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Massimo Mongai: “Dal genere nasce il Mito”

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Massimo Mongai è uno scrittore di genere, di fantascienza e gialli, ha pubblicato dieci titoli, ha esordito nel 1982 con una guida della Sardegna, e nel 1997 ha vinto...

Massimo Mongai è uno scrittore di genere, di fantascienza e gialli, ha pubblicato dieci titoli, ha esordito nel 1982 con una guida della Sardegna, e nel 1997 ha vinto il premio Urania di fantascienza, con Memorie di un cuoco d’astronave, dopo una lunga esperienza come copywriter tra il suo esordio e la ripresa dell’attività di scrittore.
Per la casa editrice Omero ha appena pubblicato Come si scrive un romanzo di genere. Laboratorio di scrittura creativa dal giallo alla fantascienza.
Lo incontro quando ha appena finito di sostenere in un incontro della Stagione Omerica la superiorità della letteratura di genere rispetto a quella considerata mainstream, quella detta alta, e studiata nelle facoltà universitarie.

Mi dia una definizione di cos’è il genere.
Il genere è un insieme di stilemi riconoscibili. Può essere distinto per contenuto o per forma. Il fumetto è un genere per forma; il giallo, la fantascienza lo sono per contenuto. Il fumetto può essere giallo, o di fantascienza, e così via. Tra i generi per contenuto ci sono anche il fantasy e l’armony.
Quando si parla di genere si intende la paraletteratura, quella considerata di serie B.

C’è una grande tradizione di scrittori mainstream che hanno contaminato la loro scrittura con la scrittura di genere, soprattutto giallo, uno tra tutti Gadda.
Sì ma non ci sono mai riusciti, Il pasticciaccio brutto di via Merulana è una faticata di libro, è pesante. E poi, cosa essenziale, non c’è il finale, è aperto, non si scopre il colpevole. E questo non è accettabile, non segue le regole, non è un giallo, non è di genere.

C’è uno scrittore considerato mainstream, di oggi, che lei apprezza?
Alessandro Piperno, ha venduto 350 mila copie in sei mesi con il suo libro d’esordio Con le peggiori intenzioni. È bravo, sa scrivere molto bene. Scrivere è raccontare storie, e Piperno lo sa fare, prende il lettore per mano e il lettore si lascia accompagnare da lui. Sa, esistono solo due modi di raccontare: uno in prima persona e l’altro in terza, e si impara subito che non si può saltare dall’uno all’altro a piacimento, è sbagliato. Invece Piperno lo fa, ma non te ne accorgi, si chiama “sospensione dell’incredulità”, ne parlava Coleridge, è un patto che si instaura tra scrittore e lettore, e se scrivi bene il lettore sospende il suo giudizio e si lascia portare.

Il successo è un criterio per giudicare un’opera, un lavoro?
Il successo non giustifica tutto, ma neanche il contrario. Cioè non è che quello che ha successo non va bene. Questa seconda idea sembra essere spesso una guida per la critica. Cioè non si può dire che se una cosa ha successo è buona, né che se non ce l’ha non lo è, né appunto per assurdo che se ha successo non va bene. Sono questioni indipendenti, una cosa può benissimo avere successo ed essere buona.

Come vede la situazione dell’editoria oggi in Italia?
Oggi è molto facile fare una casa editrice, ma è lo stesso motivo per cui ogni anno ne muoiono 3000. Le case editrici non sono più quelle che erano molti anni fa, e i distributori hanno in mano il mercato, percependo il 50% o il 60% del ricavo di ogni libro venduto. All’autore va il 5%, più o meno. Del resto i distributori sono quelli che devono prendere i pacchi di libri e portarli in giro per tutta l’Italia, comunque il mercato è ingessato. Ma ora le cose stanno piano piano cambiando, c’è la vendita via internet, amazon.com è diventato il primo distributore, e ci sono le microtirature: si stampano solo le prenotazioni. Una volta un’edizione di un libro era per forza costituita da migliaia di copie.
C’è una frase di Mao che fa al caso: “ In realtà la confusione sotto il cielo è grande, e ciò è bene”.

Parliamo della scrittura, qual è il suo metodo di lavoro, ne segue qualcuno quando scrive un romanzo?
Seguo un metodo ben preciso: il file più importante con cui lavoro è un file che chiamo “numeri”. Ci sono riportati tutti i giorni e giorno per giorno i caratteri che ho scritto e le cartelle, così ho sempre sotto controllo la situazione. Se devo fare un certo numero di pagine in un certo numero di giorni calcolo quanti caratteri devo scrivere ogni giorno e così arrivo a tenere sotto controllo giornalmente se ho rispettato il programma e quanti caratteri mi mancano. Quando dovevo terminare l’ultimo libro ero nella situazione, autoimposta, di scrivere un capitolo di raccordo, in un tempo breve. Con questa metodologia ho scritto 80 cartelle in dodici giorni, 160 mila caratteri.

Un gesto creativo può essere imposto?
Direi proprio di si, in quel caso si è trattato di un gesto creativo autoimposto.

Qual è la dinamica tra la creatività e il mestiere nella scrittura?
Intanto la scrittura è una questione di volontà, poi bisogna avere, è ovvio, una storia da raccontare. La scrittura è per buona parte fatica e metodo. Il metodo si può apprendere nelle scuole di scrittura. Max Weber, il famoso sociologo tedesco, nel suo libro Il lavoro intellettuale come professione parla del pensiero creativo. Il lampo creativo, quello arriva a tutti quando vuole lui, a scrittori e non, professionisti e non. La differenza tra chi ha metodo e chi no sta nel fatto che quando il lampo creativo arriva a chi non ha la fatica e il sudore dell’esercizio alle spalle, poi passa.
Solo le ore passate al tavolino ti servono a lavorare davvero, a fermarlo e farne qualcosa. È come per gli atleti che fanno i velocisti, quelli che corrono i 100 mt. Il loro allenamento non consiste solo nel ripetere i 100 mt. in pista, ma anche in sedute di palestra. In muscoli che servono a spingere la propria massa alla massima velocità in pista e che si fanno ripetendo e ripetendo esercizi in palestra.

Cos’è che costituisce il mestiere per uno scrittore di genere, qual è il terreno di esercizio, la palestra?
Le regole di genere, le regole da rispettare. Ogni genere ha delle regole precise.

E quali sono queste regole, per esempio per i gialli?
Van Dine, un grande giallista americano, ne aveva individuate venti, che poi sono state modificate.
Ad esempio una regola molto importante per un giallo è che in nessun momento della storia può assolutamente venire fuori un elemento magico. Comunque qualunque lettore di gialli o di fantascienza sa quali sono le regole, e riconosce se sono state violate.

Ma il fatto di avere regole rigide non può essere d’impedimento alla creatività?
No al contrario, è uno stimolo, solo se ti dai delle regole sei veramente libero. Un bambino di due anni non ha regole.
Al contrario attraverso il rispetto delle regole si raggiunge padronanza e maestria nell’esprimersi, e quindi la capacità di raccontare quello che si vuole. E il genere ha regole precise e forti, facili da rispettare ed in cui è facile farsi i muscoli.

Quindi qual è la particolarità della letteratura di genere?
Dal genere nasce il mito, quello che condiziona l’immaginario collettivo di una popolazione, di un’epoca.
È così per Stephen King, chi più di lui ha formato l’immaginazione sociale degli americani negli ultimi decenni?

Per finire mi dia un argomento decisivo per cui il genere è superiore al mainstream.
Vede qui sul tavolo ci sono un cartone di Tavernello e un Bordeux Blanche millesimato, vecchio di trentasette anni. Qual è il migliore? Il Tavernello, l’altro fa letteralmente schifo, sia perché nessun vino resiste tanto a lungo e rimane bevibile, sia perché è bianco, quindi ancora meno. E tra l’altro se lei fa caso al colore, non è più bianco ora, è scuro, si figuri. Ci sono anche due bicchieri. Uno è da osteria, l’altro è un bicchiere da degustazione, poco maneggevole, poco pratico, anche se ossigena meglio il vino. Ogni giorno, mentre mangio velocemente la mia fiorentina in un quarto d’ora, quale mi è più utile, quale userò? È chiaro, quello da osteria. Il genere è come il Tavernello e il bicchiere da osteria, tutto qui. Mentre il mainstream è come il Bordeux invecchiato di trentasette anni, a voi le conclusioni.

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