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Tino Franco: “You have just to imagine it”

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Primo luogo: la via Pisana, verso il mare lasciando Roma, è piena di luoghi interessanti. La sede della Regione Lazio a esempio, o la villa dell’artista Ceroli, dalle cui mura...

Primo luogo: la via Pisana, verso il mare lasciando Roma, è piena di luoghi interessanti. La sede della Regione Lazio a esempio, o la villa dell’artista Ceroli, dalle cui mura di cinta sbucano le sue sculture di legno, oppure la “Città dei Ragazzi”, una comunità cattolica per adolescenti problematici, o ancora il Cpt (centro di permanenza temporanea) e infine la discarica di Malagrotta. Tra tutti questi luoghi significativi spunta un capannone apparentemente normale, un’ex fattoria. Al suo interno scendono dal soffitto dei teli blu e verdi, ci sono dei modellini in scala (uno anche della casa di “Psyco”) e al centro, tra montagne di gommapiuma e strutture di legno, c’è una navicella spaziale che sembra vera. Questi sono gli studios di Tino Franco, forse l’unico regista di fantascienza in Italia, il Gorge Lucas della Pisana.
Secondo luogo: Tino Franco mi dice di incontrarlo alla Piramide Cestia per l’intervista. È vestito con un cappotto nero, un cappello a falde larghe sempre nero e degli occhiali scuri sul viso. Sulla giacca ha attaccata una spilla con una scritta in francese: “l’art c’est moi”. Senza dirmi una parola mi prende per il taccuino e mi trascina per via di Campo Boario. Proprio di fronte alla Piramide, entriamo, attraverso un cancello, in un cortile interno di un palazzo pieno di piante, Tino Franco apre una porta sotto una magnolia e ci troviamo dentro un ambiente bianco con delle sedie, un proiettore e una parete illuminata da un fascio di luce: un cinema d’essai. Franco mi spiega che questo posto si chiama “PIRAMIDE CHANNEL”, un nuovo modo di fruire lo spettacolo televisivo non in maniera privata e solitaria, ma condiviso insieme agli altri, come agli albori della televisione. Una sorta di cineforum pubblico e gratuito: nelle serate vengono proiettati cortometraggi, documentari, animazioni, arte in video e videoarte e a tutte le proiezioni sono presenti gli autori. Se volete informazioni e partecipare a Piramide Channel potete contattare il regista sul suo sito (http://www.myspace.com/tinofranco). A questo punto Tino Franco aziona il proiettore e ci vediamo “Space off”, la sua creatura, al termine, mentre scorrono in silenzio le immagini del “making of”, gli faccio alcune domande.

Con quali motivazioni e da quale spunto?
“Space Off” non tradisce la fantascienza che amo: autori come Silverberg e Sheckley hanno raccontato già negli anni ’60 di come la televisione può essere il mercato del dolore e del dolore come materia di spettacolo. Amo la fantascienza quando diventa il pretesto per avere un punto di vista estremo per osservare il nostro quotidiano. In “Space Off” affronto un tema caro alla fantascienza sociologica degli anni ’60 dove la tv era spesso vaticinata come il tramite della percezione della realtà. Purtroppo le ipotesi di 40 anni fa oggi si sono avverate! “Space Off” infatti nasce dall’osservazione dell’attuale programmazione televisiva. Ho cercato di ironizzare su quanta poca importanza la televisione dedica ai traguardi della scienza e alle sfide dell’uomo rispetto alle notizie gossip sulle “starlette” della televisione. La cultura non fa audience! E se l’audience continuerà a determinare i palinsesti, nel prossimo futuro la programmazione televisiva sarà fatta solo di quiz , soap opera e reality show. Già oggi le missioni spaziali fanno notizia solo quando un miliardario spende 20 milioni di dollari per un tour attorno alla terra. Il paradosso raccontato da “Space off” è che la più grande sfida del futuro: la conquista del Pianeta Rosso ed un eventuale diretta televisiva da Marte non sarà così interessante quanto la possibilità di seguire con le telecamere la trepidante attesa delle famiglie degli astronauti sulla Terra. Così la giornalista di “Space Off” cerca di catturare l’audience costruendo un melodramma in pieno stile TV del dolore. E preferisce concentrarsi sul dramma familiare dell’astronauta Anthony Larrinaga che si commuove alla visione in collegamento “in diretta” con il figlio che non vede da un anno. La sete di emozione distorce così le priorità della comunicazione ed un padre che piange davanti alla telecamera nel vedere il proprio figlio “in diretta” diventa più appetibile della più grande scoperta scientifica. L’obiettivo del film era di estremizzare il conflitto tra la necessità di comunicare una notizia e la cattiva abitudine di spettacolarizzarla. Il protagonista, il comandante Lockyer invita ad agire per non subire la prepotenza dei media e ad usare gli strumenti della tecnologia per evitare di esserne vittime. Il mio cortometraggio “Space Off” ci propone un atto di ribellione contro la televisione aggressiva e bugiarda. Un attacco all’info-tainment in forma di commedia, di satira, poiché “Space Off” non è solo un viaggio su Marte, ma anche un viaggio sulla nostra realtà raccontata e manipolata dalla televisione. La reazione finale del comandante che chiude il collegamento proprio nell’attimo in cui le telecamere stanno per mostrare il pianeta Marte e grida “You have just to imagine it” invitando così la giornalista e gli spettatori ad “immaginare” la discesa su Marte è rivolta a tutti noi, sempre più dipendenti dalle immagini per provare emozioni.

Puoi raccontarci brevemente quali sono state le varie fasi della lavorazione?
Per la realizzazione di “Space Off” (www.spaceoff.it) ho personalmente seguito tutte le fasi, dalla ideazione fino alla sua promozione e distribuzione. Fin dall’inizio non mi sono assolutamente posto il problema di cercare di farlo “produrre”, ma cosciente di lavorare in un mercato “malato” come quello italiano, l’ho prodotto io stesso con gli amici della 21st Century Design (www.21lab.net). In ogni caso immaginate la faccia di un qualunque produttore di fronte alla sinossi di un cortometraggio di fantascienza italiano. In fondo chi ha realmente prodotto “Space Off” sono state tutte le persone che ho incontrato lungo la sua realizzazione e che hanno creduto in questo progetto. A cominciare da Tommaso Ragnisco e Marco Flore della 21 st Century Design (www.21lab.net) che hanno partecipato a “Space Off” fin dal concept del film progettando e costruendo le scenografie e i modelli dell’astronave. Come metodo di lavoro abbiamo preventivato che per la buona riuscita del film dovevamo impegnarci per un anno nella realizzazione dei complessi effetti speciali richiesti dalla storia e la prima fase fu di compiere un’accurata ricerca sulle immagini di repertorio di viaggi spaziali che ci sono state fornite dall’ESA, l’European Space Agency. Con Tommaso Ragnisco abbiamo affrontato una sfida: integrare le immagini di repertorio con le immagini della Centauro realizzate da noi; il risultato doveva dare un senso di realismo alla nostra missione su Marte senza far notare la differenza tra il nostro girato e le immagini delle vere missioni spaziali. Quindi prima di girare le sequenze dell’astronave abbiamo proceduto ad effettuare diversi test fotografici per studiare la fotogenia dell’astronave in previsione delle riprese. Queste foto sono state poi utilizzate anche per raccontare nel film il progetto della missione su Marte. Le foto degli astronauti in posa prima della missione, sono state fatte da Marco Di Marco un mio caro amico, fotografo di moda, con il quale abbiamo giocato sullo stereotipo delle foto della NASA tipo “orgoglio americano” o “foto del college”. Una parte importante della preparazione è stata quella di dedicare il giusto tempo per la scrittura della sceneggiatura con tutte le sue revisioni. Per “Space Off” con Leonardo Fasoli abbiamo fatto sei revisioni della sceneggiatura, quindi mi sono dedicato alla ricerca del cast di attori americani che hanno accettato di partecipare dopo la lettura della sceneggiatura tradotta in inglese. Quando ho proiettato il film al Tribeca Film Festival di New York molti mi hanno chiesto come mai la scelta di attori anglo-americani, da parte di un regista italiano. Devo dire che questa scelta non è stata motivata dalla volontà di creare un prodotto esportabile, ma dalla mia volontà di coerenza con un immaginario del genere fantascientifico, i cui volti, come nel western, sono tipici dei paesi anglosassoni ed americani. Per me era fondamentale rispettare l’immaginario del pubblico, che infatti ha apprezzato questo dettaglio. Le riprese non hanno atteso un vero piano di lavorazione, ma la disponibilità delle persone: se non si hanno soldi per pagare la troupe bisogna avere la pazienza di aspettare i periodi di non lavoro di chi ti vuole aiutare, e a noi il tempo non mancava. Con un montato abbastanza definitivo ho cercato una post-produzione adeguata al progetto e Davide Luchetti di Frame By Frame ha accettato di co-produrre il film che è stato completamente ricolorato e compositato con Flame. E così via, con coinvolgimenti continui lungo la strada, come il lavoro sull’audio da parte di Claudio Bresciani di Cat Sound che ha dedicato due settimane di lavoro di sound design inventando effetti audio e aprendo 56 canali audio di pro-tools per ricreare una sorta di radiodramma nello spazio. Fino al lavoro con il Cineon per il trasferimento in 35mm e alla partecipazione a festival come la 59° Mostra del Cinema di Venezia. Infine attenzione è stata dedicata anche alla sua promozione; quando lo abbiamo presentato a Venezia sembravamo una major: distribuivamo poster, cartoline, laccetti, magliette con la scritta “Space Off” ed abbiamo creato anche un sito internet del film: www.spaceoff.it.

Quali sono stati i problemi più ardui da superare?
Forse il momento più difficile è nato proprio dopo la realizzazione del film quando ho cercato di dargli visibilità e ho dovuto fare i conti con un mercato di distribuzione inesistente. Space Off dopo il Festival di Venezia ha vinto il Nastro d’Argento 2002 ed il Capri-Hollywood Award 2002, nel 2003 è stato l’unico corto italiano in competizione al Tribeca Film Festival di Robert De Niro, ed ha partecipato all’Interfilm Berliner, al Future Film Festival di Bologna, al Napoli Film Festival, a Bellaria, ad Arcipelago ed al Fantafestival di Roma dove ha vinto come miglior corto del 2003 infine ha partecipato al Science Plus Fiction della Cappella Underground di Trieste. Sembra assurdo ma, nonostante tutti questi riconoscimenti, e benché “Space Off” giochi con il genere più classico delle produzioni hollywoodiane, e pur avendolo girato in lingua inglese, e anche se è stato ben accolto dal pubblico nelle proiezioni dei festival, in quanto corto ha trovato difficoltà ad essere distribuito. Dopo aver cercato invano la distribuzione in sala, e dopo aver rifiutato le proposte economiche indecenti dei canali televisivi tematici delle multinazionali in Italia e di Blockbuster (che addirittura lo voleva gratis) ci siamo inventati una distribuzione alternativa al circuito dell’home video, ed è la prima volta che un cortometraggio viene distribuito in Italia in DVD attraverso una rete di negozi di fumetti www.starshop.it. Nel DVD, grazie ai contenuti speciali quali il “Making of” e la “Picture Gallery”, è ancora più evidente quanta dedizione e quante competenze sono state coinvolte nella realizzazione film che ha richiesto più di un anno di lavoro, dalla sceneggiatura fino alla copia in 35mm.

Fino a che punto sono importanti gli effetti speciali nel vostro progetto?
Il design, la progettazione e la produzione dei complicati effetti speciali sono stati completamente concepiti e realizzati in Italia. Con Tommaso Ragnisco ci siamo sempre trovati d’accordo su concetto che gli effetti speciali devono essere sempre al servizio ed in funzione della storia. Lo stesso Tommaso che ha progettato l’astronave Centauro con disegni in pianta e prospetto, ha voluto sezionare la sua astronave che nel film è descritta con inquadrature che non ne esaltano la forma e tutto questo pur di rimanere coerenti con il concept del film che voleva restituire un immagine frammentata dello spazio. Il film è stato girato a Roma negli studi NEL BLU DIPINTO DI BLU dove sono state costruite le scenografie dello spacelab e del cockpit dell’astronave Centauro. È stato costruito un blu-screen di 7 metri per 4, illuminato con luce diffusa da lampade fluorescenti. La miniatura dell’astronave Centauro è lunga 2,70 metri per un rapporto di scala di 1:200. È stata progettata disegnando prospetti, piante, sezioni e maquette fino alla costruzione della miniatura in legno, plastica, multipli in resina stampata e piccoli pezzi da kit da modellismo. Le luci dei finestrini della Centauro sono state ottenute attraverso uno speciale foglio luminescente alimentato a batteria. All’interno della miniatura sono stati collocati due motori da 12 volts con potenziometro per la rotazione dei moduli abitativi adibiti alla riproduzione della forza gravitazionale. Prima di girare si è proceduto ad effettuare diversi test fotografici per studiare la fotogenia dell’astronave in previsione delle riprese. Le spettacolari riprese dell’astronave Centauro sono state realizzate su green-screen con l’ausilio dell’ Interactive Motion Control dell’SBP che ha permesso di ripetere più volte, ed esattamente, lo stesso movimento di macchina sulla miniatura dell’astronave. Così per ogni inquadratura si sono girate multiple esposizioni ed ogni volta si è regolato il diaframma dell’obiettivo per una diversa fonte luminosa da riprendere sulla scena. In post-produzione è stato possibile compositare tutti questi livelli insieme, aggiungendo matte-paint del pianeta terra ed elementi dell’astronave in primo piano. La sequenza dell’animazione della sonda RT Prob che penetra nell’atmosfera di Marte e affonda nella crosta del pianeta è stata progettata da Tommaso Ragnisco e Cristina Croce che si sono ispirati alla caduta di un seme di un albero che frena la sua discesa con una pala come fosse un elicottero e si va ad impiantare nel terreno. Dopo la sua progettazione abbiamo scoperto che ora vi sono degli studi simili da parte della NASA sulle sonde che dovranno esplorare il sottosuolo di Marte. L’animazione è stata realizzata in tecnica mista con l’utilizzo di Rinoceros per la modellazione tridimensionale della sonda, 3D Studio-Max per l’animazione ed il rendering ed il landscape è stato realizzato con una ripresa di un plastico in miniatura del pianeta. Per quanto riguarda l’audio vi prego di fare attenzione al lavoro sui larsen (le distorsioni audio) ed i delay (i ritardi delle comunicazioni) che è stata una parte del lavoro sull’audio da parte di Claudio Bresciani di CAT SOUND.

Chi ha lavorato con voi, in particolare gli attori, avevano già esperienze professionali o comunque di discreto livello o erano esordienti assoluti?
Il protagonista, il comandante Lockyer è interpretato da Adrian Mc Court, un attore inglese, che ha lavorato con Bob Hoskins e Malcolm McDowell. Ha vissuto sei anni negli Stati Uniti, ma ora vive a Trastevere, nel centro storico di Roma, che considera una trappola estetica. La giornalista Jane O’Nion è interpretata da Jennifer Allen una attrice/filmmaker/danzatrice che viene da Seattle. Per rendere più buffo il suo odioso personaggio con il truccatore Tonino Lo Zito abbiamo speso molto tempo sul trucco e sui suoi capelli, cotonandoli per tre ore in pieno stile anni ’60, e quando Jenny si è vista allo specchio ha esclamato: “Oh mio dio, sembro mia madre !”. L’attore che interpreta il Manager della Missione su Marte è Bruce Mc Guire, forse lo ricorderete nel “Batman” di Tim Burton nel ruolo dell’anchorman. Per quanto riguarda il resto dell’equipaggio posso dire che sono stato molto fortunato a trovare un gruppo di artisti da strada di lingua inglese che si chiamano Miracle Players www.miracleplayers.org e che di solito si esibiscono vestiti da antichi romani in parodie molto divertenti delle storie degli imperatori di Roma tra le rovine dei fori. Infine il piccolo attore di tre anni che vedete nel film è mio figlio Francesco Ramon che è l’unico esordiente assoluto.

Rispetto alle vostre esperienze precedenti in cosa pensi di essere cresciuto, e in cosa pensi di aver ancora bisogno di crescere?
Grazie a questa esperienza, oggi il gruppo che ha realizzato “Space Off” si riconosce nella sigla MAD POT FILM DESIGN STUDIO che come dice il nome vuole essere una pentola pazza dove ribolle un magma creativo che propone un approccio nuovo, per l’Italia, al lavoro di preparazione di un film: il film design www.21lab.net.

Quali prospettive avete per questo progetto?
L’interesse nei confronti di “Space Off” cresce costantemente grazie al passa-parola e dopo la prestigiosa recensione del programma “Golem” su RADIORAI UNO e l’uscita del DVD in Italia, “Space Off” farà parte di una compilation di corti in DVD “Shorts ! vol.2” pubblicata negli Stati Uniti che verrà messa in vendita su www.amazon.com.

E per il futuro della vostra attività, invece, quali sono le vostre speranze e le vostre attese?
Coloro che hanno potuto vedere “Space Off” hanno notato una cura progettuale non comune, per il cinema italiano, di tutti gli aspetti produttivi del film: dagli attori americani che recitano perfettamente calati nei loro ruoli di astronauti, alle scenografie degli interni dell’astronave che sono di grande impatto spettacolare e che rivelano una particolare attenzione al dettaglio tanto da ricevere il plauso del reparto costruzione dei moduli spaziali dell’Alenia; dal lavoro degli effetti speciali degno di essere recensito su Cinefex Italia, all’organizzazione di tutto questo materiale creativo in un film con una storia ed una forma narrativa nuova.

Ci parli di “Italiani nello spazio”?
Un condominio spaziale, 10 puntate tra fantascienza e commedia all’italiana, tra John Carpenter e Alberto Sordi. Dalla parte di chi, anche nel futuro, continuerà a fare i lavori più umili… Nei film americani di fantascienza siamo abituati a vedere, distanti dagli eroi dello spazio, omini chiusi nei finestrini degli hangar spaziali. Sono i tecnici americani, che si muovono sicuri e professionali, spesso sono scambiati per dei robot (nei film di fantascienza è facile… ). Ho immaginato che, per rispettare gli accordi internazionali tra la NASA e l’ESA (ente spaziale europeo) quei tecnici così solerti, sono stati sostituiti con due romani, cialtroni e scansafatiche: Otello e Mario. Dimenticati in fondo all’ultimo livello di una stazione orbitante attorno alla terra, lavorano frustrati ed indolenti, in un angusto modulo spaziale a metà tra un portierato ed una regia televisiva. Impiegati come controllori della futura Stazione Spaziale Internazionale, passano tutto il tempo davanti ai monitor delle camere di controllo. Ricordano i portieri dei condomini o, al meglio, i vigilantes degli istituti bancari. E come loro esercitano il loro piccolo potere per decidere chi entra e chi esce dal condominio spaziale. E proprio come un condominio, o meglio una nuova Babilonia, la stazione orbitante è abitata da astronauti che provengono da tanti paesi differenti e parlano tante lingue: e questo nelle 10 puntate diventerà motivo di divertenti incomprensioni. Così Otello e Mario provinciali come Totò e Peppino, si imbattono con tante tipologie umane: dal comandante americano che assomiglia a Big Jim, alla bella scienziata russa che sembra una Barbie. Controllano, o meglio spiano, il lavoro degli altri, impegnati in esperimenti, in operazioni di manutenzione, in attività extraveicolari. E mentre seguono distrattamente le loro azioni non mancano mai di punteggiare qualunque cosa vedano con un commento, una battuta, una sentenza. La loro indifferenza provoca spesso problemi, mentre la loro indolenza provoca sempre incidenti. Otello e Mario sono in qualche modo, diretti discendenti della commedia all’italiana.

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