Condividi su facebook
Condividi su twitter

Crack of Civilizations?

di

Data

Vi ricordate il teschio di diamanti di Damien Hirst? E’ stato esposto a Londra e, secondo un autorevole critico, ha rappresentato la nascita dell’arte del ventunesimo secolo.

Vi ricordate il teschio di diamanti di Damien Hirst? E’ stato esposto a Londra e, secondo un autorevole critico, ha rappresentato la nascita dell’arte del ventunesimo secolo. E’ presto per dire se le cose stanno così. Fatto sta che, sempre a Londra, c’è molta agitazione per un’altra opera artistica, esposta alla Tate Modern. Si tratta di una crepa gigantesca. Tutto qui? Sì, tutto qui: una crepa che da piccola come una linea si spacca sempre più fino a raggiungere una larghezza tale da mettere in pericolo perfino i visitatori. Si cammina in uno spazio bianco, immacolato e vasto e nel mezzo bisogna stare attenti a questa specie di faglia. Una quindicina di visitatori ci sono cascati dentro. Un paio si sono feriti pare gravemente. Il che, come si può immaginare, ha creato una serie di contestazioni rivolte al museo e alle misure di sicurezza. Ed è questo che ha reso chiacchierata l’opera, più che l’intenzione e l’espressione artistica.

I 167 metri lungo i quali serpenteggia la crepa sono stati realizzati da Doris Salcedo, che ha trasformato lo spazio pubblico della Turbine Hall della Tate Modern.

Si possono leggere le motivazioni artistiche di Doris Salcedo, classe 1958, nata in Colombia a Bogotà, dove vive e lavora. L’opera Shibboleth (così si chiama la crepa), pone domande sull’interazione tra la scultura e lo spazio, sull’architettura e i valori che racchiude, e sulle fondamenta ideologiche sulle quali sono costruite le nozioni occidentali della modernità. La stessa Salcedo dice che “la storia del razzismo corre parallelamente lungo la storia della modernità e ne è il lato oscuro taciuto”. Dunque lei ricorda che anche nel nostro tempo esiste una vastissima classe sotterranea socialmente esclusa, nella società occidentale così come in quella post coloniale. La crepa esposta mostra una frattura nella stessa modernità.

Sui giornali italiani è stato detto che l’installazione ha avuto accoglienze tiepide dalla critica.
Non mi pare che sia così. Ad esempio Ben Lewis sostiene che la faglia è anch’essa espressione dell’arte del ventunesimo secolo. Le sue parole tradotte suonano così: “se il teschio di Hirst rappresenta il pinnacolo della vacuità della bolla dell’arte contemporanea, la crepa simbolizza il suo imminente collasso” e non a caso “è una crepa che corre lungo il museo più popolare dell’arte moderna”. Quindi, secondo Lewis, l’opera è importante come critica al sistema dell’arte, crepato dal suo interno.
Jonathan Jones, critico del Guardian, sfoggiando un’erudizione che gli permette una sempre ricca varietà di associazioni, spiega nella sua recensione che l’opera va contestualizzata nella formazione della Salcedo e che rappresenta una metafora psicologica e politica. Doris Salcedo è stata testimone degli orrori e delle violenze accaduti in Colombia, come lo scontro del 1985 tra i guerriglieri e lo Stato, scontro culminato con la gente bruciata viva nel Palazzo di Giustizia di Bogotà e che le ha fatto affermare: “Da allora ho iniziato a concepire opere basate sul nulla”. Jones da questo deduce che la Salcedo cerca di dare forma a chi non ha potere o, meglio, visto che il dare forma è esso stesso un atto di potere, lei leva la forma.
E dunque, se dare forma, costruire con mattoni e acciaio, erigere un grattacielo o una stazione di potere – fare architettura – è un atto di potere, allora fare una crepa in una costruzione può liberare le voci, esaltare le sofferenze degli oppressi.

La cosa che a me è venuta in mente è che il simbolo espresso da questa opera d’arte sia, forse più letteralmente e più banalmente, il senso della frattura, che si sostituisce a quello dello scontro. Mi sposto dunque in ambito internazionale, chiamando in causa una celebre teoria delle relazioni internazionali: il Clash of Civilizations, lo scontro delle civiltà, ideata da Samuel P. Huntington.
Forse, ora, si può iniziare ad analizzare una sorta di Crack of Civilizations, di frattura delle civilità, che implica una distanza sempre più marcata tra modi di vivere. Sia che parliamo di ricchi e poveri, sia di paesi occidentali e paesi asiatici e in via di sviluppo, di occupati e inoccupati, di giovani e vecchi. Forse questo paragone è azzardato, lo è di sicuro. Ma ciò che, da umile osservatrice e lettrice, percepisco è che esistono delle reali spaccature e distanze. E che il ruolo di chi fa arte è essere consapevole di queste spaccature e di osservarle da vicino, cercando di vedere dentro un vuoto che si è venuto a creare. Possibilmente, con parole semplici e robuste e cercando con attenzione di non cascarci dentro e farsi male.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'