Condividi su facebook
Condividi su twitter

Ray Lovelock: “It’s easy when you’re Big In Japan”

di

Data

La Forma Del Palato. Los Angeles, un anno fa. Qualcuno sta suonando il campanello. “E adesso chi è?”- pensa Quentin Tarantino, mentre si alza dal divano in pelle nera...

La Forma Del Palato.

Los Angeles, un anno fa.
Qualcuno sta suonando il campanello.
“E adesso chi è?”- pensa Quentin Tarantino, mentre si alza dal divano in pelle nera su cui sono sparsi vari dvd, un accendino ed una felpa appallottolata.
Tocca un pulsante del telecomando e sul megaschermo al plasma, un giovane Tomas Milian resta cristallizzato con la bocca spalancata ed una mitraglietta in mano.
“Non sarà di nuovo John Travolta?” – pensa, mentre si avvicina alla porta facendo attenzione a non produrre il minimo rumore, “Tanto una parte nel nuovo film non te la dò! E che cazzo, io ti salvo la carriera quando giravi cose tipo Teneramente In Tre, una cagata di film con una bambina ed un fottuto Dobermann, e tu ti travesti da cicciona e mi giri HairSpray!!?!”.
Incolla l’occhio allo spioncino, poi apre la porta sorridendo.
“Ciao Hermano!”, nella stanza entra Robert Rodriguez, porta con sé una borsa sportiva.
“Hola Quentino, ti ho portato dei film, roba italiana!”- dice Robert spalancando la bocca in un largo sorriso.
I due si abbracciano, imitando le strette di mano delle Gang.
“Cazzo, questa villa è una bomba!” – dice Robert, mentre si toglie il cappello da Baseball.
“L’ho comprata da Gisele”- dice Quentin – “l’ho pagata 3.900.000 dollari” – dice sedendosi sul divano in pelle.
“Che hai Quentino, ti vedo giù!”- dice Robert Rodriguez.
“Hai ragione Amigo, sono due mesi che lavoro al finale di Death Proof, ho le tre ragazze, ho questo maniaco che le insegue, ma non ho un fottutissimo finale”- dice Quentin, prendendo dal tubo sul tavolino una manciata di patatine.
“Queste Pringles hanno la forma del palato, amico, ecco perché posso mangiarne anche dieci per volta” – dice Quentin. “La fottutissima forma del palato, ecco il loro segreto”.
“La forma del palato?” – dice Rodriguez, “Forma del palato o no, ci manca solo che mi metta a mangiare carboidrati!”. Poi Robert Rodriguez prende un pacco dalla borsa, che nel frattempo ha aperto.
“Salutista del cazzo”- dice Quentin, “ Dai, aiutami per questo finale!”.
“Nessun problema, amico”- dice Rodriguez.
“Ti ricordi quando avevo problemi per il make up degli Zombie di Terror Planet?”.
Tarantino annuisce.
“Allora tu mi hai detto, fai come quel cazzone di Danny Boyle, che in 28 Giorni Dopo ha saccheggiato i film di Zombie italiani, ti ricordi?”

28 Giorni Dopo di Danny Boyle

Non si Deve Profanare Il Sonno Dei Morti di Jorge Grau

Incubo Sulla Città Contaminata di Umberto Lenzi

“E allora?”- dice Quentin.
“Allora in questo film di fottuti Zombie, c’era quest’attore italiano dal nome inglese..”
“Ray Lovelock!”- dice Tarantino, prendendo una manciata di patatine dal tubo.
“È pure in questo poliziottesco che sto guardando, Milano Odia, un vero duro, cazzo!”- dice Quentin Tarantino con la bocca piena di roba gialla.
“E allora Amigo”- dice Robert Rodriguez, “ devi guardare questo”.
Poi infila un dvd nel lettore sotto il megaschermo.
“Ci sono tre donne, c’è il fottuto maniaco, e ci troverai il tuo fottutissimo finale!”- dice Robert Rodriguez.
Sul megaschermo, partono i titoli di testa della Settima Donna, di Franco Prosperi.
Quentin Tarantino sorride all’amico, poi prende altre patatine. “La fottuta forma del palato, amico”- dice – “la fottuta forma del palato”.

 

N.B.: Questa storia è di pura immaginazione. Quentin Tarantino vive in una villa in stile spagnolo aquistata dalla modella Gisele Bunchen che ha effettivamente pagato 3.900.000 dollari. Lo stesso Tarantino ha più volte dichiarato il suo amore per i B-Movies italiani, ma non vi è nessuna prova che abbia visto La Settima Donna di Franco Prosperi con Ray Lovelock, anche se le scene finali dei due film, sono molto somiglianti.
Inoltre, non c’è nessuna prova che Tarantino non apprezzi Teneramente In Tre con John Travolta ed il Dobermann.
Ps: Danny Boyle, regista di 28 Giorni Dopo, ha dichiarato di essersi ispirato ad alcuni horror italiani nella realizzazione di quel film, fra cui Incubo Sulla Città Contaminata di Umberto Lenzi.
Pps: In ogni caso restano le somiglianze tra i fotogrammi tratti da La Settima Donna e Grindhouse.

 

It’ s easy when you’re Big In Japan
Intervista a Raymond Lovelock.

Essere “Big In Japan” (letteralmente “grandi in Giappone”) è un modo di dire inglese e americano, nato per ironizzare sul fatto che alcuni gruppi facessero uscire con successo i loro brani nel paese del Sol Levante, evidentemente considerato una provincia dello Star System anglofono.
Questo modo di dire è stato poi esteso alla vita di tutti i giorni, ad indicare che a volte si è apprezzati e osannati da chi ci è lontani, e magari sottovalutati da chi ci vive accanto.
Come è stato per il cinema di genere italiano degli anni settanta, dal Poliziottesco all’Horror passando per lo Spaghetti Western.
Un tipo di cinema che nell’Italia politicizzata e un po’ snob degli Anni Di Piombo, veniva sbeffeggiato dalla critica che lo definiva di destra e superficiale, salvo poi essere frettolosamente rivalutato quando gli stessi americani, su tutti il fan accanito Quentin Tarantino, lo hanno riportato in auge.
Ed è anche la storia di Raymond Lovelock, attore Italo-inglese che del cinema di genere è stato un alfiere e che quel tipo di cinema lo ha percorso in tutti i suoi meandri.
Ray è stato diretto da Umberto Lenzi , Lucio Fulci, Monicelli e Cosmatos.
Ha recitato con Gian Maria Volontè, Henry Fonda e Carol Baker.
La sua filmografia (che occupa quattro pagine sul sito specializzato MyMovies), svaria dall’Horror di Non Si Deve Profanare Il Sonno Dei Morti al Western di Se Sei Vivo Spara.
È stato protagonista per Tonino Cervi, spalla di Tomas Milian in Milano Odia e del Commissario Maurizio Merli nel poliziottesco Roma Violenta.
Non ha disdegnato la commedia scollacciata con Renzo Montagnani ed Edwige Fenech.
Come tutti gli interpreti di quel tipo di cinema Popolare e un po’ ingenuo, Ray è una persona umile, che con il suo aplomb inglese risponde alle mie domande sulla sua carriera, sul Piper e sul Giappone. Mi spiega, mentre lo accompagno agli allenamenti della Squadra Degli Attori con l’amico fraterno Marcello Magnelli (anche lui attore con Verdone e Carmelo Bene), come è approdato alle Fiction televisive e il rapporto con le donne con cui ha diviso la scena: Ornella Muti, Barbara De Rossi, Stefania Sandrelli.

So che stai girando, di che si tratta?
Si tratta di una Fiction di Rai Uno, Capri 2, che si gira a Salerno.

Altri progetti?
Vorrei realizzare un corto, una cosa che non ho mai fatto e che mi incuriosisce.
L’anno prossimo dovrei girare la terza serie di Caterina E Le Sue Figlie, e se riuscissi ad incastrarci qualcos’altro vorrei fare un’esperienza teatrale.

Il tuo è un nome d’arte?
No, sono nato a Roma, nel quartiere di San Giovanni da padre inglese e madre italiana.

Ho sempre pensato che lo fosse!
Non hai tutti i torti, negli anni settanta a partire dallo Spaghetti Western, andava molto di moda darsi dei nomi inglesi, ma a volte veniva imposto dai produttori (Lucio Fulci si faceva accreditare come Louis Fuller, Luigi Cozzi Come Lewis Coates – nda)

È vero che volevi diventare un calciatore?
Sì, era uno dei miei sogni. Giocavo con la Spes di S.Lorenzo, il campo si chiamava I Cavalieri Di Colombo, ma giocavo anche davanti la Parrocchia Dell’Immacolata, fino al tardo pomeriggio infatti, andavo a scuola. A 17 anni questo sogno si è accavallato con i miei primi impegni nei caroselli, il primo mi pare fosse per le Tic Tac. Lo zio di un mio amico, che lavorava a Via Sannio, via dove ci ritrovavamo a giocare ben prima che arrivasse l’attuale mercato, mi propose ad un’agenzia pubblicitaria.
Mia madre all’inizio era contraria, c’era già il calcio a distogliermi dagli studi, ma quei due soldi in più ci servivano.

Contemporaneamente, coltivavi la tua passione per la musica?
Sì, dopo le pubblicità e varie comparsate ottenni il mio primo ruolo con delle battute nel Western Se Sei Vivo Spara. Lì conobbi Tomas Milian che mi propose di cantare nel suo gruppo, a cui era stato offerto di fare un 45 giri. Li andai a trovere mentre suonavano… e gli mancava il cantante!
Me lo chiese per prima Rita, sua moglie. Con lei e Tomas eravamo molto amici.
Così andammo al Piper, dove presentammo questo disco davanti a gente dello spettacolo.
Lì un agente mi propose di portargli delle foto, e il primo ruolo che ottenni fu Banditi A Milano di Carlo Lizzani. Io la cosa dello spettacolo l’avevo presa come un gioco.

Quale era il repertorio del gruppo?
Il gruppo durò pochissimo. Una tournée in Campania e poco più. Oltre alle canzoni del disco di Tomas provavamo qualcosa del repertorio dei Rolling Stones. Scrivevo dei pezzi, anche per mantenere l’esercizio dell’inglese. Quando giravo Il Delitto Del Diavolo di Cervi, li feci sentire al maestro Lavagnino, che si occupava delle musiche, e gli piacque la canzone Love You Underground, pensava che si adattasse bene al film (una favola thrilling in cui l’idealista Lovelock viene sedotto da tre donne mandate dal diavolo stesso – nda) così la inserimmo. Anche in Pronto Ad Uccidere e Uomini Si Nasce c’erano dei miei pezzi.
Tengo a precisare che la mia conoscenza della musica è da autodidatta, lo facevo per passione.

Nei poliziotteschi si descrive una Roma in mano alla delinquenza, in Roma Violenta, un film del ’76, le persone comuni minacciano la polizia di essere pronte a farsi giustizia da soli.
Proprio ieri su tutti i giornali è uscita una ricerca di Altroconsumo, che stima che il 10 per cento degli italiani possiede un’arma, facendo notare l’incremento di questo fenomeno.

Questi film sono stati profetici?
Onestamente all’epoca li vedevamo come un’intrattenimento. Alla luce dei fatti lo sono stati.

Ma veramente a Roma si percepiva questa aria di violenza?
Sì, in quegli anni il clima generale era questo, nessuno può dimenticare gli anni delle Brigate Rosse. Mi ricordo che l’ultimo spettacolo dei cinema era alle 22 anziché alle 23.30, una sorta di coprifuoco. Ma i nostri non erano film verità, ti basta vedere le scene di scazzottate, che durano vari minuti. Tre cazzotti nella realtà ti fanno andare per terra.
Nella Casa Rossa, il mio primo lavoro televisivo (che ottenne buoni riscontri di critica, che lo definì il proseguimento ideale di Novecento – nda), ebbi una discussione col maestro d’armi, che voleva girare una scazzottata ispirata al Western.
Io non ero d’ accordo, perché si trattava di un film storico, per me ci voleva maggiore realismo.

In questi film, hai il ruolo dell’idealista, all’antitesi del Commissario Merli, che sulla falsariga del Giustiziere interpretava un poliziotto vendicativo. In Squadra Volante i tuoi amici ironizzano sul fatto che la tua parte di un colpo che avete appena fatto finirà alla lotta armata, quale era la tua coscienza politica di quegli anni?
Posso dire che pur non avendo mai fatto attività politica, mi ispiravo agli ideali di sinistra di giustizia e solidarietà. Mi piaceva interpretare questi ruoli in cui si trasmettevano, nell’ambito di un prodotto di intrattenimento, dei piccoli segnali al pubblico.

In Banditi A Milano hai recitato a fianco di Gian Maria Volontè? Che ricordi hai di lui?
Su consiglio dell’aiuto regista lo seguii come se fossi a scuola. Ogni tanto gli facevo delle domande, anche ingenue viste la mia giovinezza. Lui era sempre disponibile e mi aiutava rispondendomi con dei sorrisi molto teneri.

In questi film riuscivi ad improvvisare e a creare qualcosa di tuo?
C’era sempre una sceneggiatura, ma si collaborava nei dialoghi.

Chi è il regista che ti ha valorizzato di più?
Gianfranco Albano, per me è un amico quindi c’è più di un discorso professionale.
Ho lavorato bene con tutti, anche con Umberto (Lenzi, nda) con cui ho girato vari lavori fra cui delle coproduzioni americane.
Dagli altri registi ho imparato, anche da quelli più giovani di me. Ormai i ritmi di lavorazione solo allucinanti, così si toglie creatività.

Parlami degli inseguimenti, spesso ci regalavano degli squarci di Roma, ti ricordi qualche aneddoto, avevate i permessi per girare quelle scene?
No, non avevamo i permessi ma c’era più flessibilità da parte della Polizia. Girammo per Uomini Si Nasce Poliziotti Si Muore un inseguimento mozzafiato a Piazza del Popolo, passamo sotto la Porta Del Popolo dove allora si poteva transitare, poi continuammo fino al Muro Torto.
C’era una scena in cui la mia moto passava sopra un’altra macchina e una in cui la moto di Marc Porel finiva dentro un bar in mezzo a molte persone.
Ogni tanto ci interrompeva la polizia perché si creava un po’ di scompiglio fra i passanti.
Un’altra scena cult la girammo con due moto sulla scalinata di Villa Giulia.
Naturalmente le cose pericolose le affidavamo agli stuntmen. Ricordo che un po’ di anni dopo sul Venerdì c’era una recensione che assegnava tre pallini al film, citando proprio quell’inseguimento.

La Settima Donna ha un finale molto simile a Grindhouse di Tarantino, ci sono tre ragazze che si rivoltano contro il loro aguzzino e lo aggrediscono con ferocia, che effetto ti fa? Dove avete girato quel film?
La Settima Donna l’abbiamo girato in un Hotel all’Argentario. Il regista, Franco Prosperi, decise che la scena in cui vengo massacrato dalle tre ragazze dovesse essere girata con tre macchine da presa che filmavano simultaneamente. Gli dedicammo tutta una mattinata.
Mi chiese di reagire con una certa violenza perché dei tre banditi ero il più accondiscendente, quindi si doveva enfatizzare il mio lato violento e la mia reazione da belva ferita.
Poi la pellicola, in stampa, si rovinò e dovemmo rigirare alcune scene in una villa di Roma.
Per fortuna il grosso delle riprese si era salvato.
Mi fa piacere poi, sapere che i miei film vengono apprezzati, ultimamente noto una grande rinascita nell’interesse che molti giovani hanno verso i cosiddetti B-Movies ed ero al corrente che Tarantino avesse dichiarato il suo amore per i Poliziotteschi.

Ho letto che tua figlia lavora nel Cinema, è vero?
Sì, ma le piace stare dietro le quinte. Ha lavorato come segretaria di produzione a Telemontecarlo per un programma d’economia. Poi ha fatto l’assistente alla regia per la Serie Tequila E Bonetti.
È diventata aiuto regista per quattro anni alla Squadra. E come producer ha lavorato in Incantesimo.

Guardavi i tuoi film con lei?
Sì un paio di volte, quando è rinato l’interesse per i Poliziotteschi.

Ti piaci quando ti riguardi?
Bè, mi guardo con tenerezza, sono molto autocritico, cerco di cogliere delle sfumature diverse, di capire se negli anni ho fatto dei miglioramenti. All’inizio ero anche doppiato ma poi mi doppiavo da solo. Negli anni settanta la presa diretta non era sempre utilizzata. Devo dire che in Uomo Contro Uomo mi piace il mio monologo.
Ho avuto anche la fortuna di girare con grande attori. Quando feci Cassandra Crossing andavo sul set anche se non dovevo girare, per imparare da Richard Harris e Ava Gardner, era come se fossi un auditore all’università. Uno che mi ha insegnato tanto è stato Renzo Montagnani, con cui ho girato La Moglie Vergine e Scusi Lei È Normale? Con lui avevo molto legato, mi ha insegnato i tempi comici, dato che veniva dal teatro. Mi ha insegnato inoltre a divertirmi nel fare le cose, a sfruttare, anche coi registi, il Feeling che si instaurava.

Nel film Avere Vent’Anni sei un giovane idealista che vive in una comune sempre sballato.
In quegli anni giravano molte droghe?

L’uso di droghe leggere comiciò già negli anni 60, con i primi spinelli di Marijuana.
Poi giravano Simpamina e Metredina, però mi sembra che a parte le droghe leggere ci fosse più spazio per gli ideali. Noi creammo una spaccatura rivoluzionaria che partiva dall’ambiente familiare. Anche nel cinema c’era più libertà, i produttori con i soldi dei film di cassetta o B Movies poi investivano in film sperimentali.

Dove avete girato Non Si Deve Profanare Il Sonno Dei Morti?
In Inghilterra. A Castelton, piccolo paesino vicino Sheffield.

È vero che hai lasciato il set del Thriller Play Motel?
Sì, doveva essere un thriller erotico. La trama era ambientata in un Motel in cui venivano ricattati i personaggi in vista che andavano lì a sfogare le loro pulsioni e perversioni.
Poi, mentre stavamo girando sapemmo che il produttore stava girando per conto suo delle scene Hard aggiuntive. Sinceramente la mia paura era che le incollasse a quelle girate da noi.
Gli chiedemmo cosa stesse succedendo e ci disse che erano versioni per altri mercati, come quello svedese, che era più libero. Non gli credemmo e anche il regista lasciò il progetto.
Fu un’esperienza spiacevole.
Devi sapere che i produttori a volte speravano che un film fosse sequestrato dalle sale perché così si creava maggiore battage pubblicitario. Facevano leva sulla morbosità delle persone.
Pensa che a volte proiettavano il film in anteprima in città in cui avevano delle influenze politiche, perché poi il processo si svolgeva proprio nella città in cui il film era stato sequestrato.

Hai recitato con attrici bellissime, di quale hai il miglior ricordo?
Quando ho girato con Ornella Muti era una bambina, aveva diciassette anni.
Mi sono trovato bene con tutte. Con Edwige Fenech ho fatto vari lavori fra cui Delitti Privati di Sergio Martino, che andò benissimo.
Ho lavorato benissimo anche con Stefania Sandrelli che è una donna simpatica, disponibile, versatile. Anche con Barbara De Rossi ho instaurato un bel rapporto, ci facevamo grandi risate sul set. Sono molto istintivo, quindi devo trovare un feeling con le persone con cui lavoro.

Hai attraversato tutti i generi, la scelta di non dedicarti ad uno solo di questi è forse il segreto per la tua longevità artistica, è stata una tua scelta per non inflazionarti o una casualità dettata dai copioni che ti proponevano?
Ho avuto la fortuna di avere un agente, quando ero diciottenne che dopo il successo di Banditi A Milano e Sette Giorni Sette mi disse: ”Ray, se vuoi, sulla scia di questo film fai i soldi, puoi accettare tutte le proposte, ma se ti amministri fino ai 25 anni, quando non sarai più il ragazzino adatto a questi ruoli e starai diventando uomo, potrai continuare la carriera”.
Così, con i soldi che avevo fatto raggiunsi mio fratello a Londra, e rimasi un periodo con lui.
Il successo del film Banditi A Milano mi aveva fatto arrivare un’infinità di proposte, che preferii non accettare, ero un ragazzino, non capivo nulla di quello che mi succedeva intorno, ma quello del mio agente fu davvero un buon consiglio.
Anche dopo il successo di Uomini Si Nasce Poliziotti Si Muore, in cui facevo coppia con Marc Porel mi proposero di girare un sequel, ma ebbi paura di legarmi al meccanismo della coppia di poliziotti.
La vera scelta che feci fu dopo l’Ebreo Fascista, predilessi la Tv, che in quegli anni era supportata da maggiori investimenti e garantiva maggior qualità. Molte troupe che lavoravano nel cinema vennero assorbite come appalti dalle produzioni televisive.

Perché quel tipo di cinematografia andò a svanire?
Un po’ perché mancò il gioco di squadra. Se ci fosse stato maggior gioco di squadra nel far esordire attori giovani insieme alle star di allora o nuovi registi, forse il cinema di genere sarebbe durato più a lungo e con qualità. Anche tutti gli Special con il Making Of dei film secondo me tolsero un po’ di magia allo spettatore. Certi trucchi non andrebbero svelati. È un po’ come se il prestigiatore ti svelasse i suoi trucchi.

In questi anni hai mai letto una sceneggiatura o un romanzo che avresti voluto interpretare sul piccolo o grande schermo?
Sì, un paio di volte sono stato bruciato sul tempo. Sia io che mia moglie, siamo appassionati di Simenon, mi piacerebbe fare qualcosa tratto dai suoi gialli, che ti catturano dalla prima pagina e sembrano una sceneggiatura per la sua capacità descrittiva.
Certo si deve sempre fare i conti con i finanziatori del budget.
Nel cinema non si rischia più.

Ho letto sulla tua biografia una cosa molto curiosa, cioè che sei stato in Giappone, che esperienza è stata?
È vero, nel 70 la Toho Cinematografica aveva comprato i diritti di un mio film, Plagio, che fu campione d’incassi. Mi chiesero se ero disponibile ad andare due settimane a Tokyo per promuovere il film. Sono andato lì ma non pensavo di trovare così tanti fan, all’aeroporto avevano organizzato un’accoglienza da Star, rimasi veramente sorpreso, c’era tutta una balconata con ragazzine giapponesi che urlavano con i loro striscioni. Siccome in questo film c’è un pezzo in cui strimpello la chitarra davanti ad un camino e canto una mia canzone in inglese, mi chiesero se volevo incidere un disco. Io avevo un contratto con la Cgd, che si accordò per un disco con quattro pezzi miei e quattro cover di Bob Dylan. Sulla scia del successo di questo disco, l’anno successivo comprarono i diritti de Il Delitto Del Diavolo, e mi chiesero di andare nuovamente, questa volta con Tonino Cervi, il regista.

Hai ancora i tuoi Lp?
Sì, ne ho due. In uno c’è 5 Minuti di me, un pezzo molto divertente in cui descrivevo la mia mattinata tipo. Compresa di suono della sveglia, del sonoro della macchinetta del caffè, di un fiammifero e con loro grande sorpresa (avresti dovuto vedere che faccia che fecero i dirigenti giapponesi!) chiesi anche il sonoro dello sciacquone.
Mi misero a disposizione un arrangiatore, che mi chiedeva se mi piaceva il sound che ricreava e se volevo qualche strumento in più.
È stata un’esperienza davvero divertente. Quello che mi dispiace è che Alfredo Cerruti, poi negli Squallor, ma allora mio produttore, non mi potè seguire perché aveva paura dell’aereo, quindi in Giappone ero da solo. Feci anche delle pubblicità, mi convinsero a farla facendomi vedere che lì la faceva anche Paul Newman, e mi pagarono benissimo.
Avevano creato anche un Fan Club.

Una storia paradossale, emblematica, in cui un regista americano che ha vinto Cannes e che ha definito il Cinema Italiano attuale come “deprimente”, allo stesso tempo conosce a memoria le crude storie, le inquadrature, le facce di un cinema ingenuo e coraggioso che non c’è più.
La storia di un attore non particolarmente osannato in patria, che a venti anni si ritrova in Giappone e viene accolto come una Star, con tanto di dischi, ingaggi stratosferici ed un Fan Club.
Una storia che fa tornare in mente quel vecchio modo di dire inglese, “Big In Japan”.

Filmografia e Serie Tv di Ray Lovelock:

Giovani Tigri di Antonio Leonivola,1967.
Se Sei Vivo Spara di Giulio Questi,1967.
Banditi A Milano di Carlo Lizzani,1968.
Tò, è morta La Nonna di Mario Monicelli,1969.
Plagio di Sergio Carogna,1969.
Scusi, Lei È Normale? di Umberto Lenzi,1969.
L’Amica di Alberto Lattuada,1969.
Il Delitto Del Diavolo di Tonino Cervi,1971.
Un Posto Ideale Per Uccidere di Umberto Lenzi,1971.
L’Amante Dell’Orsa Maggiore di Valentino Orsiji,1971.
Il Giorno Del Furore di Antonio Calenda,1973.
Non Si Deve Profanare Il Sonno Dei Morti di Jorge Grau,1974.
Un Modo Di Essere Donna di Pier Ludovico Pavoni,1974.
Milano Odia: La Polizia Non Può Sparare di Umberto Lenzi,1974.
Squadra Volante di Stelvio Massi,1974.
Roma Violenta di Franco Martinelli,1975.
Macchie Solari di Armando Crispino,1975.
Pronto Ad Uccidere di Franco Prosperi,1976.
La Moglie Vergine di Franco Martinelli 1976.
Uomini Si Nasce Poliziotti Si Muore di Ruggero Deodato,1976.
Cassandra Crossing di Gorge Pan Cosmatos,1976.
La Vergine, Il Toro, Il Capricorno di Luciano Martino,1977.
L’ Avvocato Della Mala di Alberto Marras,1977.
Il Grande Attacco di Umberto Lenzi,1978.
Avere Vent’Anni di Fernando Di Leo,1978.
La Settima Donna Di Franco Prosperi,1978.
Contro 4 Bandiere di Umberto Lenzi,1979.
L’Anello Matrimoniale di Mauro Ivaldi,1979.
Play Motel di Roy Garret,1979.
La Casa Rossa di Luigi Perelli,1980.
L’Ebreo Fascista di Franco Molè,1980.
L’Amante Dell’Orsa Maggiore di A.Giulio Majano,1983.
Murderrock di Lucio Fulci, 1984.
Mino di Gianfranco Albano, 1984.
La Ragazza Dell’Addio di Daniele D’Anza,1984.
Due Prigionieri di A.Giulio Majano.
Mak p100 di Antonio Bido,1987.
Solo di Sandro Bolchi,1989.
La Piovra 5 di Luigi Perelli,1990.
Un Bambino In Fuga Tre Anni Dopo di Mario Caiano,1991.
La Stella Del Parco 1991.
Intrighi Internazionali 1991.
Il Fratello Minore di Stefano Gigli,1999.
Commesse di G.Capitani,1999.
Omicidio In Prima Serata, 2000.
Caterina E Le Sue Figlie di Fabio Jephcott, 2005.
Caterina E Le Sue Figlie 2 di Vincenzo Terracciano, 2007.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'