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L’opera-mondo di Fassbinder

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Il cofanetto sta lì, nella mia libreria, da qualche giorno. Ancora sigillato. Intonso. La sua sola presenza mi rende felice. Sulla copertina c’è lui con il suo immenso corpaccione

Il cofanetto sta lì, nella mia libreria, da qualche giorno. Ancora sigillato. Intonso. La sua sola presenza mi rende felice. Sulla copertina c’è lui con il suo immenso corpaccione da bevitore, il cappello, gli occhiali scuri, la barba lunga e ispida. Rainer Werner Fassbinder. Il più grande regista tedesco del secondo dopoguerra. Soltanto la saga Heimat di Edgar Reitz può arrivare a lambire la sua straordinaria produzione cinematografica. Wenders invece gli può soltanto allacciare le scarpe. Fassbinder è qualcosa di inarrivabile, di unico. Come la sua vita bohemienne. Fassbinder era un drogato. Era drogato nel senso stretto del termine (morirà per overdose nel 1982), ma era anche un tossicodipendente da film. Nella sua breve ma intensissima carriera artistica ne ha girati quarantuno. I film liberano la testa, così si intitola il libro che riunisce i suoi saggi sul cinema. E le sue creature di celluloide ne sono un’ampia dimostrazione. Fassbinder ha preso la storia della Germania e l’ha rivoltata come un guanto, senza pudore, senza cadere nei falsi miti. Non aveva in mano una macchina da presa, ma un coltello per incidere le piaghe pustolose del passato tedesco… Soltanto un genio folle poteva filmare l’ultima scena de Il matrimonio di Maria Braun, quando l’immensa Hanna Schygulla infligge a sé e al marito, che l’aveva venduta per soldi, la morte per gas. Scoppia la casa dei Braun, come scoppia la Germania che nel film sta vincendo il mondiale di calcio del 1954. Scoppia il falso rinnovamento post-bellico del paese (nei titoli di coda del film scorrono le immagini di tutti i cancellieri tedeschi del dopoguerra), come scoppia anche la vita coniugale, la vita amorosa tra uomo e donna. Nessun altro regista al pari di Fassbinder ha spiegato le logiche di potere e di sopraffazione insite nei legami affettivi. Sarà per questo che sono ancora indefessamente avvinghiato alla mia singletudine?… Probabile.

Procuratevi, se potete, una copia (ma perché non l’hanno ancora rieditato in dvd?) de Le lacrime amare di Petra von Kant, dove, oltre ad Hanna Schygulla, c’è l’altra straordinaria musa del cinema fassbinderiano, Margit Carstensen. L’amore, dice Fassbinder, è un gioco al massacro, una roulette cinese (titolo di un altro suo bellissimo film), dove la vittima può diventare all’improvviso il più spietato dei carnefici, mentre il carnefice originario si trasforma nell’agnello sacrificale. Questo sotto il tallone di ferro della logica capitalistica, che crea altre forme di schiavitù, di alienazione… La vita a due, secondo il regista tedesco, è quindi soprattutto sottomissione, annullamento, compromesso. È mancanza di libertà. E l’amore, scriveva Fassbinder, “è lo strumento migliore, più insidioso e efficace di oppressione sociale”. Guardate Martha: ancora Margit Carstensen che rimane imprigionata su una sedia a rotelle, dentro la casa del suo dispotico marito. Non c’è speranza, non c’è luce. Il finale de Il mercante delle quattro stagioni è qualcosa di agghiacciante: dopo la morte del protagonista, la moglie e il suo amante si ritrovano a vivere insieme, ma non hanno il coraggio di guardarsi negli occhi. Il loro sguardo è fisso verso la camera, a contemplare qualcosa che è irrimediabilmente sfuggito, che si è perso per sempre. La libertà, il sogno, l’autodeterminazione dalla sopraffazione…

C’è ancora quel cofanetto intonso sulla mia libreria. E’ l’opera-mondo di Fassbinder: il Berlin Alexanderplatz, tratto dal romanzo di Alfred Doblin. Uno sceneggiato televisivo composto di 13 puntate e un epilogo, per la bellezza di 15 ore e mezzo (la benemerita Dolmen pubblica ora su dvd la versione restaurata presentata al Festival di Berlino di quest’anno con un disco extra di contenuti speciali)… Franz Biberkopf, dopo aver passato in prigione quattro anni per l’omicidio della sua fidanzata, si aggira per la città… La Berlino degli anni venti… Franz si immerge con il suo corpo goffo, immenso, debordante nei canali urbani della metropoli, nei suoi splendori e nelle sue sozzure… Franz Biberkopf è Rainer Werner Fassbinder che con quest’opera mostruosa e pantagruelica compie il suo viaggio agli inferi, la sua estenuante seduta psicoanalitica… In queste 15 ore Fassbinder indaga la storia della Germania weimariana per scoprire dove aveva iniziato a prosperare il seme cattivo del nazismo… Racconta il legame “amoroso” di Franz con l’affascinante gangster Reinhold, un amore che arriverà a distruggerlo, facendolo diventare un burattino in mano al potere, il perfetto nazionalsocialista…

La felicità temporanea di Franz con le donne, soprattutto con la povera Mieze… Racconta il ventre tentacolare della metropoli, con le sue luci, i suoi rumori… In tutto questo risalta come uno splendido diamante l’amore viscerale di Fassbinder per la cultura popolare, per l’Hollywood di Douglas Sirk (lo splendido regista mitteleuropeo approdato sulle coste della California)… Il suo amore smodato, esorbitante, folle per il cinema… Fassbinder dava tutto se stesso sulla pellicola, per questo i suoi film erano la sua pelle, il suo sangue, la sua anima… Era questa la pazzia, il sogno straordinario e inarrivabile di Rainer Werner Fassbinder.

Da I libri liberano la testa (edizioni Ubulibri):

Nel 1979 una classe di allievi ha redatto il seguente questionario. Le prime ventisei domande furono inviate a tutti gli interpellati; le ultime sei, definite “Questionario personale”, furono formulate individualmente per ogni intervistato.

(Alcune domande con le risposte di Fassbinder)

Come immagina la sua vecchiaia?
Non conto di arrivarci.

Qual è il gioco di società che le piace di più?
Il gioco della verità.

Lei considera le persone malate di mente un peso per la nostra società?
Nella nostra società non c’è nessuno che non sia malato di mente.

In quali condizioni lei farebbe un grosso sacrificio?
Nell’amore.

Lei sarebbe disposto ad adottare un bambino bisognoso di cure?
No

Pensa che il Prossimo le voglia bene?
Io rendo così difficile, al mio prossimo, il volermi bene, che solo in pochi restano.

A quale personaggio si ispira? Perché?
A Heinrich von Kleist, perché è riuscito a trovare qualcuno che volesse morire con lui.

Quando e perché si è trovato in imbarazzo?
Sono sempre in imbarazzo quando sono osservato da una persona in uniforme.

Cos’è per lei l’essenziale in un paritario rapporto a due?
Che i partner verifichino costantemente i valori su cui si basa la loro parità.

A suo parere, quali sono gli ingredienti di una domenica mattina?
Caviale, champagne, l’Ottava di Mahler, Radio activity dei Kraftwerk, il Bild am Sonntag, un libro tanto entusiasmante che dispiace finirlo, un amico che sia un buon amico e la possibilità di staccare il telefono.

Alle elezioni per il Parlamento federale, a quale partito ha dato il suo voto?
A nessuno ormai.

Lei crede a quello che mostra nei suoi film?
Sì.

Come s’immagina il suo futuro professionale e privato?
Il passato non esiste, nemmeno il presente, quindi neppure il futuro.

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