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Le Donne e la versione aggiornata del Kamasutra

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Vedi centocinquantamila donne sfilare per le strade di Roma e ti viene automatico pensare a quei lontani, lontanissimi anni in cui questo succedeva all’ordine del giorno.

Vedi centocinquantamila donne sfilare per le strade di Roma e ti viene automatico pensare a quei lontani, lontanissimi anni in cui questo succedeva all’ordine del giorno. Ci sono gli stessi slogan, gli stessi gesti. Quelle mani congiunte a forma di rombo che una volta significavano il legittimo desiderio di libertà sessuale e il portare avanti le battaglie fondamentali del femminismo storico. Questo significavano una volta. Il significato che gli si può attribuire oggi, a trent’anni di distanza, quando quelle lotte sono state messe sotto un lenzuolo a prendere la polvere, è tutto da vedere. Perché gli slogan e i gesti sanno di vecchio, perché quando si parla di certi temi è necessario riproporre la stessa grammatica dei tempi in cui aveva un senso utilizzarla, perché si tratta di fare un ponte tra oggi e il passato, essendoci un vuoto di trent’anni – trenta – in cui tutto è taciuto. Eppure, non sarebbe onesto affermare che niente è cambiato, che forse è per questi risultati ottenuti che il femminismo si è lentamente spento – o è rimasto immobile, il che è esattamente la stessa cosa -. Già, qualcosa è cambiato, battaglie importanti sono state vinte. Eppure quelle donne sabato scorso erano nelle vie romane a far notare a chi era disposto ad ascoltarle che la violenza contro di loro c’è, è un fenomeno che esiste ancora e anzi è più che mai vivo. Quelle stesse donne erano scese in piazza a Milano per difendere la legge sull’aborto. Molte con i capelli bianchi, la totalità delle quali sicuramente spinte da una certa nostalgia. Ma anche tante ragazze, tante fra quei giovani che, si dice, non si interessano più a niente. E il dibattito è d’obbligo: la donna oggi è più libera di ieri? Per non essere banali, per non fare il solito giro tra i canali televisivi in cui spuntano gambe-culi-tette ogni 3,5 secondi, si può fare un giro in libreria. Uno dei cavalli di battaglia di quelle signore che bruciavano il reggiseno in piazza era la pretesa di una naturale libertà sessuale. “Questo corpo è mio e me lo gestisco io”. Quante copertine di nudo femminile tra gli scaffali. Quanti titoli sessualmente curiosi, che sono, immancabilmente, affiancati dal nome di una donna. “Diario intimo di una squillo perbene”, di Belle de Jour, “Il chiodo fisso”, di Abby Lee, “La ragazza definitiva”, di Gisy Scerman. Donne che parlano con estrema franchezza delle proprie esperienze sessuali. Tanto per continuare a terrorizzare i maschietti di oggi che già sono abbondantemente terrorizzati. E’ un bene che le donne possano parlare tanto liberamente di sesso? Abbattendo anche gli ultimi tabù? E’ un bene. Ma non si può non fare un parallelismo con “Porci con le ali” di Lidia Ravera. Difetto da intellettuali snob, ma è inevitabile il confronto. Perché già nel ’76 la scrittrice intendeva dare una spallata a tutti quei tabù sulla sessualità che, nonostante l’aria di cambiamenti di quegli anni, continuavano a stare in piedi. E l’ha fatto usando un linguaggio crudo, esplicito, che certamente non ha nulla da invidiare a queste giovani autrici che più che libere sembrano assatanate, convinte di aver portato loro una ventata di novità. E invece no. Perché già negli anni settanta la Ravera chiamava gli attributi maschili e femminili con il loro nome, senza tecnicismi medici. Con una bella differenza però. Tutto era impregnato di politica. In ogni riga in cui si leggeva cazzo o figa era nascosto il dibattito di quell’epoca, il difficile rapporto tra il pubblico e il privato. Cosa c’è tra un orgasmo vaginale e uno clitorideo di questi nuovi fenomeni letterari? Il nulla. Tristemente, il nulla. Sorge un sospetto: non è che tutta questa paventata libertà sessuale si è trasformata in una sorta di umiliante vendita del corpo, senza peraltro che le legittime proprietarie se ne siano rese conto? Anzi, vantandosene pure. E il sospetto diventa orrore quando si leggono alcune dichiarazioni di queste nuove liberatrici: “Il femminismo? Non ha più ragione d’essere” (Melissa P.); “è una cosa dannosa per la maggior parte delle donne” (Scerman). Già. Ma mentre loro sono tutte intente a scrivere la versione aggiornata del Kamasutra, convinte di essere il manifesto dell’emancipazione femminile, ci sono ancora donne che tentano di conquistarli quei maledetti posti ancora a predominanza maschile, invece di arrapare il proprio capo con il reggicalze.

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