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La battaglia di Penda

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È tutto in quei pochi secondi di filmato. E guardare quella fiammata che sale alta fa ghiacciare il sangue, ma certo non abbastanza...
© Mario Proto – da corriere.it

È tutto in quei pochi secondi di filmato. E guardare quella fiammata che sale alta fa ghiacciare il sangue, ma certo non abbastanza perché quelle immagini non facciano il giro di tutti i telegiornali della sera. La donna dalla tunica bianca si avvicina a passi veloci al centro dello spiazzo, sotto la scalinata. Non guarda in faccia nessuno, ma prima di fermarsi si assicura di essere abbastanza vicina a carabinieri e vigili urbani, di essere a portata del loro sguardo. Almeno, non è a portata dello sguardo dei suoi tre bambini, presenti anche loro nella piazza. I gesti sono rapidi e decisi, si ferma un istante, la veste zuppa di benzina. Non c’è il tempo di rendersene conto, non c’è il tempo di tentare di fermarla. Un’unica fiammata che l’avvolge come una torcia dalla vita in su, la donna fa qualche passo in avanti, si piega, le fiamme ora sono arrivate ai piedi. Un lembo del vestito si stacca, brucia solitario un paio di metri più giù. Il brigadiere che ha spento le fiamme con l’estintore a sabbia preso dal furgone di servizio ce le ha ancora nelle orecchie quelle urla disperate. Un altro carabiniere le getta addosso un cappotto. Quando le fiamme sono spente la donna è ancora cosciente. Le hanno mangiato il 70 % della pelle.

“Praticamente, è come se fosse diventata bianca. Cioè, capite, no? Quando la pelle bruciata viene grattata via, sotto è bianco. Come per noi. Insomma, solo il 30% del corpo adesso è nero. Ma certo, ora questo è l’ultimo dei suoi problemi, poveraccia…”. Sembra provare un sincero senso di pietà l’infermiere del Sant’Eugenio mentre scuote la testa pensando a quella pelle che da nera è diventata bianca. Lui, che ha ancora in mano la cartella da cui qualche istante prima ha rubato tutte le informazioni della paziente per darle ai giornalisti, in gran segreto, chiusi dietro una porta del pronto soccorso. “Penda Kebé, nata in Senegal nel 1968, giunta in ospedale alle 11:31, dopo segnalazione al 118. Ustioni del terzo grado su tutto il corpo. Io l’ho vista svestita, non è rimasto niente di quello che aveva addosso. Credetemi – e sembra di scorgere un’espressione vagamente sadica -, non è stato un bello spettacolo. Sì, era ancora cosciente. Cioè, come si può essere coscienti in quello stato. Insomma, non ci siamo presentati, ecco”. La porta del posto di polizia dell’ospedale è ancora chiusa, la serranda della vetrata completamente abbassata. Lì dentro stazionano da un’ora e forse più il marito di Penda e una donna dal grado di parentela non proprio chiaro. Una cosa abbastanza comune tra questi gruppi ben compatti, legati a un territorio, o ad un forte ideale: le parentele dichiarate non sempre sono di sangue, e non per questo si tratta di legami meno forti. Una testa fa capolino dalla stanza, la porta appena schiusa per non far intravedere nient’altro e, soprattutto, nessun altro: “E i giornalisti? Non c’erano dei giornalisti qua fuori?”. Sì, c’erano, ovviamente. “Mi dispiace – e ora si sporge tanto da far ciondolare fuori il distintivo che è appeso con una cordicella blu al collo -, la questura non ci autorizza a dare informazioni. Però, se volete, potete chiedere tutto all’ufficio stampa”. Già, ma a chi sta lì non gliene importa un fico secco delle note scarne che sarebbero state diffuse di lì a poco: “Beh, certo, se i parenti ne avranno voglia, quando usciranno da qui potrete fargli tutte le domande che volete”. E, quando Dio volle, i parenti uscirono da quella maledetta stanza. Di certo non si potevano avere dubbi sul fatto che fossero proprio loro i parenti della senegalese: per prima uscì una donnona dall’aria afflitta e imponente. Non era altissima, e neanche particolarmente in carne, semplicemente, occupava tutto lo spazio con la sua presenza, si sentiva. Era avvolta nel tipico abito del suo paese, un’ampia gonna marrone con sprazzi bianchi e azzurri, calze e sabot neri, uno scialle giallo gettato sul petto e uno azzurro più sottile a coprire le spalle, decorato con grandi stelle blu. E, sotto il copricapo elaborato che riprendeva gli stessi colori dell’abito, due pesanti orecchini d’oro che sbattevano sul collo ad ogni movimento della testa, e ancora, tre braccialetti per braccio, e un’infinità di anelli per mano. Se ancora fossero rimasti dei dubbi, un tesserino era fissato con una spilla sullo scialle giallo: “President du Mouvement du Parti Democratique Senegalais d’Italie”, e sotto, il nome del presidente senegalese, Abdoulaye Wade. Doveva essere un giorno di festa per lei e per quel nutrito gruppo di senegalesi che avevano sfilato dalla mattinata sui gradini del Campidoglio. Un avvenimento atteso da tempo l’incontro con il loro presidente, in visita a Roma per una chiacchierata con la Garavaglia, vice di Veltroni. E anche il marito di Penda faceva parte di quella delegazione. Altissimo, magrissimo, sembrava pronto più per una passeggiata a via Frattina che per l’incontro con il presidente: cappello e sciarpa di Fendi, giacca nera e camicia bianca di lino. Occhiali e pizzetto ben curato. Bel ragazzo, indubbiamente. Ne escono intontiti dall’incontro con la polizia, che di certo ha cercato di sapere esattamente quello che anche i giornalisti vogliono tenacemente sapere: perché. Perché una donna di 39 anni, che vive a Brescia da un ventennio e, a giudicare da come veste e parla la nostra lingua il marito, di certo ben integrata nella società italiana, decide di punto in bianco di darsi fuoco in mezzo a una piazza? Chi è Penda Kebé? “Penda è la prima donna ad essersi battuta qui in Italia per il suo presidente. Difende i diritti degli immigrati e delle donne. È forte, è coraggiosa”. La donna scandisce lentamente le parole e ha una voce profonda, quasi maschile. Si lascia guidare docilmente dalle domande, ma è difficile fare un discorso compiuto. Il telefonino squilla in continuazione, lei risponde e sembra prendere vigore solo nella sua lingua, quando spiega agli altri rimasti in Campidoglio che non lo sa ancora come sta Penda, che li terrà informati. Il marito vaga di sportello in sportello, e si sente in sottofondo la stessa frase ripetuta esattamente con lo stesso tono ai dipendenti che compaiono di volta in volta dietro il vetro: “Salve, sono il marito di Penda Kebé, dov’è mia moglie?”, “Salve, sono il marito… dov’è mia moglie?”. Alla fine, devono averglielo detto, dov’è la moglie. Un infermiere fa strada e guida i due nel corridoio oltre la porta scorrevole, dove si intravedono le stanze dei malati ai lati e qualche lettino abbandonato in mezzo. Perché, perché, perché, è questa la domanda rimasta ancora senza risposta che spinge all’inseguimento a debita distanza. L’infermiere laggiù indica gli ascensori. Dove potrebbe stare se non in rianimazione? Le porte dell’ascensore si aprono: eccoli lì, nella piccola sala d’attesa. Al marito e alla donna si è aggiunto un altro uomo, anche lui altissimo, con un cappello scuro a nascondere fitte treccine e un lungo cappotto marrone. Le scarpe sono belle, sicuramente di marca. Sono in piedi, in attesa di notizie, ed è l’ultimo arrivato a balzare in avanti quando compare un dottore, o meglio, solo la voce del dottore, dall’altra parte di una porta a vetri. Si presenta come il cugino del marito, e poi si sente, flebile: “Si, sono io il marito…”. La donna rimane un po’ in disparte, dietro gli uomini, e a ritmo regolare si batte la mano destra sulle labbra. “…coma farmacologico…”. Sono poche le frasi che arrivano chiare dalla bocca del medico, ma non lasciano dubbi sulle condizioni di Penda. Quando la voce del dottore tace e si sentono i suoi passi in lontananza, il marito di Penda ricompare nella sala d’attesa. Non ha più il cappello in testa, gli occhiali li tiene in mano. Si appoggia, anzi, si sostiene con le braccia sul telefono fissato sulla parete accanto alla fila di sedie, e comincia a piangere, piano, silenziosamente. La donna si lascia cadere di peso sulla sedia di plastica, e il “cugino” si attacca al cellulare, furiosamente. È leggermente attenuata, ma c’è ancora quella domanda nella testa: perché, perché? È il “cugino” che dopo un po’ inciampa sui giornalisti intorno: “Cosa volete sapere?”, e il suo tono non ha niente di scortese o di brusco. “Voleva attirare l’attenzione, sì, e stavolta c’è riuscita davvero. No, non era la prima volta che faceva qualcosa di forte. Per ottenere quello che voleva era arrivata ad incatenarsi, a fare lo sciopero della fame… È una battagliera Penda”. Lo dice con lo stesso sguardo che aveva la donna quando parlava di lei. Pieno di fierezza. “Eh, perché, perché… non lo posso certo sapere io perché l’ha fatto”. Ma non l’ha detto con troppa convinzione, e questo gli è valso un altro giro di tortura. Finché, alla fine, ha ceduto: “Penda fa parte del partito del presidente. È una sua forte sostenitrice. Il problema è che ci sono altri soggetti che fanno parte dello stesso partito e che qui in Italia ricoprono delle cariche politiche. Intendo i consoli, per esempio. Quelli che, in pratica, ricevono i soldi che dovrebbero usare per noi immigrati. Ecco, c’è una parte di queste persone che non fa il loro lavoro. Che se ne frega se uno ha o no il passaporto, se ha problemi. Penda voleva farlo sapere al presidente. E – alza un po’ il volume della voce – c’era una parte della delegazione che voleva impedirlo”. Insomma, non l’hanno fatta passare. “Hanno fatto di più – sibila il “cugino” -: hanno lasciato detto all’ingresso che lei non doveva entrare per nessuna ragione. Motivi di sicurezza. Pazzesco. E non guardateci così, voi in Italia dovreste saperne qualcosa di divisione interne in uno stesso partito”. Vero, verissimo. Ma tutt’al più strappiamo la tessera o fondiamo un altro partito, non ci diamo fuoco per protesta. Ma non è il momento della discussione politica. Ognuno ha avuto la risposta che cercava. “Le visite si possono fare alle cinque e mezzo – annuncia alla donna e al marito di Penda, che sembra capire solo vagamente il senso di quelle parole -. È inutile restare qui, adesso”.

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