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Sean Penn

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Può capitare, alla Festa del Cinema, che non ci sia nessuno ad intervistare un attore o un regista, ma per il cast di Into the wild: regia di Sean Penn...

Può capitare, alla Festa del Cinema, che non ci sia nessuno ad intervistare un attore o un regista, ma per il cast di Into the wild: regia di Sean Penn ed Emile Hirsch attore protagonista, i giornalisti ci sono. È normale volerne sapere ancora e di più sul film e sulla storia vera di Chris McCandless, giovane americano che, dopo la laurea, abbandona tutto e intraprende un lungo viaggio verso l’Alaska. Affrontando le prove più estreme, una vita da barbone, isolato nella natura, con incontri sporadici che lasciano segni profondi. Un personaggio difficile da descrivere, da accettare.

Aspettiamo in una saletta chiara, spoglia, quasi asettica, stringendo ben saldi la penna ed il blocco degli appunti che, da stamattina, continuano a caderci di mano.
Dicono che non sia un tipo facile Sean Penn: gli piace far le cose a modo suo, rilascia poche interviste e se magari lo afferra un suo pensiero ecco che si alza e se ne va.
E Sean Penn arriva puntualissimo, garbatissimo. Sprofonda nella poltrona davanti a noi. Appoggia la schiena e la testa alla spalliera e le mani sui braccioli, sul suo viso segnato, sotto i capelli arruffati, aleggia un’espressione indefinibile come se la poltrona fosse per lui un meraviglioso approdo, un rifugio insperato in una terra impervia.
Assapora il silenzio, la stanza dalle pareti tenui, come chi venga da un grande frastuono, da una luce accecante.
E così, appena gli rivolgono la prima domanda, Sean ci guarda perplesso, deluso quasi dall’esplosione di suoni, poi con sforzo si concentra sul significato delle parole, che lo interrogano sul valore della ribellione oggi. E con voce roca, fievole dice che la ribellione si annida nel cuore della società occidentale, dove l’aria è evanescente, l’autenticità scomparsa e il rumore bianco ci assorda.
Sean guarda incuriosito la penna che ci è caduta di mano. Colpito dal tonfo della caduta.
“I rapporti genitori-figli nel film sono molto crudeli, molto dolorosi. Ha mai pensato che i suoi figli, adolescenti, potrebbero reagire allo stesso modo?”
Il viso di Sean si contrae in una smorfia. Poi lentamente, gentilmente risponde che gli piace credere che i suoi figli non dovranno sentirla mai tanta mancanza di autenticità nella loro vita, ma se dovessero sentirla, spera che facciano l’impossibile per liberarsene. “Ognuno sa quando il livello di rumore è diventato per lui troppo alto.”
Rumore bianco? chiedono e lui annuisce serio. Il rumore bianco, il gracchìo di una radio mal sintonizzata, onde senza messaggio. Ci guarda fiducioso. Noi sorridiamo. E lui è contento che noi lo abbiamo capito: che c’è qualcosa nell’aria, un rumore che lo tormenta, possibile che ci basti una bella saletta insonorizzata per non sentirlo più? E noi sì ora cominciamo a sentirlo il rumore e ci guardiamo attorno cercando la fonte nascosta.
E questo rumore bianco…? gli chiedono, Sean assente con il capo, questo rumore dipende in parte dal conflitto padri e figli che lei così bene scandaglia…, Sean assente afferrato ai braccioli, ecco lei ha avuto un padre importante che faceva il suo lavoro, e anche un fratello che ora non c’è più, forse ha voluto raccontare qualcosa di sé?, Sean non riesce a sentire nulla, Perché lei scava nei conflitti più profondi? Sean ha lo sguardo affranto, qualcuno ha alzato il volume al massimo, Lei pensa che gli esseri umani debbano sempre spingersi fino all’estremo per conoscere se stessi? Devono andare fino in Alaska? Perdersi nella natura?
Sul viso di Sean si aprono squarci di luce, una tenerezza ironica insediata in fondo agli occhi e rocamente mormora “Conoscere se stessi mi sembra dire molto. Si può provare a sentire la vita mentre si è vivi. A liberarsi della facciata fraudolenta che fa da schermo. Nella natura tutto è autentico, difficile pensare ad un posto più autentico dell’Alaska”
E sorride, il capo appoggiato alla spalliera, come se la radio per un istante si fosse sintonizzata su un motivetto allegro.
“Da ragazzo facevo surf sull’oceano” Dice con l’aria perplessa, quasi non ci credesse più lui stesso “è un modo per stare da soli e ascoltare, nella natura ti senti vivo, è il luogo dove senti la vita e l’apprezzi in pieno, la natura è il luogo dell’ottimismo.”
“Nel film ci sono moltissime citazioni letterarie, tratte dai libri che Chris McCandless leggeva. Quali sono stati i libri più importanti nella sua formazione?”
“A volte leggo tantissimo, a volte niente. In America il primo libro è sempre Il Giovane Holden, e i libri di quel filone. Saggi, poesia.” Fissa un punto lontano e parla di George Steiner, Dostoievsky, Tom McCarthy, Faulkner, Richard Ford. e sembra che i loro volti lo fissino dalle pareti bianche asettiche.
“Non conosco tutti i classici della letteratura, neanche del cinema… Un libro lo scelgo dalla copertina: del libro di Krekauer Nelle terre estreme, da cui è tratto il film, mi affascinava il pulmino coperto dalla neve”
“E i suoi ruoli di attore come li sceglie, con quali criteri, sempre l’elemento della ribellione?”
Sean con uno sforzo supremo si tira su, comincia ad essere stanco della molle cantilena: “Parlerei volentieri dei film che dirigo, a fare l’attore ci penso sempre meno, non si tratta di ribellione, è sempre una questione di volume.”
“Di volume?”
“Ognuno nasce con la sua soglia di rumore, e se il volume attorno è troppo alto, bisogna regolarlo. Tenere la posizione, non arrendersi, non lasciarsi rubare la vita…”
Sean ora sorride. Se il suo volume è basso, la simpatia del suo viso stralunato estrema. “Ma perché un finale così tragico?” Sean è perplesso. Già, perché? Perché così sono andate le cose, perchè tale era l’intensità del libro. Ha aspettato dieci anni perché la famiglia di Chris McCandless non era pronta ad affrontare di nuovo il dolore. Poi c’è stato il lungo viaggio, le ricerche nei luoghi di Chris. I mesi con Emile Hirsch in Alaska. Un lavoro lunghissimo, decennale. Nessuno credeva che ci sarebbe riuscito a girarlo il film.
Sean ci guarda grato, stupito che le sue risposte, la sua massa di parole, per noi abbia un senso. Il senso lui lo sa, c’è nelle cose, e anche in questa stanza, ma confuso e corrotto, e stravolto dal rumore di sottofondo che imperversa, e lo tormenta. Dopo il silenzio dell’Alaska, gli anni di ricerca, la passione, la dedizione, la concentrazione estrema, è difficile tornare alle onde sonore delle promozioni dei film, delle conferenze, dei lunghi corridoi degli alberghi.
Lentamente racconta che all’uscita del libro molti hanno liquidato Chris McCandless come un pazzo. Eppure a lui sembra difficile poter sapere cosa serva, a ciascuno di noi, per rompere il guscio di bugie in cui è intrappolato. Una lunga pausa. Come se ci fosse sempre un equilibrio prestabilito tra forza e debolezza, a volte la sensibilità è la vera forza e viene schiacciata.
E Sean fa un schiocco con le mani come ad ammazzare mosche. “Chris probabilmente aveva bisogno di trovare un posto suo, lontano, isolato. Lo giudicano un pazzo perché poi è morto. Si giudicano le cose dall’esito finale.”
E ora qualcosa lo fa ridere. Qualcosa che il suo viso assordato vede laggiù nell’orizzonte asettico.
“Un comico diceva una battuta: Ho un messaggio per tutti i non fumatori: un non fumatore muore ogni giorno. Tutti moriamo, anche chi pensa che Chris sia pazzo…” E ride Sean.
“E McCandless prima di morire aveva scoperto qualcosa di importante: che la felicità è vera solo se la puoi condividere” Sean ripete la frase scandendola lentamente. Come se parlasse a se stesso. “È partito da solo, pensava che la felicità fosse quella: la sua immensa solitudine, durante il viaggio ha conosciuto molte persone, si è messo alla prova. Alla fine aveva capito altre cose. Non credo che volesse morire… Sarebbe tornato dal suo viaggio.” Sean sembra perduto in un suo pensiero.
“E con il Nobel ad Al Gore cambieranno le cose nel suo Paese?” Un istante di silenzio prima di tornare alla realtà “Magari è troppo tardi per salvare il pianeta. Ma come dice un mio amico cantante: il mondo crollerà, moriremo tutti, ma finché ci siamo cerchiamo di essere eroi”. E canticchia allegro, ironico. Poi sembra ripensarci, si infervora “Se proprio volete saperlo, io credo che la vera democrazia ci sarà solo quando gente come Bush e Condoleeza Rice andranno in prigione alla fine del loro mandato. Non basta scegliere i leader bisogna anche poterli rinchiudere.” Sorride sulla sua poltrona “Bisogna vivere finché si è vivi… Tutti… Persone, nazioni, cercare nuovi riti di passaggio, se non si cambia, si è già morti.” Il volto scavato, le mani sui braccioli, lo sguardo lontano.
“Mi auguro che il mio cuore, finché c’è, batta sempre veloce.” Mormora Sean a modo di congedo. Si alza dalla poltrona, dal momentaneo approdo, saluta garbatissimo e si allontana oltre la soglia, con il suo passo di uomo che attraversa terre perigliose.
Noi afferriamo la giacca per uscire e mille monete vengono giù dalle tasche, rotolano in ogni angolo. Le raccogliamo in silenzio. E quando alziamo gli occhi Sean Penn è lì in piedi, sulla soglia, le mani tese piene di centesimi che lui ha raccolto uno ad uno per noi, lo sguardo pieno di contentezza e di ineffabile pudore.

Poche strade più in là, Emile Hirsch, un gigante dello schermo, nelle stanze d’albergo dove rilascia interviste, è delicato, minuto; nel suo corpo quieto, controllato, vestito di scuro pulsa una forza a stento trattenuta, che negli occhi si tramuta in luce chiara, fredda. Proiettata sui volti e i corpi che, attorno a lui, lo ammirano, lo interrogano, sbalorditi che un ragazzo a ventidue anni possieda già una tale padronanza di sé e del suo mestiere come il più consumato degli attori. Consumato, pensi, mentre lo vedi muoversi, accavallare le gambe magre, eludere ogni domanda personale con le parole e intanto provocando con gli occhi, quasi fosse, ogni intervista, una caccia al topo, dove lui è il gatto in un mondo di topi. Da far ballare e correre perché il gatto si diverta oltre a sfamarsi.
Ventidue anni, dice e sorride lasciando che l’interlocutore faccia da solo i suoi conti. Pochi anni e alle spalle ruoli fortissimi, straordinari in Lords of Dogtown, Alpha Dog e ora Chris McCandless di Into the Wild. Non deve essere stato facile Signor Hirsch, perdere venti chili e affrontare una preparazione di quattro mesi in luoghi selvaggi, sperduti.
Quando Sean Penn lo ha chiamato, racconta Emile Hirsch, lui era pronto ad intraprendere qualsiasi avventura che lo scuotesse dall’infelicità in cui versava da un anno, e che lo portava a bere troppo, a mangiare troppo, a starsene in giro senza combinar nulla. Senza vivere fino in fondo la vita.
La parola infelicità ha un suono strano, stridulo. Era infelice, spiega, perché non recitava da un anno. E un attore che non recita, un attore senza un ruolo a riempirlo, è un uomo finito. E poi si sa l’ozio è il padre di tutti i vizi. I rigori dell’Alaska sono nulla al confronto. Nulla le difficoltà di interpretare un personaggio che ha voluto mettere alla prova ogni limite, e che ha significato molto, per molte persone, McCandless è stato un’ispirazione per molti e lui voleva essere assolutamente fedele al ragazzo reale. La sorella di Chris lo ha aiutato molto, gli ha parlato a lungo di lui, ha incontrato i genitori, ha letto i libri che il ragazzo leggeva, ha letto David Thoreau e i filosofi dell’antimaterialismo, si è confrontato con i rigori dell’uomo sperduto nella natura, con l’odore nauseabondo della carne putrefatta dell’alce, con gli orsi, ha imparato a fidarsi degli animali, ma le difficoltà fisiche non erano altro che un riflesso, una metafora della lacerazione che vive chi esce dalla Confort Zone, dall’area protetta e circoscritta in cui ognuno di noi finisce per vivere.
E come è stato tanti mesi da soli con Sean Penn? Certo, qualche giorno, in tanta solitudine intimamente si saranno anche detestati, ma i conflitti non sono mai emersi, non hanno mai interferito. Sean Penn ha avuto un’influenza enorme nella sua carriera di attore, originariamente si era ispirato a Marlon Brando, ma poi ha studiato a fondo ogni ruolo, ogni interpretazione di Sean. Tra loro c’è sinergia artistica, pur diversi amano entrambi l’autenticità nella recitazione, la creatività, il libero flusso delle idee, l’istinto. Da Sean e da McCandless, pur senza condividerne le scelte estreme, ha imparato molto, soprattutto, il rigore interno, la forza, la determinazione, la ricerca indefessa. Ammira molto chi si dà degli obiettivi alti. La gente, in genere, ha delle aspettative così basse, mete così poco ambiziose. Quando gli chiedono cosa ruberebbe a Sean Penn lui ci pensa un istante e poi risponde: il coraggio e la tenacia. Si vede che lo pensa davvero. Ma la sua voce, che sul set conosce una gamma infinita di toni, ora è sempre uguale, non si infiamma, non si accalora. Come se l’esperienza vissuta laggiù, o molto prima in qualche zona sperduta dell’infanzia, fosse al di là di ogni fiamma, di ogni calore. Quando i suoi interlocutori lo elogiano per i ruoli passati la luce in fondo agli occhi si accende, diffonde attorno brevi bagliori. Fin qui, dicono, nei suoi ruoli lei sembra voler rappresentare un tipo di gioventù che lotta, che non si adatta, diversa dai ragazzi che altri registi presentano qui alla Festa, apatici, mai coinvolti.
Emile Hirsch annuisce, gli hanno appena portato l’hamburger ordinato da McDonalds, un piccolo lusso che si concede ogni tanto, confessa, nei tour promozionali e abilissimo, senza smettere di parlare, rovescia il pane, inzuppa la carne di ketch up, ci infila due patatine e divorandolo a bocca chiusa ci svela, con nostro sollievo, la sua umanità di ventiduenne affamato. E racconta che sì i suoi ruoli hanno incarnato fin qui la confusione, il dolore, l’esuberanza di una certa età di passaggio, la ricerca intensa di qualcosa, da parte di ragazzi che lottano, che non si adattano ad essere topi in una corsa di topi. Punte di patatine imbrattate di rosso scompaiono elegantemente nelle sue belle fauci. E lei che è figlio d’arte, è mai stato ostacolato dai suoi genitori? hanno mai pensato di scegliere i suoi ruoli? di dissuaderla da questa carriera?
Un ghigno interferisce con la masticazione. I suoi genitori sono ottime persone che mai si sognerebbero di interferire con le sue decisioni, conoscendolo, semmai lo hanno consigliato, appoggiato. Bravissime persone. E la felicità per lei cosa è? La famiglia, gli amici, l’avventura, la scoperta, la pigrizia. E nel suo tempo libero cosa fa? Vedo gli amici.
E la solitudine, è stata allora l’esperienza più difficile durante le riprese? No, la solitudine, no, aveva finito per sentirsi quasi a casa in Alaska, c’era un senso di pienezza, in tanta terra sperduta, di impresa che assorbe ogni energia, il pulmino dove Chris McCandless viveva, era diventato un luogo confortevole, una casa. Era bello vagare così, da soli, in mezzo all’ignoto.
Poco fa quando gli hanno chiesto cosa lo avesse colpito, in particolare, del suo personaggio con un sorriso malinconico aveva detto: “le sue contraddizioni, abbracciava tutti e non abbracciava nessuno.” E ora per un lungo istante i suoi occhi di ragazzo si colmano di felicità al ricordo della solitudine assoluta, della fatica estenuante per arrivare in vetta, l’Alaska di McCandless, la fine del film, una fatica immane e, dopo lassù in cima stremati, un’immane felicità. E, forse, inulettabile, davanti agli occhi, un’immensa plaga gelata.

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