“Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta!”
(Paul Valery)

“Il tempo si lacera. Dove ritrovare i prati della mia infanzia? I soli ellittici rappresi nello spazio nero? Dove ritrovare il cammino che oscilla nel vuoto? Le stagioni hanno perduto il loro significato. – Domani.. Ieri – Che vogliono dire queste parole? Non c’è che il presente. Una volta nevica, Un’altra volta piove. Poi c’è un po’ di sole, un po’ di vento. Tutto ciò è adesso. Non è stato, non sarà. E’. Sempre. Tutto insieme. Perché le cose vivono in me e non nel tempo. E in me tutto è presente.”

[Agota Kristof, Ieri (Hier) – Einaudi; 2002]

“Si può procedere avanti e indietro sul crinale del tempo? Scendere e salire come su questi sentieri?
Tutto si muove. Proprio tutto. Ma in circolo o lungo una linea? – questo si chiedeva Shitao, e forse era troppo”
[Da: Maurizio Ciampa Tutto quello che offre il mondo. Vita del pittore Shitao e del principe Zhu Ruoji; p . 186; Bollati Boringhieri, 2006]

Sarà che questi che scrivono sono di una certa fascia d’età e hanno scoperto cose che ai giovani sono precluse, ma davvero sono mondi diversi, quelli che ci sembra di ricordare dai nostri anni giovanili e quello che ci passa per la mente adesso…
D’altra parte, mentre stiamo ad elucubrare su vertigini metafisiche, la realtà ci sovrasta, con il traffico delle compere natalizie, le luminarie, i regali e, naturalmente, le piante di Natale.

I festeggiamenti, nel periodo dell’anno che coincide pressappoco con il Natale dei cristiani, hanno un’origine antichissima. Sono infatti i giorni del solstizio d’inverno, o ‘del sole fermo’: il 21 dicembre (nell’emisfero Nord) è il giorno più corto dell’anno e la notte più lunga. Gli uomini antichi, attenti osservatori e conoscitori degli eventi celesti, un po’ per solennizzare l’evento – ma un po’ anche per paura del buio! – hanno istituito in relazione a questa data dei rituali di festa e di scambio di doni, con il significato di celebrare la rinascita, ovvero la vittoria della vita sulla morte, della luce sull’oscurità, dell’abbondanza sulla penuria. Di qui la predilezione per gli alberi sempreverdi e per le luci: torce, candele o, più recentemente, lampadine…

Forse l’abete è la più nota delle piante legate a questi riti; se ne ritrovano tracce storiche in Germania, in epoca medioevale, dove esisteva una tradizione religiosa chiamata il gioco di Adamo ed Eva (Adam und Eva Spiele); nella ricorrenza del 24 dicembre le piazze e le chiese venivano riempite di alberi, di frutta e altri simboli di abbondanza per ricreare l’immagine del Paradiso. Comunque varie città dell’Europa dell’Est (Riga, Brema) rivendicano l’onore di aver ospitato il primo albero di Natale della storia. Dalla Germania, la tradizione si diffonde ai vicini paesi europei, inizialmente come vezzo o moda tra i potenti, poi integrata nelle abitudini borghesi. È solo nell’Ottocento che il principe Alberto di Sassonia, marito della regina Vittoria, fa conoscere ‘Xmas tree’ agli inglesi. Dalla vecchia Europa al Nuovo Mondo il passo è breve e il successo travolgente. Tutti ricorderemo Un albero cresce a Brooklyn [A Tree grows in Brooklyn – romanzo di Betty Smith (1943) e film di Elia Kazan (1945)], con la famosa scena dei due bambini, tanto poveri da non poter comprare un albero di Natale, che partecipano ad una lotteria per strada: vince chi riesce a prendere un albero lanciato con forza dal venditore senza cadere a terra. La bambina ce la fa!

Si parla genericamente di ‘abeti’, mentre in termini botanici il genere abies (cui appartiene l’abete bianco) andrebbe distinto dal genere picea, anche detto peccio o abete rosso (benché entrambi appartenenti alla fam. delle Pinaceae) per alcune differenze degli aghi, della corteccia e del portamento, ma soprattutto per il fatto che l’abete ha le pigne (propriamente gli ‘strobili’) rivolti verso l’alto e il peccio li ha pendenti.

Albero di Natale con il Colosseo sullo sfondo (Foto Russo-Mouton)

La stella di Natale (o Poinsettia) è forse, delle piante natalizie del mondo occidentale, la più recente e diffusa.
Originaria del Messico, spontanea e invasiva in tutto il centro America, ha un portamento non compatto e un’altezza fino a 2-3 m. Si può dire che in natura non aveva caratteristiche tali da far prevedere l’enorme successo commerciale che ha avuto.

Stella di Natale nel suo ambiente naturale: Euphorbia pulcherrima – Fam. Euphorbiaceae. La pianta fu introdotta negli Stati Uniti nel 1825 dal primo ambasciatore americano in Messico: Joel Roberts Poinsett, da cui l’eponimo di Poinsettia.

Ai primi del ’900 fu messa a punto da una famiglia californiana – che ne ha mantenuto il monopolio per decenni – un metodo consistente in innesti e tagli, trattamento con ormoni nanizzanti e una particolare esposizione alla luce, per trasformare la pianta, dall’arbusto disordinato che era, nella piantina dal portamento compatto e ricca di fiori brillanti che conosciamo. Tale metodo è rimasto segreto fino ad una ventina di anni fa, quando una ricerca universitaria lo ha reso di pubblico dominio.
Anche la Stella di Natale, come tutte le specie della famiglia delle Euphorbiaceae, secerne dai rametti e dalle foglie spezzate un lattice biancastro, causa di dermatiti e irritazioni se viene a contatto con pelli sensibili o con gli occhi

Stella di Natale in diversi cultivar del commercio. Quello che a prima vista sembra il fiore è una corona di foglie trasformate e colorate (brattee), mentre i fiori veri, maschili e femminile, sono raggruppati nella piccola struttura giallastra al centro. La pianta è tipicamente fotoperiodica o brevidiurna, nel senso che fiorisce in pieno inverno quando le giornate sono più corte.

Euforbia pulcherrima in forma arborea, in un giardino pubblico di S. Diego – California (Foto da Wikipedia)

Il vischio è una tipica pianta di significato beneaugurante delle feste natalizie, con un’antica storia. La tradizione è di origine celtica: per il fatto di crescere in alto sugli alberi ed essere apparentemente senza radici, si riteneva che fosse deposta sugli alberi dalle folgori divine. In realtà il vischio è una pianta parassita (absit iniuria verbis!) le cui bacche, appetite dagli uccelli, sono deposte con le loro feci sui rami degli alberi; qui in una intercapedine nella corteccia, dove trovano condizioni favorevoli, possono germogliare e ingrandirsi. A meno di grosse infestazioni, il vischio non determina un danno alla pianta ospite. Le bacche bianco-perlacee non sono tossiche per gli uccelli; lo sono invece per l’uomo. Poiché l’ingestione anche di poche bacche può dare problemi, è bene tenere le composizioni con il vischio ben in alto, fuori dalla portata dei bambini.

Vegetazioni di vischio (Viscum album – Fam. Lorantaceae; mistletoe in inglese); sono visibili specie in inverno, quando gli alberi spogliano

La tossicità delle bacche del vischio dipende dal loro contenuto di viscumina, causa di sintomi gastrointestinali, alterazioni pupillari, neurologici e anche ematologici (emoagglutinazione).

L’agrifoglio è tra le più diffuse piante del Natale. Il suo uso risale addirittura ai Saturnalia dell’antica Roma: feste popolari che celebravano il solstizio d’inverno. È apprezzato per le sue bacche rosso-vivo e le foglie sempreverdi; lucide, coriacee e pungenti, di colore verde intenso o variegate, che evocano simboli di prosperità, lunga durata e resistenza alle avversità.
Una specie sud-americana di Ilex, della stessa famiglia dell’agrifoglio (Ilex paraguayensis) ha foglie molto ricche di caffeina, da cui viene preparata una bevanda simile al thè nota come yerba mate o mathè.

Agrifoglio (Ilex aquifolium – Fam. Aquifoliaceae) di due diverse varietà

Tra le piante ‘povere’ del Natale, e anch’esso ornato di bacche rosse, c’è il pungitopo. È un cespuglio sempreverde, con una radice rizomatosa da cui nascono più fusti.
I giovani germogli del pungitopo, dal caratteristico gusto amarognolo, sono conosciuti e ricercati dagli amatori; possono essere lessati e consumati come gli asparagi (uno dei nomi popolari della pianta è infatti ‘asparago pazzo’). I semi, opportunamente tostati, venivano – in tempi di autarchia – impiegati come sostituti del caffè. Le bacche rosse contengono i semi circondati da una mucillagine che, se ingerita, può dar luogo a fastidiosi sintomi gastrointestinali. La raccolta incongrua del pungitopo per le proprietà medicinali della radice rizomatosa – contenente ruscogenina e rutina, sostanze con proprietà anti-infiammatorie e capillaro-protettive – ne hanno determinato l’estinzione in alcune aree geografiche dove era endemica (ad esempio in Turchia); in Italia in molte regioni è ora specie protetta.

Pungitopo o Ruscus aculeatus – Fam. Ruscaceae (precedentemente incluso tra le Liliaceae). Quelle che sembrano foglie, coriacee e con l’estremità spinosa, sono dei rami trasformati, detti cladodi (cladòdi); svolgono funzione clorofilliana in piante che hanno ridotto il loro l’apparato fogliare per limitare la traspirazione (anche le cosiddette ‘palette’ del fico d’India sono propriamente cladodi)

Pungitopo. Quasi al centro della foto, tra i fusti maturi, si può vedere un giovane germoglio (primaverile) di aspetto simile ad un asparago selvatico, e come questi commestibile.

Cladodi e fiori del pungitopo. I fiori, piccoli e bianco-violacei, sbocciano al centro dei cladodi, dove si sviluppano quindi i frutti: tonde bacche rosse che maturano in inverno.

Può essere una bella esperienza, se ci si trova a passare il Natale all’estero, ritrovare i simboli cui siamo abituati in un contesto diverso; per certi aspetti incongruo e straniante. Quanto può sembrare strano infatti trovare un presepe in un villaggio indiano o singalese, completo di fiocchi di bianco cotone sulla capannina sovrastata dalla stella cometa? O per strada, in Guatemala o Costarica, vedere davanti alle case cactus Cereus o Saguaro adornati con regolamentari palle e luminarie di Natale?

Con il nome di Cactus di Natale è conosciuto lo Zygocactus truncatus da zygòs (giogo), per i suoi fusti congiunti – Fam. Cactaceae. Pianta epifita; cresce e si sviluppa ricadente da altri alberi. Di origine sudamericana, mostra la sua vistosa fioritura rossa appunto nel periodo natalizio.

Sono molte altre le piante che con aggressive tecniche di marketing vengono ogni anno proposte come irrinunciabili, prestigiosi regali di Natale. Finita la festa e inaridite dal caldo secco degli appartamenti di città, finiscono tristemente nei cassonetti orchidee e bonsai rinsecchiti.
Più resistenti, a patto di osservare elementari norme di innaffiamento e cura, piante meno esigenti come la Ardisia, dalle bacche rosso vivo in tema natalizio e la Medinilla, una tropicale relativamente poco conosciuta ma adattabile all’ambiente domestico con qualche attenzione.

Ardisia crenata – Fam. Myrsinaceae; piccolo arbusto originario delle regioni a clima temperato dell’India e della Cina. Le bacche di colore rosso brillante permangono sulla pianta dall’autunno all’estate successiva

Medinilla magnifica – Fam. Melastomataceae Originaria delle Filippine, nasce spontanea nelle foreste tropicali, in posizione ombreggiata. Ha fiori rosati pendenti in racemi che ricordano un grappolo d’uva. Tra le grandi foglie, di un verde brillante con venature molto marcate, si sviluppano gli steli con i grappoli di fiori. A ricoprire il fiore vi sono delle brattee (foglie trasformate), di colore rosa intenso

Infine, tra le tradizioni più radicate nel nostro paese, quella del presepe. Forse molti ricorderanno, prima ancora dell’albero e dei raffinati e costosi regali di Natale, quei momenti di raccolta creatività domestica e di selvaggio dispiego della fantasia di cui il presepe era l’occasione. Cartoline sbiadite del tempo che fu: dal tirare fuori dalla loro protezione i pastori e le pecorelle, a ricreare l’ambiente naturale in cui il tutto doveva essere sistemato. Le piccole costruzioni di cartone o di sughero e la raccolta del materiale. Ai ragazzini era affidato il reperimento di ramoscelli e piantine, per simulare la vegetazione, e delle pastocchie (sic! …non ha un equivalente italiano): strati di muschio staccati con attenzione da certe ripe scoscese, da certi fossi misteriosi che solo i ragazzini conoscono, nelle loro scorrerie tra la realtà e l’immaginazione.
Ah..! il presepe…

Micròn. Le vecchie zie stavano in una casa in alto, sopra al porto; entrambe ‘signorine’ nell’animo, anche se la maggiore era stata sposata per alcuni anni, prima di restare di nuovo e definitivamente da sola.
Si erano messe a vivere insieme, le due sorelle, per antica consuetudine, ma la meno anziana delle due coltivava una sua gelosa autonomia ed aveva sempre voluto mantenere una casa propria. Viveva di fatto con la sorella rimasta vedova – nella casa del marito di lei – per una sorta di carità cristiana; almeno così la intendeva lei.
In effetti non potevano essere più diverse. Un po’ svanita e con la testa tra le nuvole, la maggiore, che negli ultimi anni non usciva quasi più; ma per il resto geniale nelle arti domestiche, dalla cucina, ai dolci, ai ricami. Queste sue capacità erano riconosciute da tutti: aveva sempre generosamente insegnato a chiunque glielo avesse chiesto e regalato a piene mani. Quelli che aveva conservato, dei suoi lavori giovanili, erano veri pezzi da museo, accurati e complessi, eseguiti con le tecniche più diverse: chiacchierino, tombolo, macramè. Li teneva in una cassa vicino al letto e li mostrava con orgoglio a qualunque ospite fosse appena interessato; magari anche più di una volta, perché stava perdendo la memoria per i fatti recenti. Ma quando prendeva in mano il suo ‘lavoro’ non dimenticava una maglia né un punto particolarmente difficile, così come non aveva bisogno di consultare le ricette, per ricordare le dosi di un dolce.
La minore delle sorelle era pratica e attiva. Devotissima, aveva dedicato la vita alla maniacale osservanza di un cattolicesimo vecchia maniera. Seguiva tutte le funzioni religiose e ogni mattina non mancava mai alla messa delle 7, estate e inverno, qualunque tempo facesse. Di fatto, nel mènage familiare che si era stabilito tra le due sorelle, era lei che faceva tutto in casa, dalla spesa alle piccole faccende domestiche…
Il forno a microonde – chiamato fin dall’inizio micròn – lo avevano avuto in regalo dai nipoti – bianco e lucido, pieno di pulsanti e spie luminose – e avevano cominciato ad usarlo più per fare piacere a loro che per reale bisogno: giusto scongelare qualcosa ogni tanto, o scaldare il latte direttamente nel bicchiere. In questo caso, malgrado le istruzioni dettagliate che avevano ricevuto – regolare il tempo, regolare la potenza, premere start – spingevano i pulsanti a casaccio, fino a che il piatto non cominciava a girare. Ma la maggior parte del tempo il micron era tristemente inattivo, con la spina staccata, semplice piano d’appoggio per ninnoli e centrini.
Da quando la minore delle zie è restata sola, ha trasferito anche il micròn nelle sue due stanze in affitto, e in mancanza di una vera cucina l’ha sistemato nella sala da pranzo, sul piano di una credenza in fòrmica, vicino al televisore.
Forse per contiguità, forse perché collegato alla stessa presa elettrica, anche il microonde, insieme al televisore è stato investito dalla potente scarica elettrica di un fulmine, durante un temporale che ha messo fuori uso la maggior parte degli apparecchi elettrici della zona del porto, all’inizio dello scorso autunno.
La zia si è subito preoccupata del televisore, la sua unica compagnia: prima ha provato a farlo aggiustare, poi, quando dopo una lunga attesa le hanno detto che non le sarebbe convenuto, si è fatta aiutare dai nipoti per comprarne uno nuovo.
Del danno al micròn si è accorta solo qualche tempo dopo, e ha chiesto ad un altro dei nipoti – elettrotecnico di professione – se gli dava un’occhiata.
’A zì… – le ha detto lui, dopo aver smontato il pannello posteriore – ccà s’adda cagnà l’avvolgimento… è ‘na bella spesa… –
– No..no ..pe’ carità.. Ma pecché nu’ funziona?? Chille ’u piatte gira..!
– ‘A zì… ma chille ggire sul’ ‘u piatte, e s’appicci’a luce.. Ma tutt’u rieste nun funzion’..!
– Ah.. accussì’yé…! – ha fatto la zia – …Ma… è pericoloso?
– E no! ..e c’adda esse’ pericoloso… ‘cca l’onne elettromagnetiche nun se formane proprio…
– Ah… vabbé… Allora m’u teng’ accussì –
Il nipote elettrotecnico è rimasto appena un po’ perplesso, ma non ha chiesto altro: la zia ha un discreto ‘caratterino’ ed è meglio non contraddirla. Per quanto lo riguardava, la sua consulenza era terminata. Ha riavvitato il pannello posteriore e ha rimesso il micròn nello stesso posto dove l’aveva trovato.
Le feste stanno arrivando, con il loro seguito di piccoli e grandi impegni, riunioni di famiglia e un carico ancora maggiore di solitudine, per chi già è solo.
Per la zia significano una maggiore presenza alle attività parrocchiali, le domeniche dell’Avvento, gli addobbi in chiesa… Arriva a sera ‘stanca ma felice’, perché la giornata è stata in qualche modo impiegata.
La sera dopo l’ultima funzione non si ferma mai a parlare con le altre fedeli della parrocchia, ma si avvia con passo leggero e veloce alla volta di casa.
La zia va alla novena serale tutte le sere, nelle settimane dell’Avvento.
La notte di Natale la sua presenza in chiesa è stata quasi ininterrotta, tante sono le cose da preparare: in sacrestia, sull’altare e tra i banchi. Ma tutto si conclude con la ‘funzione’ di mezzanotte. Sono venuti in tanti, alla Messa solenne, sfidando il vento freddo e la pioggia sottile ma insistente.
La piccola zia esce dalla chiesa dopo tutti gli altri, quando già la strada è deserta. Apre l’ombrello e si guarda intorno, nella notte lattiginosa illuminata dai grossi fanali del porto. Ora che tutte le devozioni sono state compiute, tutte le mani strette e gli auguri fatti e ricevuti, si sente inspiegabilmente sola e svuotata.
Nel suo mondo di vecchia bambina tacciono le voci che di solito vengono a farle compagnia, quando è sola come adesso.
Tace la vecchia madre, dalla voce chioccia e petulante, che ha assistito con devozione e carità cristiana per tutti gli anni della sua lunga vecchiaia; le voci della numerosa famiglia che si è portata nel cuore, i fratelli e le sorelle nel loro aspetto di allora, quand’erano giovani e tutto doveva ancora accadere; il papà amato, burbero e dal cuore tenero. Anche la voce della sorella maggiore ora tace, come se all’improvviso non avesse più bisogno di niente. Ecco. Tutti l’hanno lasciata sola adesso, senza più niente da fare: proprio lei, che tutti aveva aiutato, senza mai lamentarsi.
Ora rallenta il passo e dà un’ultima occhiata alle luci del porto che tengono a bada lo scuro del mare, prima di entrare sotto l’arco e salire la breve scalinata che la porterà a casa.
Percorre il vicolo lucido di pioggia che l’ultima arrivata – una signora ‘forestiera’ troppo ricca – ha ulteriormente ristretto con grandi vasi di coccio.
Si guarda intorno ancora una volta, prima di aprire le due porte – quella leggera più esterna, con la rete metallica e quella interna a vetri – ed entrare in casa.
Sente un’ansia senza nome e un vuoto che non riesce a colmare…
Attiva il micròn e rimane un bel po’ a guardarlo.
Poi, senza accendere altre luci si prepara per la notte. Va nel bagno, si spoglia e mette la camicia lunga e le scarpette da notte di lana. Si toglie gli occhiali e si corica.
Per fortuna è sempre riuscita a prendere sonno senza problemi…
Sul piatto di vetro coperto di muschio girano tutti insieme sotto la luce… La folla dei pastori, il bue e l’asinello col Bambino nella mangiatoia, S. Giuseppe e la Madonna… e anche i sogni da bambina della piccola zia, che dorme sul letto lì a fianco.

 

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