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Le invenzioni post-umane di Thomas Glavinic

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La fantascienza è morta. Dalle sue ceneri è nato un altro genere : il post-umano. O almeno vogliono farci credere così.

La fantascienza è morta. Dalle sue ceneri è nato un altro genere : il post-umano. O almeno vogliono farci credere così. Il termine serpeggia sempre più spesso nei giornali e nelle riviste. È un etichetta, ormai, affibbiata a ogni uscita editoriale che racconti l’involuzione irreversibile dell’umanità, che faccia i conti con la fine dell’uomo. Così anche Le invenzioni della notte (Longanesi, 376 pag., 16,60 euro), il primo romanzo tradotto in Italia del trentacinquenne viennese Thomas Glavinic, che è stato il best-seller in lingua tedesca dello scorso anno, è rientrato in questa nuova categoria perché racconta la vita di un uomo qualunque ultimo abitante della terra. Jonas, un giovane membro della classe media austriaca, non ha nulla di particolare: una ragazza, Marie, provvisoriamente in Inghilterra, un padre, qualche conoscente che sarebbe troppo chiamare amico e nessuna passione. Un individuo banale e anodino, un “uomo senza qualita” che una mattina si sveglia, si prepara la colazione, non trova il giornale sullo zerbino come tutti i giorni, accende la televisione e lo schermo è vuoto, non riesce a collegarsi a internet e i numeri di telefono che chiama danno tutti libero. Quando esce in strada si accorge del silenzio assoluto e della totale assenza di qualsiasi essere vivente. Uomini e animali sono scomparsi, volatilizzati nel nulla senza una spiegazione, mentre sono rimaste le cose, gli oggetti meccanici perfettamente funzionanti, le macchine, i carburanti e l’elettricità, cibi in scatola che dureranno anni, gli appartamenti privati e i palazzi plubbici tutti a sua completa e unica disposizione. Jonas è rimasto solo, unico sopravvissuto di una apocalisse misteriosa di cui non saprà e sapremo mai il motivo, e la sua solitudine incomincia a riempirsi di oggetti e cose. Si muove inutilmente per Vienna nei luoghi che conosce e quelli che non ha mai visitato, gira per un’Europa, tutta sua, cambiando spesso mezzo e città. Cerca di diventare una macchina lui stesso automatizzando i suoi gesti e le sue volontà e alla fine attraversa anche il tunnel sotto la Manica spinto dalla disperata speranza di ritrovare la sua Marie. Una lunga e lenta esistenza afflittà dall’insonnia e la cronopatia, monotona e monotematica nei giorni e nelle notti, che lo fa scivolare nela schizofrenia quando aziona e posiziona tutte le telecamere che trova per scoprire tracce di vita, ma alla fine filmando l’unico essere umano rimasto, se stesso, soprattutto nel sonno mai riposante e pieno di incubi. Quando finalmente si accorge che ogni ricerca è vana e angosciosa, si rifugia nel ricordo dell’infanzia e trova forse la felicità nel ricordo della felicità del passato e si abbandona alla morte.
Le invenzioni della notte presenta un tema classico della fantascienza apocalittica e post-apocalittica. Un tema molto abusato dal fumetto, dal cinema e dalla televisione. La narrativa fantascientifica ha immaginato tutti i possibili dal dopobomba che provoca l’olocausto atomico alla scomparsa della vita sulla terra senza una spiegazione precisa. Un discorso che parte da Mary Shelley per arrivare a Philip Dick, per trovare in Vonnegut uno dei più efficaci interpreti. È comunque con un classico della letteratura di fantascienza, La nube purpurea di M.P. Shiel del 1901, che si trovano almeno due analogie importanti con il romanzo di Galvinic: la prima è quella del viaggio disperato in un mondo in cui restano solo le cose e i mezzi di comunicazione (in Shiel verso il polo nord alla ricerca della nube venefica che ha fatto estinguere l’essere umano) e la seconda è la schizofrenia, più formale in Shiel, con cui viene raccontata la storia che dimostra la provenienza dall’horror, o dal giallo psicologico, del tema. Anche ne Le invenzioni della notte lo stile subisce una mutazione con il progredire della storia: da una narrazione piatta e distaccata, si passa a una sperimentazone accennata sul lato psicologico del protagonista che fa appassionare il lettore man mano che la vicenda procede.
Altro discorso va fatto in rapporto alla contemporaneità. Come molti scrittori o registi o artisti austriaci di oggi, Glavinic è figlio di Thomas Bernard, ma sembra imparentato di più con quegli scrittori europei di successo e ambiziosi come il sentenzioso Houellebecq in Francia o lo Scurati de Il sopravvissuto in Italia. Questi scrittori sono esponenti di una letteratura non di fantascienza ma “normale” che non crede più nella possibilità di salvezza dell’uomo. Dalla critica inglese questa tendenza viene chiamata più pragnaticamente “letteratura d’anticipazione” che però fa venire più in mente le acute previsioni sociali di Ballard che le prospettive di sopravvivenza umane. Per una coincidenza editoriale, Le invenzioni della notte è uscito a braccetto con un altro bestseller, La strada del texano Corman McCarty, affine anche per il tema. Il dato è che l’immaginario del nostro tempo si rivolge sempre più assiduamente all’ipotesi della fine dell’umanità. Con Houellebecq, Glavinic condivide la convinzione che “l’umanità non merita di sopravvivere”. La morale del suo romanzo è tutta nella citazione iniziale da Kundera: “Nel vivere non c’è alcuna felicità. […] Ma essere, essere è felicità”. Per Glavinic è proprio questo “essere” che l’uomo ha espulso dalla propria vita, prima ancora del dopo-vita. Le invenzioni della notte è infatti un libro “esistenziale”, intimo e intenso, in cui è facile identificarsi, che piace al pubblico europeo perché parla direttamente al cuore nichilista dell’Europa. Camus ne L’uomo in rivolta diceva che “l’Europa non ama più la vita, questo è il suo segreto”. Più che il segreto Glavinic sembra avere capito il trucco, come Houellebecq, di un gusto dei lettori sempre più orientato verso questa deriva cinica e autodistruttiva. È per questo che il pubblico, il ceto medio europeo, premia il cinismo e il nichilismo e fa sempre più volentieri a meno di opere di intrattenimento o consolatorie. Il lettore preferisce scandagliare le sue paure ataviche, confrontarsi con le prospettive definitive della sua esistenza provando attrazione e ripulsa, ma confermando e affermando sempre l’appartenenza all’esistente. Le domande sono sempre più pressanti e sempre più attuali, ma non bastano e per uscire dalla sfiducia del presente, o immediato futuro, bisogna rifugiarsi nell’umanità passata, uno spiraglio toccante e commovente, ma non di speranza. In queste opere c’è sempre un riferimento e un omaggio all’umanità perduta, ma una volta che avremmo a che fare veramente con la solitudine della sopravvivenza, con un futuro non più accettabile questo ricordo consolatorio non sarà più sufficiente.

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