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Todd Hasak Lowy: “La traduzione: rinascimento dell’ebraico moderno”

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Incontro Lowy un sabato pomeriggio di fine Novembre in una lectio magistralis della stagione omerica. Arrivo in ritardo, quel tanto che basta per perdere le note del Koln Concert...

Incontro Lowy un sabato pomeriggio di fine Novembre in una lectio magistralis della stagione omerica. Arrivo in ritardo, quel tanto che basta per perdere le note del Koln Concert di Keith Jarrett, musica scelta da Lowy per introdurre la sua lectio.
La lezione è sulla deformità, sull’accettare la propria deformità quando si scrive, e sul ruolo dell’improvvisazione nell’arte.
Lowy ci parla della dicotomia improvvisazione/preparazione.
Ma ad un certo punto della lezione, mentre Lowy ci dice che se è fortunato scrive ogni giorno per un mese intero, ma che l’ispirazione non c’è tutti i giorni, e che la scrittura è fatta di partenze e fermate, la discussione slitta sul tema della traduzione.
Tema antico e dibattuto, tema difficile, ma Lowy lo sa bene, in fondo insegna lingua e letteratura ebraica nell’università di Gainesville, in Florida.
E l’ebraico non dev’essere proprio facile da tradurre, non deve esserlo pensare in ebraico, anzi forse gli stessi concetti che penso ora qui in queste righe in italiano, in ebraico non sarebbero proprio gli stessi.
In fondo il libro di Lowy, appena uscito in Italia per i tipi di minimum fax, tradotto appunto in italiano, dall’inglese, si intitola: Non parliamo la stessa lingua. Come si vede per Lowy il riferimento al cambio di lingua, al salto da una lingua all’altra, non è proprio casuale, è anzi centrale. Ancora, il titolo inglese originale dell’opera in realtà era The task of this translator, gioco di parole, vista la presenza del this, pronome dimostrativo, sul titolo di uno dei primi saggi del filosofo tedesco Walter Benjamin sul tema della lingua, Il compito del traduttore, del 1923.
Il libro di Lowy è una raccolta di racconti, e lui ci spiega quanto nella sua scrittura sia importante il ritmo, quanto lui stesso nello scrivere si concentri solo sulla scrittura, dando meno importanza, nel momento dell’atto creativo, al punto di arrivo della storia, alla trama, preoccupandosi invece solo della frase che verrà dopo quella che sta in quel momento scrivendo.
La scrittura è per Lowy una questione di energia, di tensione che si ritrova tra le righe, nella composizione, per questo è raro essere sempre nello spirito giusto, essere sempre pronti a scrivere, e per questo è raro trovare un mese di fila in cui tutti i giorni sono buoni per scrivere.
Anzi l’energia la dobbiamo ritrovare scomposta nella pagina, e a me viene da pensare a questa forza come a un vento che spira tra le parole e le scompiglia, non tanto da far loro perdere il senso, ma quel tanto da lasciare traccia, e farsi riconoscere in chi legge come lo stile, il marchio di Lowy.
Ma allora viene da chiedersi se tutto questo lo si ritrova nella traduzione, in fondo l’energia che Lowy trasfonde nel linguaggio è nella composizione delle parole inglesi, nella sua costruzione della frase, ma in italiano, quanto dell’armonia o dissonanza che c’è nel testo inglese riesce a trasmettersi e a rimanere nel testo tradotto?
Ovviamente ci dice Lowy, la traduzione è incompleta. La traduzione è un processo di resa di fronte all’originale, e quando lui legge il suo libro in ebraico, unica altra lingua in cui è stato tradotto oltre all’italiano, qualcosa si perde ai suoi occhi.
Non si può rendere tutto. Ma non bisogna concentrarsi solo sulle carenze della traduzione, è necessario anche concentrarsi sugli aspetti positivi.
La possibilità di trasmettere qualcosa anche a chi non parla la stessa lingua, vedere persone che non parlano la stessa lingua e hanno letto le stesse cose, questo è reso possibile dalla traduzione.
Ma mi chiedo allora, ancora, se c’è una differenza tra il tradurre di un traduttore e il tradurre dell’autore stesso.
E se fosse proprio Lowy a tradurre il proprio libro in una lingua che conosce bene, in ebraico per esempio, allora il libro sarebbe tradotto o piuttosto riscritto, si parlerebbe ancora di traduzione o saremmo di fronte a un’opera nuova?
In fondo tradurre è anche cambiare concetti, portare concetti pensati in un modo all’interno di un altro modo di pensarli, o di costruirli, che è un’altra lingua, più o meno distante.
Però se fosse l’autore stesso a tradurre, allora quei concetti potrebbe pensarli ex novo, in modo diverso, in fondo essendo lui ad aver dato loro vita nella prima lingua, potrebbe anche riplasmarli nella seconda seguendo una propria coerente ma nuova linea creativa. E così i concetti ripensati sarebbero gli stessi o concetti nuovi? Un nuovo e diverso racconto, quindi.
Lowy ci risponde che non sarebbe ancora pronto a scrivere in ebraico, c’è differenza tra leggere, comprendere una lingua, e produrre concetti nuovi in quella lingua, ossia scrivere.
Per questo pronto non lo sarebbe neanche a tradurre in ebraico il suo libro.
Tuttavia la sua risposta è che si, sarebbe un libro molto diverso.
L’inglese e l’italiano, ad esempio, sono molto più vicini tra loro, di quanto non lo siano l’inglese e l’ebraico moderno.
Però, tiene a precisare, l’operazione di traduzione è importante anche in un altro senso, è importante in quanto arricchisce la lingua d’arrivo.
Manipolare la lingua d’arrivo, nel caso dell’ebraico, ha voluto dire svilupparla, è una lingua, questa, che ha tratto linfa vitale dalle traduzioni di autori e di opere moderne. Immagino anche solo per lo sforzo di rinnovamento del lessico; ed è quello che Lowy ha definito Rinascimento dell’ebraico moderno, i cui eroi sono i traduttori.
Traduttori come eroi, quindi, nel caso dell’ebraico moderno, che dinamizzano la lingua e la rendono viva, la portano al passo con i tempi.

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