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Todd Hasak-Lowy: “Embracing your deformity”

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È Todd Hasak-Lowy il maestro della scrittura ad intervenire all’ultima lectio magistralis della stagione omerica 2007.

È Todd Hasak-Lowy il maestro della scrittura ad intervenire all’ultima lectio magistralis della stagione omerica 2007. Professore universitario di lingua e letteratura ebraica all’Università della Florida, attualmente per un anno a Tel Aviv grazie ad una borsa di studio, Hasak-Lowy, aiutato dall’interprete Martina Testa, ci presenta il suo recente lavoro Non parliamo la stessa lingua, una raccolta di racconti che abbracciano tematiche globali mescolate a quelle personali. Leggendo l’incipit di uno dei quattro racconti Hasak-Lowy prende spunto per trattare il tema dell’incontro: Embracing your deformity, ama, sostieni la tua deformità, intesa come distanza tra l’autore ideale che chiunque vorrebbe essere e l’autore che accetta la propria distanza dall’ideale, e sostiene il proprio essere difforme, insomma, o deforme rispetto a una norma, facendone un punto di forza invece che di debolezza.

Come mai proprio questo tema?
In alcuni corsi ai quali ho partecipato mi sono reso conto che veniva data molta importanza ai dettagli, a elementi specifici della scrittura: la caratterizzazione dei personaggi, la descrizione dei luoghi. Mi è sembrato che mancassero considerazioni proprio su argomenti più generali come le motivazioni e gli scopi dello scrittore che a mio avviso sono elementi basilari, preliminari.

Cosa intende per deformità?
Secondo me ogni persona nel momento in cui decide di scrivere ha in mente due idee di scrittore: uno scrittore A, ideale, che possiede ogni strumento; e uno B, reale, specifico, ovvero ognuno di noi con le proprie capacità e i propri difetti. Ogni scrittore B tende a diventare A, in quanto B è definito dai suoi difetti e dalle sue deformità che lo fanno essere uno scrittore di seconda categoria, ma sulle quali dovrebbe puntare.
Se ci si dimentica di colmare il gap con A è probabile che venga fuori un prodotto deforme, diverso da quello che ci viene predicato come scrittura perfetta, ma è proprio questo che ci distingue.

Scrittore di categoria A significa scrittore con più successo?
Io sono lontano dall’essere A e sicuramente avrò meno lettori. Però mi sento bene nel mio modo di scrivere e ai miei lettori piace veramente come scrivo, proprio perché vedono il mondo con la mia stessa deformità. Oltretutto mi sembra che uno scrittore ipotetico A sia più preoccupato di scrivere in maniera perfetta lasciando poco di suo, poche sensazioni al testo.

L’affermazione “puntare sulla deformità” è un atteggiamento dell’autore. E l’editore come deve comportarsi di fronte alla deformità?
Il mio libro è stato rifiutato da almeno trenta editori prima che la mia editor (americana Ndr) lo comprasse. Mi aspettavo che mi facesse pressioni per qualche cambiamento, invece non mi volle diverso e non lo vuole tuttora. Certo vuole che cresca.

C’è un autore che lei considera un simbolo nella sua deformità?
Ce ne sono due e per diversi motivi. Il primo è Nicholson Baker, in particolare il suo The mezzanin che racconta in un centinaio di pagine il viaggio in ascensore di un uomo e i suoi pensieri. Quello che mi ha bloccato nella scrittura per molto tempo è stato il fatto che non credevo di avere grandi temi da trattare; Baker mi ha fatto capire che l’importanza del contenuto può essere rimpiazzata dalla buona scrittura.
Il secondo è Yaakov Shabtai. In Inventario, libro di 280 pagine, non c’è mai un punto-e-a-capo, non ci sono dialoghi, è un libro molto deforme al quale io mi sono ispirato per scrivere l’ultimo racconto di Non parliamo la stessa lingua.

Qual è il consiglio che darebbe ai giovani scrittori?
Lo scrittore più che trovare la propria voce deve accettare, valorizzare quella che ha. Non bisogna pensare allo scrittore ideale ma a ciò che si sa fare e sfruttarlo anche se il risultato, pur coerente, è deforme. Questo non significa che per tutta la vita si deve fare solo ciò che siamo capaci di fare, ma utilizzarlo come punto ti partenza. Nello scrivere il mio secondo libro i miei punti base erano forti e mi sono lanciato in cose che conoscevo meno: in questo caso la mia deformità è stato un punto di forza.
C’è una linea sottile che separa l’amore, l’accettazione della propria deformità dall’essere semplicemente pigri; se lo scrittore è onesto con se stesso sa capirlo.

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