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Massimo Mongai: “L’Odissea? Pura fantascienza”

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Nuovo incontro della Stagione Omerica. L’ospite di questa sera è Massimo Mongai, classe 1950, scrittore di romanzi di genere e grande sostenitore...

Nuovo incontro della Stagione Omerica. L’ospite di questa sera è Massimo Mongai, classe 1950, scrittore di romanzi di genere e grande sostenitore della superiorità di questo tipo di letteratura su quella mainstream, che poi sarebbe la letteratura tradizionale non riconducibile a un genere preciso.
Già autore di numerosi volumi, tra i quali ricordiamo Memorie di un Cuoco d’Astronave, che gli è valso il premio di fantascienza Urania, Mongai ha da poco pubblicato con la casa editrice Omero un manuale per aspiranti scrittori di genere, intitolato appunto Come si scrive un romanzo di genere. Sempre con la casa editrice Omero ha pubblicato nel 2005 Che drago sei?, animalario fantastico che fa da apripista per un progetto riguardante la narrativa che partirà dal 2008.
Mongai è da sempre, per sua stessa ammissione, un grande lettore di genere, fin da quando, ragazzo, frequentava il liceo Visconti, ed ha mantenuto questa sua passione anche negli anni dell’Università (una laurea in giurisprudenza definita “errore di gioventù”) e poi durante i 15 anni in cui ha lavorato come art e copywriter.
Il suo ultimo libro, Come si scrive un romanzo di genere, è un piccolo e prezioso manuale pieno di dritte rivolte a tutti coloro che vorrebbero scrivere un romanzo noir, o fantasy o giallo, con i suggerimenti di chi ha tanti anni di esperienza alle spalle. E soprattutto con le regole da seguire per scrivere un vero libro di genere, libero da contaminazioni: si, perchè, come dice Mongai, difficile non è scrivere, ma scrivere bene. E capita sempre più spesso di acquistare un libro giallo per poi scoprire che all’interno ci sono elementi di fantasy, o di romanzo rosa, e questo, secondo l’autore, non soltanto non è giusto nei confronti del lettore che si sente ingannato, ma non è neanche conveniente per la casa editrice che, inserendo un romanzo contaminato in una collana di genere spera di incontrare i gusti del pubblico. Il quale, invece, alla lunga non gradisce e smette di acquistare i suoi prodotti, come è accaduto ad esempio con la collana Urania della Mondadori che secondo Mongai avrebbe perso lettori proprio a furia di pubblicare romanzi contaminati etichettandoli come di genere. Mongai è molto critico con gli scrittori che si vantano della contaminazione delle proprie opere dicendo che la loro “non è solo letteratura di genere”, affermando che solitamente chi fa queste considerazioni e si presta a questo tipo di operazioni editoriali lo fa perchè non è in grado di scrivere un vero romanzo di genere.
L’unica cosa che può salvare gli scrittori di genere dal debordare in altri campi è l’onestà intellettuale, unita al rispetto delle rigide regole enunciate nel libro. Regole che, sostiene Mongai, permettono allo scrittore di genere una maggiore libertà creativa, poiché una volta fissati i paletti è più facile gestire le idee ed evitare confusione.
L’incontro prosegue con l’appassionata difesa del romanzo di genere, da sempre considerato para-letteratura o sub-letteratura, non degno dell’attenzione della critica accademica, più interessata al mainstream e al canone (cioè la lista dei pochi titoli davvero significativi, tali da essere inseriti in un elenco di capolavori), che rappresenta però non più dell’1% della letteratura. Da anni ormai si parla dello sdoganamento del genere, segno secondo Mongai, che in realtà non è stato sdoganato affatto, nonostante il vasto e affezionatissimo pubblico che lo segue in tutte le sue forme, compresi i fumetti. Dure critiche vengono riservate al mondo della critica accademica, che è compagna di strada dello scrittore, se i critici sono competenti e onesti, ma che appare invece sempre più autoreferenziale, tanto da venire considerata da alcuni addetti ai lavori un genere letterario.
A dimostrazione della nobiltà del genere, Massimo Mongai si lancia in un’appassionante interpretazione dell’Odissea come romanzo di fantascienza, con le navi-robot dei Feaci che sanno dove devono andare, le isole viste come pianeti di volta in volta toccati dai protagonisti della storia, gli dèi e i ciclopi.
Parla della struttura particolare del libro, nel quale il protagonista non appare che nel quinto canto,in lacrime e bisogna attendere fino all’ottavo per vedere iniziare il racconto che é ,caso unico nella letteratura del tempo, un lungo flashback. Non narra la storia mentre sta avvenendo, come l’Iliade, ed ha inoltre componenti che oggi definiremmo pulp: sesso (Ulisse e Callisto), droga (lo sono il Nepente e le pozioni di Circe) nonché il massacro dei Proci.
All’epoca dei Greci l’Odissea, proprio per queste sue caratteristiche, era considerata di livello inferiore all’Iliade, tanto che i capitoli della prima erano numerati con le lettere dell’alfabeto greco minuscole, al contrario della seconda.
A questo punto il viaggio alla scoperta della nobiltà del genere ci riporta in tempi a noi più vicini, attraverso un altra arte che può essere di genere, la musica. L’incontro si era infatti aperto sulle note di Volare di Domenico Modugno, ancora oggi la canzone italiana più conosciuta al mondo, che è però inesorabilmente una canzone di genere, una canzonetta, ma non per questo meno nobile. Così come è genere anche la musica classica, che a distanza di decine di anni, continua ad essere eseguita ed amata da milioni di persone nel mondo.
Questo perché, al contrario della letteratura, o della musica mainstream, il genere tocca l’animo umano nelle sue corde più profonde, attingendo alla vita quotidiana crea mito. Nonostante lo snobbismo nei suoi confronti, il genere è più vivo e fresco che mai, ed è per questo che molti scrittori che vorrebbero fare mainstream finiscono per buttarsi nel genere in cerca di nuove storie che non siano soffocate dal canone.
Quando gli viene chiesto se è possibile un cambiamento del genere, un suo rinnovamento o se sia possibile crearne uno nuovo, Mongai è scettico: ricorda l’esperimento del neo-noir, che ha introdotto l’ottica di Caino (ossia il punto di vista del cattivo) nel noir, non riuscendo però ad avere grande successo, o il mistery e le variazioni introdotte nel giallo, senza però trasformare radicalmente il genere.
Concludendo l’incontro, viene chiesto a Mongai cosa ci vuole per scrivere un romanzo di genere e se le scuole di scrittura creativa siano d’aiuto:
«Le scuole di scrittura creativa servono a sviluppare un progetto, ad imparare a combattere con se stessi e non contro se stessi, cosa che invece gli scrittori spesso fanno. Questo però non basta, per diventare scrittori bisogna prima di tutto essere grandi lettori, e poi è necessaria una pratica costante. Il genere poi è un’ottima palestra, proprio grazie alle sue rigide regole, che sono uno stimolo per sviluppare la creatività. Bisogna avere un po’ di coraggio all’inizio, perché scrivere un romanzo è come buttarsi in una piscina al buio, ma alla fine si scopre che il diavolo non è brutto come lo si dipinge.»

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