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Roberto Vecchioni: “Qualsiasi mestiere facciamo, noi abbiamo un nostro tetto sul quale andiamo a suonare il violino”

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Roberto Vecchioni ritorna con Di sogni e d’amore un libro di poesie, raccolta di versi scritti tra il 1960 e il 1964, e Di rabbia e di stelle il suo nuovo album.

Roberto Vecchioni ritorna con Di sogni e d’amore un libro di poesie, raccolta di versi scritti tra il 1960 e il 1964, e Di rabbia e di stelle il suo nuovo album. Il disco contiene Le rose blu, canzone che l’autore definisce “la più potente di tutta la mia carriera”.

La raccolta Di sogni e d’amore è composta da poesie della sua giovinezza. C’è una giovinezza anche nella sua scrittura?
Sì, questa è adolescenza pura perché oggi è inimmaginabile che un ragazzo affronti la vita con tanto stilnovismo, con tanto platonismo: la donna è intoccabile, è un angelo lassù, meravigliosa purpurea solenne, straordinaria, se la tocco la rovino, la distruggo. Questo ragazzo effettivamente è un po’ imbecille. Lui poi tornava a casa e scriveva, mi sembra lontanissimo è proprio un ragazzino e quindi è molto lontano nel tempo però gli voglio molto bene e mi fa tenerezza rileggerlo. Non avrei mai pubblicato questo libro poi rileggendolo ho pensato che fosse giusto perché questo è l’inizio, io sono partito così a scrivere parole, dopo c’è stato un percorso ed è giusto sapere come si inizia.

Non le avrebbe pubblicate perché la imbarazzavano?
Sì, perché dopo c’è stato un percorso di ricerca di parole, di ricerca di parole in musica molto più serio. Questo è un libro in cui si notano moltissimo le imitazioni dei poeti del novecento, sono tutti imitati, alcuni proprio plagiati, Ungaretti è plagiatissimo. Non lo avrei mai fatto però mia madre le aveva conservato, un editore molto curioso le aveva trovate e me le aveva sottratte per leggerle lui, mi sono trovato con il contratto in mano.

Quanto e come si è evoluta la ricerca, come lei dice, delle parole?
C’è stato un salto spaventoso, quando ho cominciato a pensare che non bastasse il veicolo della parola e che c’era bisogno anche di un altro veicolo come quello della musica, allora lì ho fermato tutto. Ho detto no la musica è la mia vita, devo sottolineare con la melodia quello che dico. Le parole devono possedere una partecipazione al fatto musicale e quindi devono essere anche più semplici, devono avere metafore, devono avere una collocazione abbastanza specifica di ambiente, sennò ci si confonde completamente. Da allora non ho più scritto poesie, ho soltanto scritto canzoni.

C’è un rapporto tra le sue canzoni e la letteratura?
La prima cosa da fare, che io non ho capito subito, è che quando uno scrive in canzone deve semplificare. Inoltre non puoi fare letteratura, non puoi fare delle immagini colte, non puoi prendere la vita di un personaggio e trasferirlo tale e quale nelle canzoni. La funzione dei personaggi storici o dei brani letterari o dei romanzi o dei racconti è sempre quella di rapportare qualche cosa di eterno, universale a noi. Nel nuovo disco l’unica canzone che possiamo dire colta che è Il cielo di Austerlitz, che è semplicemente la narrazione di dieci righe di Guerra e pace, in cui il principe si accorge che l’unica verità, l’unica realtà è quella interna e allora scopre che tutto quello che ha vissuto nella vita è poca roba e questo è il tema finale del disco.

Di rabbia e di stelle, il suo nuovo album, è un disco in cui c’è uno sguardo piuttosto duro e a tratti canzonatorio della realtà, corrisponde al suo sguardo attuale sulle cose?
Il disco è fatto di poche cose, di cose orribili degli italiani di oggi. Soprattutto di questo sentire la realtà come una realtà capovolta, di questa importanza che ormai hanno tutti i giorni i fatti futili. I veri valori oggi sono mostrare le chiappe e i seni, farsi fotografare ed essere in prima pagina per il nulla, andare all’isola dei famosi, credersi importanti soltanto perché hai il tuo quarto d’ora di celebrità. Sono descritte queste pazzie momentanee, è un disco anche pesante di rock duro, mi sono rivisto nelle persone che amo e ho tentato di imitare il loro senso.

All’album hanno collaborato importanti musicisti come Dalla Porta, Fariselli e Fabbri…
Patrizio Fariselli e Paolino dalla Porta mi hanno insegnato a cantare, probabilmente prima non sapevo cantare. Ora ho una libertà nel cantare, andare dietro alla nota, aggredire la nota, sapere qual è la nota che ti serve, oppure sorpassarla, scavalcarla, me lo hanno insegnato loro, perché il jazz è libertà assoluta. Mi hanno insegnato anche ad avere il coraggio di sbagliare qualcosa, di andare anche fuori tempo. C’è qualche punto in queste canzoni in cui vado fuori dalla ritmica, perché creo un’altra ritmica con le parole. Lucio Fabbri mi ha seguito da tanto tempo e faceva parte di un gruppo di giovani che conoscevano perfettamente il rock americano e io volevo questa sonorità per alcune canzoni. Ho messo insieme con un po’ di terrore jazz e country rock, invece tutto si è equilibrato. La registrazione di questo disco è durata pochissimo perché i professionisti erano bravissimi e mi davano una carica straordinaria e poi io ero fortemente convinto di quello che stavo facendo.

Nel disco, oltre al jazz e al country rock, c’è anche una canzone che si rifà alla musica popolare che è Il violinista sul tetto
Il disco sfiora tutti i generi musicali e uno dei generi musicali che volevo fare e che non avevo mai fatto era proprio la canzone popolare. L’operazione di De Gregori e della Marini mi era piaciuta moltissimo e ne ho scritta una, non ho voluto prenderne una già scritta. Il tema è il rapporto tra madre e figlio. Il figlio vorrebbe fare dei mestieri, poi non riesce a fare niente e la mamma lo difende anche quando lui finisce sul tetto a suonare il violino. Questa è anche la nostra fine, qualsiasi mestiere facciamo, noi abbiamo un nostro tetto sul quale andiamo a suonare il violino, non importa che non lo ascolti nessuno o pochi o anche solo le stelle, perché è qualcosa che abbiamo dentro. Quando ho scritto la canzone la parte della madre era già per Teresa De Sio, perché la sentivo proprio come mamma centro meridionale e l’ho voluta subito a cantare.

Lei ha detto che preferirebbe una definizione diversa da quella di cantautore, potrebbe aiutarmi a trovarne un’altra?
Purtroppo non ce ne è un’altra così sintetica, perché poeti è presuntuoso, anche se in realtà il cantautore è un poeta. Poeta nella sua accezione più larga significa proprio creatore di emozioni, però se poi incominciamo a darci tutti del poeta…

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