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Il ritorno dei Macchiaioli

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Torna a Roma, dopo 50 anni dall’ultima esposizione alla Galleria D’Arte Moderna del 1956, una mostra interamente dedicata alla scuola dei Macchiaioli

Torna a Roma, dopo 50 anni dall’ultima esposizione alla Galleria D’Arte Moderna del 1956, una mostra interamente dedicata alla scuola dei Macchiaioli; ospitata al Chiosco del Bramante, sarà visitabile fino al 3 febbraio prossimo. La curatrice, Francesca Dini, propone un itinerario di circa 120 opere, articolato in otto sezioni, per illustrare nascita e sviluppo del movimento artistico italiano più importante del diciannovesimo secolo.
Gli artisti protagonisti della rassegna fanno parte della scuola pittorica nata a Firenze intorno alla metà del 1800, che metteva al centro dell’opera artistica il “sentimento del vero”, rifiutando ogni idealismo romantico o neoclassico, ispirandosi alle esperienze sia pittoriche che letterarie del naturalismo francese e alle suggestioni della pittura en plein air, soprattutto di Jules Breton.
Sono pittori che decidono di abbandonare lo scontato purismo accademico e sostituiscono ai temi della storia quelli della contemporaneità: dalle battaglie contro gli austriaci, da cui molti di loro sono effettivamente reduci, alla descrizione delle piccole realtà quotidiane.
Dal punto di vista estetico, la novità portata da questi artisti era l’affermazione che l’immagine del vero è un contrasto di macchie di colore e di chiaroscuro, ottenuti, all’inizio, utilizzando uno specchio annerito col fumo che permetteva di esaltare i contrasti chiaroscurali all’interno del dipinto.
Il termine Macchiaioli venne coniato nel 1862 dalla “Gazzetta del Popolo”, in senso dispregiativo, ma venne presto adottato da Telemaco Signorini e da tutto il gruppo di giovani artisti che si riunivano nella saletta del Caffè Michelangelo, a Firenze, a pochi passi dall’Accademia, protetti e sovvenzionati dal loro grande mecenate, Diego Martelli che riuscirà a dare risalto internazionale al Movimento ormai esaurito, quando, al ritorno dalla Francia, nel 1879, nel corso di un’importante conferenza sugli Impressionisti, traccerà pubblicamente il parallelo con gli artisti della scuola Toscana.
La Mostra romana mette bene in evidenza, infatti, come quella dei Macchiaioli possa essere definita una vera e propria scuola, per la comunità di intenti che legavano i componenti del gruppo.
I temi preferiti sono quelli paesaggistici, la campagna Toscana è grande protagonista della prima parte dell’esposizione, sia che si tratti dei campi di Castiglioncello presso Livorno, dove Diego Martelli aveva una tenuta che vide ospiti negli anni praticamente tutti gli esponenti più importanti del movimento, sia che si tratti della campagna di Piagentina, poco fuori Santa Croce, a Firenze. Fedeli al “sentimento del Vero”, questi artisti non ci propongono mai paesaggi fissi, ma ci narrano di contadini che lavorano senza sosta nei campi con i piedi scalzi e i vestiti laceri, di pescatori bruciati dal sole che riparano reti a cavallo di muretti biancheggianti, di monelli che rubano fichi arrampicandosi sugli alberi, di butteri intenti a marcare i propri puledri, di contadine che sul finire della giornata si fermano a pregare e a godere del tramonto e la descrizione dell’incessante movimento e della fatica di corpi realisticamente descritti viene resa attraverso un uso drammatico del colore e del contrasto ombra-luce… È il tema della realtà e della dignità del lavoro, è il tema della quotidianità dell’Italia dell’epoca, che diventa protagonista della parte centrale della mostra, intitolata “L’epica del quotidiano” dove troviamo due quadri importanti del movimento: le “Cucitrici di camice rosse” di Borrani e l’”Educazione al lavoro” di Lega. Il primo quadro, del 1862, viene dipinto in un momento critico del processo risorgimentale, all’indomani degli scontri tra Garibaldi e l’esercito sabaudo sull’Aspromonte, al centro della scena ci sono quattro donne, intente a cucire camice rosse e le tinte prevalenti del quadro rimandano al tricolore: il rosso delle camice, il bianco delle tende e il verde della tovaglia che copre il tavolo centrale e di altri elementi decorativi, la dignità del lavoro quotidiano di quattro donne viene così elevato a valore militante. Anche il secondo quadro ha per protagonista due donne, una adulta, di spalle, il cui profilo va perdendosi nel contrasto ombra-luce, così da diventare un generico viso di donna e una bambina che guarda dritta in faccia la donna che le sta spiegando il lavoro in cui è intenta; il volto della bambina, al contrario di quello dell’adulta, è molto caratterizzato soprattutto da uno sguardo deciso e attento che ci comunica il suo totale coinvolgimento e la chiara coscienza dell’importanza del momento del lavoro. Sul tavolo accanto, un libro e un calamaio ci parlano di una coscienza civile derivata evidentemente dall’accesso all’alfabetizzazione.
La mostra continua illustrando poi, come, dopo il 1870, l’osservazione e la descrizione del vero si divide in due grossi filoni, uno che continua nella rappresentazione di contesti agresti e vita dei campi e l’altro che invece comincia a osservare ambienti cittadini e borghesi, figli del compiuto processo di unità nazionale che a diversi di questi artisti ex quarantottini, mazziniani, dovette apparire una costruzione alquanto deludente, nel suo ripiegamento reazionario, e non è un caso che proprio in questi anni, andrà anche attenuandosi l’uso della “macchia” come strumento polemico e i quadri diverranno piu’ “dolci”, l’uso del contrasto di luce e colore assoluto verrà fortemente attenuato, le composizioni pittoriche, andranno, nella maggior parte dei casi, “ingentilendosi”.
Il percorso della mostra si conclude poi con tre sezioni dedicate monograficamente agli ultimi anni,quelli dal 1880 in poi, di tre grandi nomi della Scuola: Signorini che sfuma la sua pennellata raccontandoci dei bei paesaggi di Rio Maggiore e di una sempre assolata costa ligure; Lega, che abbandona ogni suggerimento politico dedicandosi invece a descrivere il suo incanto per le donne borghesi o contadine del borgo di Gabbro, dove si ritira, e Giovanni Fattori che rimane forse il nome più noto di tutto il movimento e che vivrà il suo ripiegamento artistico ed ideale utilizzando un realismo sempre più esplicito e amareggiato per raccontare scene quotidiane e spesso cruente della vita in una Maremma aspra e selvaggia.

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