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Lorenzo Tucci: “Mi sono seduto dietro la batteria, ho suonato un po’ e ho detto: – è il mio strumento”

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Con uno stile del tutto personale, Lorenzo Tucci, uno tra i batteristi di maggior talento della scena jazzistica nazionale ed europea, si distingue per la sua straordinaria abilità tecnica e...

Con uno stile del tutto personale, Lorenzo Tucci, uno tra i batteristi di maggior talento della scena jazzistica nazionale ed europea, si distingue per la sua straordinaria abilità tecnica e per la capacità di rendere l’insegnamento dei grandi maestri. In giro per l’Italia con la formazione che supporta il progetto DrumonK, il nuovo album-tributo a Thelonius Monk, offre un concerto per il quale le parole cadono. “Alla fine, ci si può solo alzare e applaudire”.

Inizia a suonare il piano e la chitarra, poi, a dodici anni, sceglie la batteria. Una folgorazione per questo strumento?
Si, è stato proprio folgorante. Nel momento in cui mi sono seduto dietro la batteria, ho suonato un po’ e ho detto: – è il mio strumento -. Mi sono sentito subito a mio agio. Mio padre mi comprò la batteria, però mi disse: – questo è l’ultimo strumento che ti compro -. Il pianoforte non dico che lo suono, perché è una parola grossa, però mi serve per scrivere qualche pezzo. A tutti i batteristi lo consiglio di approfondire uno strumento armonico

A quindici anni sceglie come suo genere il jazz, un’altra felice intuizione?
Non ho mai suonato il rock teso o l’hard rock, comunque cose più fusion, negli anni ottanta soprattutto i Weather Report. Il Be bop, l’Hard bop li ho scoperti per radio, ascoltavo la radio e ho sentito John Coltrane che si faceva un assolo pazzesco e ho detto – ma che cos’è sta roba?- . Abitavo in Abruzzo, in provincia molte cose non arrivavano e negozi di dischi non ce ne erano. Quando l’ho sentito alla radio ho detto – secondo me, questa è la mia strada -.

Drumonk, il suo ultimo disco con la tromba di Fabrizio Bosso e il contrabbasso di Pietro “Cianka” Ciancaglini, è un omaggio a Thelonius Monk, uno dei più grandi pianisti della storia del jazz, un omaggio senza piano…
Senza piano, si. Mi è venuto così, perché chiaramente la cosa con il pianoforte sarebbe venuta bene, però mi ingabbiavo un po’ troppo. I temi sarebbero venuti con il pianoforte e sarebbe diventato un trio pianistico, che tra l’altro ho già con Pietro Ciancaglini e Pietro Lussu. Senza piano abbiamo una libertà maggiore a livello armonico, quindi ho scelto un repertorio di Thelonius Monk anche adatto a un trio piano less. Anche Thelonius è stata una folgorazione, volevo farlo da molto tempo perché trovo i suoi temi molto spiritosi.

Nel disco c’è Tea For Two, l’unica canzone non originale di Thelonius Monk. Perché ha scelto di inserirla tra i suoi pezzi?
Tea for two era un brano che Thelonius suonava spessissimo, però l’ha sempre suonato in piano solo e l’ha registrato anche diverse volte. Poi è un brano divertente, che si presta. Tea for two è forse lo spirito di Monk, lui sceglieva di suonarla perché ci si vedeva in un tema così divertente e quindi anche io l’ho voluta fare.

Attualmente è impegnato anche in un progetto teatrale su Chet Baker.
Si, c’è praticamente un quartetto con Fabrizio Bosso, c’è anche l’attrice Lucilla Giagnoli, su un testo di Paolo Bignamini e con la regia di Emilo Sioli. È il racconto della vita di Chet attraverso gli occhi delle donne che lo hanno conosciuto, è un bel progetto in cui parla soprattutto la musica.

Partecipa inoltre, con Javier Girotto, al Latin Project, un progetto innovativo in cui si mescolano jazz e sonorità latine.
Con Javier abbiamo formato il latin quintet che è un quintetto veramente molto bello, insieme a Fabrizio Bosso, Natalio Mangalavite e Luca Bulgarelli.

Pensando al progetto latin jazz, crede che il contatto con Horacio Hernandez abbia avuto un’influenza sul suo stile musicale?
Siamo stati parecchio tempo insieme con Horacio, lui all’epoca viveva a Roma, tuttora siamo molto amici. Sicuramente mi ha suggestionato, perché quando sei a contatto con delle persone per abbastanza tempo è chiaro che lo fai proprio per prendere e scambiare. Studiavamo delle ore insieme e lui, essendo cubano, mi faceva vedere delle cose tipiche, poi approfondisci un po’ e man mano ti formi.

Quali sono i jazzisti che preferisce ascoltare?
I grandi del passato, mi riferisco non solo a batteristi, ma a tutti i grandi, da John Coltrane a Miles Davis. Wayne Shorter è uno che ho ascoltato molto, ho fatto anche un disco in quartetto in cui ci sono due brani suoi (Sweet Revelation del 2000 N.d.R.). Poi tutti i batteristi del passato, anche se mi piace molto seguire quello che accade attualmente sulla scena mondiale. Ci sono batteristi americani bravissimi e mi piace molto vederli. Non mi adagio sul passato perché penso che il jazz è qualcosa che va avanti e che si evolve, non un monumento da salvare.

Prossimi progetti?
Intanto andiamo avanti con DrumonK. Adesso ho anche questo trio che si chiama L. T. C. (Lussu, Tucci, Ciancaglini N.d.R.) con loro è appena uscito un disco nuovo in Giappone, distribuito dalla Columbia, che sta andando molto bene e poi c’è il progetto High Five, chiaramente, che è un progetto che sta a cuore a tutti. Registreremo un disco per la Blue Note a gennaio e uscirà a maggio.

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