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Filippo Timi e Antonio Scurati ovvero esiste l’amore romantico?

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Non c’è che dire, arrivo all’incontro con Filippo Timi e Antonio Scurati con l’idea di sentir parlare di qualcosa che non esiste, vediamo cosa si dirà oggi di questa chimera, l’ennesimo annuncio della sua cattura.

Non c’è che dire, arrivo all’incontro con Filippo Timi e Antonio Scurati con l’idea di sentir parlare di qualcosa che non esiste, vediamo cosa si dirà oggi di questa chimera, l’ennesimo annuncio della sua cattura.
L’incontro con Timi e Scurati si svolge nella sala Diamante della 6° Fiera della piccola e media editoria a Roma, non c’è di sicuro sala più azzeccata per la presentazione di libri sull’amore, che una sala che si chiama Diamante, oggetto che richiama il “per sempre”, di cui l’amore, presunto romantico, si nutre.
Filippo Timi ha scritto per Fandango “E lasciamole cadere queste stelle”, mentre Antonio Scurati per Bompiani “Una storia romantica“. Due libri dunque sul tema dell’amore, delle donne.
Ma già l’inizio dell’incontro mi spiazza quando Scurati prende la parola e la prima frase da lui proferita è: ”Comincerei con lo spogliarmi”. Riferendosi al caldo asfissiante nella sala, e più in generale nella fiera, ma certo non posso non cogliere la sottile allusione a una sfera differente, da quella della temperatura; capisco allora che l’incontro si fa un po’ meno scontato che una semplice cattura di una chimera, il match è tutto da giocare, vediamo come.
Scurati comincia la lettura di alcune delle pagine di Timi, dove si legge che l’Amore è un destino, che l’Amore non fa soffrire, ma che siamo noi che soffriamo, che l’Amore non ha bisogno della felicità, non sa cosa sia, siamo noi ad averne bisogno.
Dall’amore l’idea di salvezza è tolta, rende il futuro nudo, senza vergogna, il peccato senza peccato. Nell’amore, scrive Timi, la morte non fa paura, diventa umana.
Poi è Timi a leggere alcune pagine di Scurati, stralci di una lettera; una lettera scritta ad uno dei personaggi del libro di Scurati, Aspasia.
Chi scrive questa appassionata lettera ad Aspasia scrive all’amata che Amore e Morte giacciono una accanto all’altra, come gli amanti dopo l’orgasmo.
La formula che consacra gli sposi: “finché morte non vi separi”, non è che una menzogna, non è la Morte a separare gli amanti, è la Vita. La Morte li unisce.
La Vita condanna tutti ad avere una storia, per il solo fatto di essere nati.
L’Amore non accetta che l’uomo sia una linea retta, una linea che unisce inizio e fine.
L’Amore non è una storia, e non lo può essere, perché si vuole per l’eternità, non si adatta a stare dentro la trama degli eventi.
L’Amore spezza la trama delle cause e conseguenze, o ne è spezzato.

Già, penso io, è importante questo esserne spezzato, perché di sicuro questa chimera che è l’amore, o è forte da spezzare ogni cosa, o è debolissimo, e viene spezzato da ogni cosa, e forse è prima l’una poi l’altra cosa, quando si ammala, quando invecchia, già perché credo proprio non sia immune a tutto, e un po’ poco vaccinato, ma torniamo a rivolgerci ad Aspasia, senza pensare al nostro amico gracilino, l’amore, se non nei termini in cui viene cantato nella lettera.
Non si può imparare ad amare, come non si può imparare a morire.
Amore e Morte sono entrambi una coltellata vibrata a tradimento, che nessuno ha visto partire.

Aspasia, nel libro, è la donna di Italo, amico di Jacopo che scrive la missiva, Aspasia è già perduta, da sempre.
Non è dato averla, non è dato calpestare il proprio amico, c’è un ostacolo, un impedimento.
Ma cos’è questo amore romantico, quindi, visto un po’ più da vicino.
“Se prima o poi deve accadere, allora è già accaduto.”, dice Timi.
Ma cosa, l’amore tra Aspasia e il suo spasimante, l’amore tra gli innamorati che hanno un ostacolo tra di loro, oppure la fine di questo amore, anche quando ancora non è cominciato?
Mi pare di capire, entrambe le cose.
Vale per tutto quello che deve accadere, l’essere già accaduto.
Ma qui, dico sempre io, il problema non è tanto nella connessione, tra ciò che deve accadere e il suo passaggio nel regno non solo di ciò che è reale, ma di ciò che è passato, quindi addirittura già chiuso e immodificabile.
Il problema a mio avviso è in quel deve che esprime una necessità tutt’altro che ovvia.
Cosa è necessario è un tema tutt’altro che banale da risolvere, la dicotomia necessario\contingente, necessità\possibilità, ha impegnato non pochi pensatori, da secoli e tutt’ora continua a farlo.
Che poi necessario sia qualcosa come l’amore, del tutto indefinibile, bè questo lo trovo veramente arduo da stabilire.
Tuttavia pagato questo fiorino al filosofo che è in me, torniamo ad occuparci della nostra chimera, e di cosa sia l’amore romantico.
Timi sostiene di innamorarsi più volte al giorno, ma vi confesso di capirlo benissimo, ma perché avvicinarsi all’oggetto del proprio innamoramento se dentro si ha già il sentimento della fine?
E l’esempio di amore romantico, per Timi, qual è?
Ma è naturale, è Hello Spenk, non lo ricordate, è il cagnolino del cartone animato innamorato di Micia, di una gattina.
E lui ogni volta che lei si avvicina si illumina.
Anche qui capisco molto bene sia Timi che Spenk.
Quindi la domanda che Timi rivolge a Scurati è, perché allora il tuo Spenk, l’autore della lettera ad Aspasia, si spegne, quando si rivolge a Micia.

Scurati non può che ammettere come Spenk rientri perfettamente nella tradizione romantica.
Romantico è andare contro ogni cosa codificata, romantico è l’ostacolo frapposto, e se è così Spenk lo è in maniera radicale, nella sua versione pop, il suo ostacolo non è di natura morale, ostacolo di un tipo, quello morale, che per quanto possa essere insormontabile è risolvibile in linea di principio.
L’ostacolo di Spenk è addirittura biologico, un fatto biologico, cane-gattina, quindi non risolvibile neanche in linea di principio. Spenk è destinato al fallimento del suo sogno d’amore, alla definitiva e costante negazione del desiderio.
Spenk è un autentico eroe romantico.

Molto meno romantici di lui (ndr), ci sono Tristano e Isotta. Isotta è promessa a Re Marco, che manda Tristano a prenderla. Lui si innamora di lei, ma quel che è più grave, lei di lui.
Mentre sono nella foresta e si coricano l’uno affianco all’altra, Tristano prende la sua spada e la pone tra di loro, limite invalicabile.
Simbolo dell’ostacolo, loro si amano, da bravi amanti romantici, ma amano anche l’ostacolo.
C’è un ulteriore modo di amare l’ostacolo, aggiunge Timi, quello di averlo posto non tra sé e l’amato o l’amata, ma tra sé e la propria felicità, questa la caratteristica di chi è romantico con sé stesso. Risultato, l’impossibilità di essere felici.
E la felicità è proprio il punto dirimente per Scurati, la lettera di Jacopo ad Aspasia è immaginata in pieno periodo romantico, per usare un certo tipo di stilemi. Perché così si prende partito per l’infelicità, atto di insurrezione contro il mondo.
L’amarezza è già dentro l’amore, già dentro il boccone.
Aggiunge Timi che Orfeo, quando si volta a guardare Euridice, all’ultimo momento utile, prima di essere di nuovo insieme, lo fa di proposito. Come faccio a far campare altri trent’anni, si chiede Orfeo, una donna che ha già conosciuto la morte, che vivrebbe nel ricordo di quello che di nuovo l’aspetta?
Partito per l’infelicità dunque.
Ma Timi dissente da Scurati su un punto: il tempo dell’amore non è lineare.
Timi dice di aver toccato attimi di amore assoluto, che in quegli attimi si è il presente, si è tutto. Non c’è quindi memoria, storia, prima e dopo, negli istanti di amore assoluto c’è solo il presente, che è tutto.
Ma quando, chiede Scurati, quando si hanno questi momenti di amore assoluto?
Quando si è creativi, ad esempio, quando si è il presente, ( certo, c’è il rischio della circolarità, ndr), ma in quei momenti l’amore romantico è finito, non c’è, non temo, dice Timi, lì sono.
E qui siamo d’accordo, in fondo questa chimera dell’amore romantico, che serve ad essere infelici, non c’è proprio, non quando si è felici, ma quando si è, cioè quando si crea, si vive, si è, appunto. E non vedo come potrebbe essere altrimenti per disinnescare questo mostro.
Comunque sostiene Scurati, l’amore romantico è l’ultima forma di ricerca dell’assoluto fuori dalle chiese consacrate. Disconosce la linearità, esula, esorbita dalla fine, è una freccia puntata verso l’assoluto.
E così, aggiungo ancora io, non deve raggiungere il suo scopo, altrimenti la ricerca si fermerebbe. La freccia arrivata non punta più.
A proposito, mi sembra chiaro che la ricerca dell’assoluto fa male.
Gabbia costruita dall’uomo intorno a sé per non essere libero.

A suffragio delle mie tesi, neanche a farlo apposta, è Timi che sostiene che Romeo e Giulietta non a caso sono morti dopo cinque giorni di quell’amore, non si può campare oltre cinque giorni con un amore come quello. Oppure sarebbero diventati papà e mamma Capuleti, tutto nella quotidianità, cioè, o così o muori.

Quindi a conti fatti la salvezza (da questa chimera dell’amore romantico, ndr), è viversi il presente.
Mentre l’amore romantico trova gioia nella fine.
Come tutti i mostri di buona tradizione e buona famiglia, dico io, anzi uno dei più longevi, l’amore romantico anche trova il suo compimento nella tua distruzione, è il suo compito come quello di suoi illustri colleghi, come Medusa, o Chimera, che però meno fortunati di lui, hanno trovato la loro fine.
E per quanto magari oggi non se la passi proprio benissimo, non crediate che stia morendo, queste bestie non finiscono mai di morte naturale, sono immortali.
E sanno strisciare per lunghi periodi, per avere dei guizzi distruttori nella vita di ognuno di noi.
Fin tanto che con la leggerezza di un Perseo, per dirla con Calvino, non sappiamo sconfiggerli, ammesso che nel caso dell’amore romantico sia possibile, perché non ne sono del tutto sicuro.
E se l’amore è morire vivendo, come sostiene Scurati, Timi risponde che però noi ora stiamo vivendo, appunto.
Questione di accento, secondo me, dipende dalla parola che vogliamo accentare, morire o vivere?
Per finire, se l’amore nasce dalle barricate, ma anche dallo scioglimento di queste, dice Timi, “il femminile mi ha insegnato la forza dell’apertura”.

È vero e vogliamo concludere con un omaggio alle donne, in fondo i due libri sull’amore romantico che abbiamo qui presentato sono scritti da due uomini, e il terzo sta scrivendo ora.
Ma di che avremmo scritto senza di loro?
Sì, ma visto che a mio avviso questa chimera dell’amore romantico non è stata ancora sconfitta, e che per farlo secondo me la strada su cui muoversi è quella indicata da Timi, della praticità (e immensità, direi io) del vivere, contro i folli voli delle frecce, dirò tutto sommato che un eccessivo omaggio al femminile puzza un po’ di romantico, in fondo se qualcosa è la controparte di un’altra, le parti sono due, perché ringraziare allora, le cose già si danno.

Dirò piuttosto invece a tutti gli ippogrifi che vogliono puntare in alto, di procurarsi dei buoni manuali di volo scritti per loro, e in bocca al lupo.

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