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Miracolo napoletano

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Napoli aspetta il miracolo. Lo aspetta il 19 settembre, il 16 dicembre e la vigilia della prima domenica di maggio.

Napoli aspetta il miracolo. Lo aspetta il 19 settembre, il 16 dicembre e la vigilia della prima domenica di maggio. Aspetta che l’ampolla contente il sangue di San Gennaro venga portata sull’altare del Duomo e che il sangue contenuto nell’ampolla si sciolga. Aspetta che il Santo Guappone dia un segno della sua presenza tra le sue strade e tra la sua gente. Aspetta seduta composta sui banchi della chiesa, o in piedi appoggiata alle colonne e ai muri. Aspetta per strada, con l’orecchio teso agli spari che partiranno da Castel dell’Ovo ad annunciare che il miracolo è compiuto. Dal 1389, la liquefazione è il segno della benedizione divina sulla città. La sua assenza e il suo ritardo sono indice di cattivi auspici. Si racconta che dopo la decapitazione del martire, avvenuta nel 305, il sangue fu raccolto da una donna e conservato in una boccetta. La stessa boccetta, mille anni dopo, fu consegnata al vescovo e, durante le celebrazioni per la festa dell’Assunta, il sangue iniziò a sciogliersi, come prova della reale appartenenza al Santo. Da allora, la città aspetta il rinnovarsi ciclico del miracolo: il sangue morto torna ad essere vivo e, nella sua trasformazione, anche la speranza della comunità può risorgere.
Nella chiesa di via Duomo, Napoli prega. Pregano le parenti di San Gennaro di fronte alla cappella che custodisce le reliquie, perché il sangue si sciolga e perché lo faccia presto. Urlano e cantano, seguendo i movimenti della traslazione sull’altare. Prega chi è riconoscente della grazia ricevuta. Prega chi invoca aiuto e protezione. Prega una donna che inveisce troppo forte e viene messa alla porta. Prega un uomo in silenzio, aggrappato alle grate. Prega il cardinale Sepe, con l’ampolla tra le mani. La capovolge, e il sangue dentro è liquido. “Annuncio vobis magnum gaudio”, la frase riecheggia nella chiesa e fa cessare l’attesa e la preghiera. Il cardinale alza l’ampolla e la folla applaude. Le signore sventolano i fazzoletti bianchi e gli occhi intorno sono pieni di lacrime. Così, l’intima esperienza della fede diviene rito collettivo e io e l’Altro condividiamo la stessa emozione. Nel rapporto tra l’umano e il sacro, lo spazio del non conosciuto assume un aspetto che in questo momento è riconosciuto da tutti.
Le due bottigliette, racchiuse tra i vetri della teca, fanno in processione il giro delle navate e arrivano fino all’ingresso, dove si accalca chi non ha trovato posto all’interno. “Potenza e’ S Gennare, pruteggetece, Sang’ e’ S Gennare, defenditece”. Potenza di San Gennaro, proteggici, Sangue di San Gennaro, difendici. San Gennaro rinnova il miracolo e la sua potenza, la stessa con cui nel 1631 fermò la lava del Vesuvio alle soglie della città, proteggerà Napoli ancora una volta.
La chiesa non definisce miracolo lo scioglimento del sangue, ma preferisce parlare di un atto straordinario ritenuto prodigioso dalla tradizione religiosa popolare. Secondo la stessa tradizione, il sangue è un mezzo di purificazione dal male. La fede nella virtù rigenerativa del sangue è espressione dell’anima barocca del popolo napoletano e nasce dalla devozione popolare per le manifestazioni esteriori.
Il divieto assoluto di aprire le ampolle non permette di verificare se il contenuto al loro interno sia sangue vero. L’unica analisi a cui il sangue è stato sottoposto è un’analisi spettroscopica, eseguita nel 1902 dai professori Gennaro Sperindeo e Raffaele Januario. L’esame dimostrò che nelle ampolle era contenuto realmente del sangue, in quanto lo spettro che si delineò sullo spettroscopio fu quello dell’emoglobina, componente essenziale del sangue. Il CICAP, Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale, considera i risultati di quella spettroscopia poco attendibili. La bassa qualità dei prodotti dell’analisi richiede troppo il contributo dell’interpretazione di chi li osserva. Sempre secondo un’indagine del CICAP, la sostanza contenuta nelle ampolle è una sostanza di tipo tissotropico, che cioè diventa fluida se sottoposta a sollecitazioni e ritorna allo stato normale se lasciata indisturbata, una sostanza simile al ketchup, ad esempio. Dalla creazione in laboratorio di un composto simile a quello contenuto nell’ampolla, gli studiosi del CICAP hanno ipotizzato che nell’ampolla potrebbe esserci un aggregato di carbonato di calcio, sale comune, acqua e cloruro ferrico, elemento che si trova sotto forma di minerale molisite sul Vesuvio o su altri vulcani attivi. Questa sostanza, ricreata in laboratorio, non riesce però a mantenere le proprie caratteristiche per più di qualche anno, mentre il sangue di San Gennaro è custodito nelle teche da almeno 700 anni.
Dopo l’attesa e le preghiere, nel bacio all’ampolla i napoletani lasciano una richiesta o un ringraziamento e i toni verso il Santo quasi diventano amichevoli. “’S Gennà , nun vulesse ca o’ fatt che tu pierde tutto chillo sanghe, ogni anno, pe’ fa’ o miracolo, he capito…nu poco d’anemia, ‘na cosa…accummence a vede’ na faccia pe’ nata…, vide buone, eh, S Gennà…”. San Gennaro, non vorrei che, siccome la perdita di tutto quel sangue ogni anno per fare il miracolo potrebbe causarti un poco di anemia o un mancamento, mi confondessi con qualcun altro. Guardami bene e ricordati di me, mi raccomando, San Gennaro.

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