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Tea Ranno: “Ho messo in Teresa tutte le cose più belle che una donna può possedere”

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E’ una mattina d’autunno. Piove oltre i vetri del caffè dove Tea, seduta al tavolino d’angolo, ci parla del suo secondo romanzo In una lingua che non so più dire.

È una mattina d’autunno. Piove oltre i vetri del caffè dove Tea, seduta al tavolino d’angolo, ci parla del suo secondo romanzo In una lingua che non so più dire.
Abbiamo conosciuto Tea, anni fa, sui banchi della scuola Omero. Timida, silenziosa, poi quando arrivava il suo turno di esporre la storia a cui lavorava, la stanza d’un tratto era investita da un fuoco, da una passione. Difficile restare indifferenti alla sua voce. Non avvertirne l’energia e la consunzione, lo sfinimento e la gioia. Mai, come in quei momenti, la pratica o l’arte della scrittura c’era sembrata passione più invidiabile e meravigliosa.
Da allora, nelle ore trascorse insieme, non abbiamo mai smesso di stupirci nel vedere la donna esile dagli occhi timidi e ridenti, trasformarsi all’improvviso, evocando un testo o sviluppando un’idea o un personaggio, nell’essenza incarnata della narratrice che tramuta in storie il mondo e le sue domande senza risposta.

Oggi nel caffè, forse per l’acqua che sui vetri scorre inarrestabile, abbiamo estratto il taccuino dalla borsa e abbiamo cercato di fermare la nostra conversazione, di scandagliare con lei il senso di un libro che tanto ci ha commosso, una storia d’amore e di rimpianto, di perdita e di assenza. La storia semplice e fortissima di una vita “presa a prestito” parafrasando la frase di Paul Auster scelta da Tea per l’epigrafe.
Cominciamo riassumendo la trama che Tea espone quasi fosse una storia che le hanno raccontato, che lei ha preso a cuore e sui cui sviluppi ancora si interroga. Perché questo succede a Tea: i personaggi, con i loro destini, sono figure delle quali non finisce di stupirsi. Quasi che raccontare, e raccontare ancora, la storia di un uomo ravvivi sempre lo stupore che le cose siano andate davvero così.
Questa, racconta Tea, è la storia di Andrea che quarantadue anni fa è partito dalla Sicilia per studiare e non vi ha fatto più ritorno. Ora è magistrato e vive a Milano. C’è però un rimpianto dentro di lui, per Teresa, la ragazza della quale si era innamorato poco prima di partire. Gli hanno detto che si era fidanzata con un inglese, e lui l’ha sempre immaginata a Londra con il marito e le figlie. Oltre alla voce di Teresa altre voci lo chiamano dal mondo che ha abbandonato. Così finalmente il giudice compie a ritroso il viaggio dal Continente alla Sicilia. Ma il ritorno ha un cuore aspro, dolente. Segnato da un verità che avrebbe preferito non conoscere.
Gli occhi di Tea ci guardano pieni di meraviglia per i fatti appena esposti.

In una lingua che non so più dire
di Stefano D’Arrigo

Nessuno più mi chiama in una lingua
che mia madre fa bionda, azzurra e sveva,
dal Nord al seguito di Federico,
o ai miei occhi nera e appassita in pugno
come oliva che è reliquia e ruga

O in una lingua dove avanza, oscilla
col suo passo di danza che si cuoce
al fuoco della gioventù per sfida,
sposata a forma d’anfora, a quartara.

O in una lingua che alla pece affida
l’orma sua, l’inoltra a sera nell’estate,
in un basso alitare la decanta:
è movenza d’Aragona e Castiglia,
sillaba è cannadindia, stormire.

O in una lingua che le pone in capo
una corona, un cercine di piume,
un nido di pensieri in cima in cima.

O in quella sua lingua che la mormora
sul fiume ventilato di papiri
su una foglia o sul palmo della mano.

O in una lingua che risale in sonno
coi primi venti precoci d’Africa,
che nel suo cuore albeggia, in sabbia e sale,
nel verso tenebroso della quaglia.

O in una lingua che non so più dire.

Il romanzo è punteggiato di riferimenti letterari, a cominciare dal titolo stesso, tratto da una poesia di Stefano D’Arrigo, di omaggi agli scrittori amati, in particolare della Sicilia, che affiorano più intensi nel viaggio in traghetto del protagonista per attraversare Lo Stretto.
Tea sorride.
“Mi piaceva che Andrea, accostandosi alla sua terra, evocasse l’immagine di isole verdi e di cavalli di luna e di vulcani. Cavalli bianchi, glaciali, evanescenti accostati alla lava, al fuoco, della poesia di Quasimodo (dedicata alla figlia di due anni) Cavalli di Luna e di Vulcani.

Cavalli di luna e di vulcani
alla figlia

di Salvatore Quasimodo

Isole che ho abitato
verdi su mari immobili.

D’alghe arse, di fossili marini
le spiagge ove corrono in amore
cavalli di luna e di vulcani.

Nel tempo delle frane,
le foglie, le gru assalgono l’aria:
in lume d’alluvione splendono
cieli densi aperti agli stellati;

le colombe volano
dalle spalle nude dei fanciulli.

Qui finita è la terra:
con fatica e con sangue
mi faccio una prigione.

Per te dovrò gettarmi
ai piedi dei potenti,
addolcire il mio cuore di predone.

Ma cacciato dagli uomini,
nel fulmine di luce ancora giaccio
infante a mani aperte,
a rive d’alberi e fiumi:

ivi la latomìa l’arancio greco
feconda per gl’imenei dei numi.

E poi il pensiero di Andrea corre a Ciccina Circé nell’Horcynus Orca. Stefano D’Arrigo è, per me, il ritorno e ‘Ndrja Cambrìa, il protagonista, che lascia il continente per tornare in Sicilia, e a tutto ciò che ha lasciato, è una figura che mi ha molto condizionato. È impossibile non pensare a lui quando sono sul traghetto verso la Sicilia: l’attraversamento dello Stretto è, per me, il momento più bello del ritorno. Il traghetto è un non luogo che alla vita unisce la morte, evocata da Scilla e Cariddi: Scilla con le bocche dei sei cani che dilaniano e Cariddi che ingurgita acqua e navi di passaggio. Ad ogni istante una mano ti può avvinghiare e portare giù, trascinare nell’abisso nero.”
Lo sguardo di Tea si appunta sui mulinelli di pioggia oltre i vetri.
“Quando ‘Ndrja Cambrìa vuole attraversare lo stretto è il 4 ottobre del 1943. Arriva nel paese delle femminote. Siamo in piena Seconda Guerra Mondiale e non ci sono traghetti, né navi, ha bisogno di qualcuno che lo aiuti ad attraversare. Le femminote praticano il contrabbando e, senza grandi conoscenze di navigazione, affrontano il mare pieno di cadaveri, di affogati. Si rivolge a Ciccina Circé, che ha attaccato dei campanelli all’estremità delle sue lunghe trecce, din, din fanno i campanelli e richiamano le fere, i delfini, giocondi e perfidi, che dilaniano le reti ed il pescato. Le fere sono la maledizione dei pescatori, ma ora attorniano la barca e tengono lontani i cadaveri che altrimenti, si affollerebbero contro lo scafo”.
Sorride Tea felice che esista una creatura bella come Ciccina Circé, figura potente che attraversa la notte popolata di cadaveri. E riempie l’aria dei suoi din din.
“L’Horcynus Orca è come una cassata siciliana, ricchissima, se ne prendono delle piccole parti, degli assaggi” Dice allungando le dita nell’aria quasi a piluccare davvero nel ricchissimo piatto. “Ma il din din torna sempre per me sul traghetto… E anche per Andrea, insieme alle immagini di Vittorini, di Tomasi di Lampedusa, perché il sostrato che ancora lo lega alla sua terra è la letteratura, e le notizie riferite dai telegiornali. Libri siciliani che, come fere, lo isolano dai suoi morti: il padre, il nonno, dal suo tradimento. Ma poi, quando Andrea scopre di Teresa, e la Sicilia bruscamente smette di essere metafora, l’urto del suo tradimento lo colpisce in pieno.
Perché Andrea ha tradito.” Ripete Tea quasi non potesse darsi conto di questo tradimento. “Ha vissuto la sua vita nel solco che altri hanno tracciato per lui. Ed è sintomatico il momento in cui, al tavolo di un ristorante, viene informato dell’assassinio del Generale Dalla Chiesa. Ne è sconvolto: condivideva il progetto di Dalla Chiesa. Bisogna sgretolare il loro impero, diceva Dalla Chiesa, scardinarne il patrimonio, ci vuole tutto il Potere per disarticolare la mafia e sentiva, invece, Andrea che il generale era stato abbandonato, mandato a morire da solo.
Vorrebbe lasciare il tavolo irritato dai commenti della moglie e dell’amica notaio che irridono alla presunzione e alla temeraria follia di Dalla Chiesa. Che la morte era andata a cercarsela. Vorrebbe andarsene, e cercare conforto nel buio della notte, ed invece rimane. Perché è stato addomesticato, la sua vita adulta è piena di compromessi, accettato il primo tanti ne sono seguiti.
Era andato a Milano per realizzare il suo ideale di libertà, perché allora, in Sicilia, negli anni ’60 un uomo non poteva neanche pensare di uscire da solo con una donna, e ha tagliato i legami con tutto ciò che poteva essergli di ostacolo. Lui si compra la libertà a spese di Teresa, che è rimasta nel suo cuore come unico contrappeso ad una vita di compromessi”
Tea rimane in silenzio seguendo il filo di un suo pensiero.
“E poi qualcosa succede…” incalziamo noi.
“Succede che una mattina, che è solo, in Piazza Duomo, e ad occhi bassi dà da mangiare ai piccioni, gli giungono le voci di ragazzi che fanno la conta per dividersi una birra Pugnu cutùgnu, a cu ci ‘u rugnu ‘n pugno… La conta che risuona ovunque nei cortili della Sicilia” E tende l’orecchio Tea, ripetendo la sua conta a voce bassa, come se si sentisse fin qui la cantilena della sua infanzia.
E le pagine di P.zza Duomo si riempiono di siciliano. Un siciliano che è lingua viva, una musica.
“Il siciliano ha delle sonorità bellissime, è la vita stessa che si esprime con quelle parole e diventa suono, cantilena. Carùsi, nun mi fati siddiàri. Matri. Ni stamu pisciannu ‘ncoddu.” Tea si emoziona. “Lui torna perché è catturato dalle parole, la sua aridità si popola di suoni, di emozioni.”

La lingua nei romanzi di Tea è forma e contenuto. La lingua imprime il ritmo, segna i passaggi, le svolte, l’accavallarsi degli eventi e il loro ristagnare, la lingua è ridondanza e asciuttezza a seconda dell’emozione e del sentimento. Lo dice Tea “mi piace che la lingua sia evocativa e ben caratterizzata”. In Cenere una lingua del seicento elaborata e ricreata. Una lingua inventata e verissima. E il siciliano, adesso, così potente, è anch’esso rielaborato o è lingua d’infanzia?
“È diverso ancora, il siciliano non è stata la lingua della mia infanzia. Mia madre, che è maestra, preferiva che non lo usassi. Eppure quando mi sono trasferita a Roma, la cosa che più mi mancava era il dialetto, sentirne la musica risuonare attorno. Quando sono nate le mie figlie, le parole dolci che usavo per loro, erano in dialetto. Come parole che affiorassero dentro di me. Çiatu miu, çiatu miu. È fiato mio, ma non è la stessa cosa, se dici a tuo figlio Çiatu miu vuoi dire tu sei il mio respiro, tutta la mia vita. Implicazioni intraducibili.”
Tea continua in siciliano, frasi brevi che racchiudono l’intensità del ricordo, emozioni che si fanno musica che non ha bisogno di essere tradotta.
“Ho usato il dialetto puro perché la lingua è verità. Le parole esprimono la realtà del luogo. I primi tempi che abitavo a Roma era tale la nostalgia che andavo alla stazione Termini sul binario del treno in partenza per Siracusa. E restavo lì sulla banchina a ritrovare le voci della mia terra”.
In una scena centrale del romanzo, dove la storia fino a quel punto in ascesa prende una diversa inclinazione, Andrea entra nella vecchia tabaccheria del paese a cui ha fatto ritorno: tutto è cambiato adesso all’interno, solo la voce del tabaccaio che svela la verità al giudice è ancora voce antica, un’elegia. Poche parole asciutte, intensissime che condensano una tragedia.
“Non è detto che chi parte non faccia la scelta giusta,” riprende Tea “per molte persone è stata la scelta giusta. Ma non per Andrea (a cui la bugia della madre ha precluso per sempre il ritorno.) Perché, vedi, sono tanti i ragazzi che in Sicilia vanno a studiare alla Bocconi, andare a studiare fuori, vivere fuori della Sicilia vuol dire avere più possibilità. Io ad esempio ho pubblicato fuori della Sicilia. Noi usiamo l’espressione “Cu nesci, arrinesci”. Chi va via trova fortuna. I siciliani lasciano la loro terra e fanno cose buone. La Sicilia ti offre poco e ciò che ti offre spesso è guasto. Anche il padre di Andrea aveva studiato a Milano, a Milano aveva incontrato quella che sarebbe diventata sua moglie e madre di Andrea. Ma suo padre era tornato in Sicilia.
Sarebbe stato bello se Andrea avesse chiesto a Teresa di aspettarlo. Oppure avrebbe potuto sposarla e portarla con sé. Per Teresa la cosa terribile era che lui non avesse creato un legame, non le avesse scritto, tutti partivano, ma non tagliavano i ponti per sempre.
Con le voci di Piazza Duomo, d’un tratto, la Sicilia diventa per Andrea una sirena, una fata Morgana che disarticola la visione. “Tu devi tornare”. Gli dice il loro canto ipnotico.”

Sembra di sentirla addosso l’urgenza delle voci che chiamano Andrea, e per sottrarci al loro richiamo, ci afferriamo alla concretezza del libro che sfogliamo tra le mani. Davanti ai nostri occhi si apre il primo capitolo. Due pagine scarne, intense, quasi impudiche, con l’infarto che prostra il corpo di Andrea, lo umilia, lo scaraventa supino davanti ai nostri occhi e allo spettacolo della sua vita. Perché un incipit così violento? Hai voluto essere molto dura con il tuo protagonista.
Tea annuisce con veemenza. “Sì ero molto arrabbiata con lui, perché ha voluto organizzare la vita degli altri. Ha creato un mondo virtuale dove Teresa vive in Inghilterra, ha due figlie, a cui lui ha dato tanto di nome. È normale che quando la vita vera irrompe, lui ne sia travolto.
Mi è costato molto trovare l’incipit… ma quando poi ho visto l’immagine di Andrea che scivola con le spalle lungo la porta fino a cadere a terra, non ho avuto più dubbi: eccola, era quella la scena da cui il libro iniziava.”
Tea si è fatta pratica, assertiva come sempre che si affronta un problema “tecnico” della scrittura. E spiega che nel caso di Cenere l’incipit non è mai cambiato. Sin dall’inizio le era stato chiaro che la storia dovesse aprirsi in quel modo e in quel tono preciso: le serve in cucina, donna Stefana che si sveglia prestissimo contrariamente alle sue abitudini. Per questo libro invece la ricerca è stata molto lunga: dapprima il capitolo iniziale era quello in cui Andrea cerca Teresa al cimitero, che è stato l’innesto, il nucleo del romanzo, ma non funzionava, non poteva iniziare da lì. Poi il capitolo della ballerina di mambo, neanche. Nuovo spostamento. Iniziare con le voci di Piazza Duomo? Non era un attacco plausibile, le voci insistenti, ossessive non potevano essere l’esordio. C’era bisogno di qualcosa prima.
Tea è immobile, e la leggera tensione che le segna il viso riflette la fatica, la ricerca lenta, estenuante. Una volta che il libro è impaginato, ora che lo stringiamo tra le mani, è difficile credere che non sia nato così, con un ordine prestabilito, quasi orchestrato da una mente divina. Difficile immaginare la ricerca meticolosa, la faticosa collocazione dei capitoli.
“Ci ho lavorato fino alla fine. Non riuscivo a trovare il codice narrativo giusto. All’inizio erano molte più pagine. Avevo descritto nel dettaglio l’ingresso della casa, avevo in mente l’ingresso di villa Piccolo, a Capo d’Orlando. Poi mi sono accorta che era sbagliato. Un uomo che sta morendo ha pensieri corti, brevi, che assecondano il fiato, non vede l’entrata sontuosa, i dettagli del giardino. Solo soffocamento e mancanza d’aria. Le prime pagine, adesso, dopo questo percorso di sottrazione, modifiche e spostamenti, sono le pagine di un uomo che sta morendo e ha pensieri veloci. Tutto il romanzo, comunque, corrisponde ad un’ora di vita dalle 16 alle 17 del 5 agosto del 2000, sabato.”
Un romanzo che copre materialmente un’ora di tempo, sessanta minuti, ma dove il Tempo, svolge un ruolo fondamentale.
“All’interno si incastrano tutti i tempi: il presente è Andrea infartuato; il futuro, la sua proiezione verso Milano, la sua speranza di poter ancora prendere l’aereo e in fretta dimenticare, il passato sono i ricordi che affiorano evocati dallo scalone della Canària che incombe davanti al suo corpo prostrato.”
Alla Canària, la casa dell’infanzia e della giovinezza, che prende il nome dal giallo della facciata, tutto è rimasto immutato.
“È vero. Alla Canària il tempo non è passato, tutto è immobile, la pendola si è fermata. È lui, appena arriva, a caricarla, a rimettere in moto il tempo dentro la casa.
(Tea sembra vederla la pendola ed additare il gesto dell’uomo che la carica come chi in un film colga d’un tratto, in una scena all’apparenza insignificante, il dettaglio fondamentale che porterà all’inevitabile epilogo e vorrebbe dirlo agli spettatori ignari: guardate è lì, la chiave)
“Caricando la pendola che si era fermata, ha azionato un tempo fuori dal tempo, un tempo anacronistico, che non è quello degli altri. La pendola ora scandisce solo il suo tempo.”

Dopo la durezza dell’incipit, sorprendono per contrasto la luce, l’allegria e la vita delle pagine successive, con l’entrata in scena di Teresa e del nonno immerso nello studio della battaglia di Waterloo, nell’appassionata ricerca di possibili alternative che offrano a Napoleone la vittoria.
“Il nonno è la tenerezza. Andrea era tiranno e indiscusso signore del nonno. L’idea delle battaglie è venuta, figurati, da un programma su Napoleone di Piero Angela che mi è capitato di vedere. Gli schieramenti dei soldati mi avevano affascinato. Poi ho continuato a documentarmi, e ho scoperto che la storia delle emorroidi è vera, sono state loro a distrarre Napoleone, a infiacchirlo, a minarne la concentrazione e portarlo a compiere errori altrimenti inspiegabili. Mi sono comprata il dizionario delle battaglie: ho studiato gli schieramenti, le mosse tattiche.”
Ride Tea. E ridiamo anche noi immaginandola, seria e assorta, intenta a sferrare battaglie immaginarie.
Oltre a Teresa altre figure compongono l’universo femminile del libro, tra loro molto diverse.
“Ada, la moglie, e Teresa, pur diversissime tra loro, sono entrambe donne che sanno ciò che vogliono. Ada è la donna pragmatica: bravissima nella sua professione, non si preclude la possibilità di avere storie parallele, ed emancipa anche Andrea che all’inizio si infuria, la sua parte siciliana non riesce ad accettare la libertà di Ada. Ma alla fine, anche qui, si adagia nel solco. Bianca, l’amante, è la figura della mediazione: sa ascoltare e capire. Bianca è abbondante e materna, ciò che sua madre non è stata con lui, me ne sono accorta solo dopo. Bianca lo accoglie e Andrea si perde dentro di lei. È lei a spronarlo, a dargli il coraggio di tornare in Sicilia.”

E in Sicilia c’è Rosetta, e un tempo c’era Maria, le governanti della casa, e figure di governanti, di serve, fondamentali anche in termini di sviluppo della storia, sono presenti anche in Cenere. Sono personaggi a te cari, a cui assegni un grande valore.
“Certo sono le custodi, le donne di casa che si occupano, di tutto, per l’intero arco di vita di un uomo, dall’allattamento alla composizione della salma nella bara. Alla Canària sono state le governanti a fermare il tempo.”

Parlando dell’incipit hai detto che il nucleo del romanzo è la scena del cimitero. È stata quella l’idea iniziale?
“L’idea è venuta da un racconto che avevo scritto tempo fa. L’ispirazione era venuta da una visita ad un cimitero, cercavo la tomba di un amico che non riuscivo a trovare. E quella ricerca in un cimitero di Sicilia era stata fonte di profondissima angoscia. Trovavo persone che credevo vive; persone già morte che avrebbero avuto la mia stessa età. Quando vai al cimitero in occasioni non canoniche vedi altre cose, un dolore forte, straziante che altri giorni non cogli, madri che piangono i loro figli, mariti le loro mogli. Giravo per il cimitero, non riuscivo a trovare il mio amico, e dentro l’ansia cresceva, un nodo in gola, per la morte e il dolore che mi circondavano. È da lì che è scattato il racconto.”
Tea fa una lunga pausa.
“La morte, il cimitero diventano uno specchio di ciò che sei, che sei diventato, fai una valutazione fortissima sulla vita che conduci, su ciò che della tua vita puoi ancora recuperare. Prima che non ci sia più tempo.”
E all’immagine del nodo in gola, del pianto, si associa un passaggio straordinario del libro: Andrea bambino che ingoia un pugno di sale, quando il nonno lo porta a visitare le saline.
Il viso di Tea, davanti all’immagine delle saline, risplende.
“Quando ero piccola, vicino a Melilli, il mio paese, c’erano le saline. Mi ricordo le carriole, il colore della canottiere dei salinari, le montagne di sale che brillano a volte coperte da tegole come piramidi. Le saline sono uno spettacolo bellissimo quando ti imbarchi al tramonto. C’è l’idea della lentezza dell’acqua che evapora al sole e lascia una crosta di sale che viene raschiata dai salinari. Con un bianco che ti abbaglia. E il sale in gola è il nodo del pianto che strozza.”

Sempre nella prima parte del libro ci sono delle citazioni da Hobbes che attengono alla giustizia, all’uomo giusto, e sembrano racchiudere il tema del libro. Nei tuoi romanzi anche il giudice, insieme alle serve, è una figura che ricorre.
“La giustizia è l’osservanza del diritto, ma il giudice deve considerare le “circostanze attenuanti” ciò che il rigore della legge non contempla, le circostanze che riguardano l’uomo. Andrea, come Corselli (il giudice di Cenere) è il giudice che rispetta la lettera della legge, ma chi fa così non è un buon giudice. Corselli, il pedofilo, è un mostro rigorosissimo. Anche Andrea è un mostro, si è macchiato di un crimine efferato: ha abbandonato Teresa per viltà, per pigrizia, per paura, per tentare l’avventura. È incoerente, e alla fine la vita gli esplode tra le mani. Talora c’è una discrepanza tra i principi della giustizia e le situazioni della vita. Il giudice, che è l’ideale del diritto, dovrebbe sempre applicare la legge tenendo conto dell’uomo. Il giudice ha un potere immenso, ha una grande responsabilità nei confronti degli altri.”
Il rimpianto di Andrea è il rimpianto di ogni uomo di fronte alle perdite ineluttabili della vita?
Tea scuote la testa assorta.
“Il rimpianto dipende dalle condizioni specifiche. Il rimpianto di Andrea è colto alla perfezione da Bianca, la sua amante che gli dice: “Sei come uno che ha abbottonato male il primo bottone della camicia. Sbagliato il primo, sbagliati tutti”.
Siamo tutti altalenanti, rimpiangiamo tutti qualcosa, ma abbiamo altro che compensa ciò che abbiamo perso. Andrea invece è colto nel momento definitivo, irrimediabile, lui addirittura alla fine immagina di poter vivere con la foto di Teresa in tasca, riesce ad alzarsi, a muovere qualche passo, ma poi cade, perché Teresa era il perno dentro di lui, ciò che teneva in piedi la sua vita. Il ferro che lo teneva dritto: nel momento in cui scopre la verità, il suo rimpianto è assoluto. Caduto il sogno di Teresa, cade la sua vita”

La vita cade, Andrea muore, ma il libro si chiude sul sogno, sul perno che sostiene la vita: sul volto di Teresa che “toccata dal chiarore rossastro dell’ultimo sole, sembra accendersi d’un sorriso più intenso, più vivo”
Chi è Teresa?
“Teresa è l’ideale di felicità e bellezza, anche a rischio di farne uno stereotipo. Lei sì ha avuto il coraggio di essere libera. La sua decisione è stata un’espressione di libertà. Sembra una figura dolce, romantica, in realtà è molto forte. Si impone alla morte. Lei ha avuto la libertà che Andrea ha solo cercato.
Teresa è il sigillo sul cuore di Andrea e lo stupore dell’adolescenza: Andrea dice a se stesso che non avrebbe potuto vivere con una donna adolescente. Ma lei possiede solo la bellezza dell’adolescenza. È seria, studia, e decide del suo destino.
Ho messo in lei tutte le cose più belle che una donna può possedere.”

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