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Chissà in quel salotto… dentro quel quadro

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Agrigento è un confetto avvolto in una carta orrenda di palazzoni che sull’altura, come per un sortilegio, fanno da guardiani, tristi draghi posti all’entrata a spaventare e mettere alla prova...

Agrigento è un confetto avvolto in una carta orrenda di palazzoni che sull’altura, come per un sortilegio, fanno da guardiani, tristi draghi posti all’entrata a spaventare e mettere alla prova per scoraggiarlo, il visitatore che non sa quali bellezze possano nascondersi se resisterà a passare oltre.
Solo una dea maligna che vuol regnare ad ogni costo e dove più dove meno ci riesce col venefico filtro della corruzione, poteva creare una così orribile apparenza e un tale gioco di specchi. Ma il visitatore virtuoso, con la forza della bellezza che ha saputo coltivarsi dentro, combatte l’orrore e va avanti ad occhi chiusi. Sa che, se ci crede davvero, quei mostri orrendi spariranno: dovrà pensare alla grandezza di Pirandello e alla forza di Empedocle, scorrerà come in un rosario la gloriosa storia di Girgenti, così quando riaprirà gli occhi, i mostri non lo minacceranno più. Si ritroverà come per incanto in via Atenea. Passeggerà il visitatore, portando dentro, la luce del coraggio e della sapienza, quella che gli farà riconoscere la bellezza anche tra le rovine e l’abbandono. Non s’incanterà dinanzi ai bei negozi, spingerà lo sguardo oltre, sui balconi panciuti e le volute barocche. Non si arrenderà anche se porterà vivo il ricordo di un dolore urecente: aver visto l’antica Abbazia di san Martino delle scale, vicino Monreale, alla mercé dei piccoli vandali di una scuola. Sì, sporcizia, disamore, incuria, tra le scale in marmo rosso di Caltagirone e la statua di Martino che regala il suo mantello al povero. Distruzione come dopo una guerra, come se il tempo si fosse fermato a cinquant’anni fa o andasse troppo velocemente verso il nulla. Pensa ai barbari il visitatore, quegli abitanti oltre il Reno che coltivano ogni sasso con amore, con ogni sorta di giuochi: musichette, immagini d’epoca e leggende; perché lì si fermò Maria Stuarda con sua cugina, prima che fosse fatta prigioniera! Sarà vero sarà bugia? Intanto il visitatore ha pagato, si è divertito, ha ricordato! Qui invece una timida donzella chiede tre vili euro per una preziosa mostra di quadri imporporandosi tutta, e assicura però che in giornata si può fare ritorno con lo stesso biglietto! Chissà cosa penserà il visitatore di questa terra dove non c’è speculazione dove sarebbe buona creanza averla e invece prospera laddove è peccato mortale. Colpa di quella dea maligna o della natura degli abitanti? “Dei siamo, Dei!”, hanno detto. E un dio sa tutto, fa tutto e non ha bisogno di nessuno. E poi non c’è sapienza che possa dividere il bene dal male: qui i mostri e le mostre possono celare cose bellissime. “Poliorama pittoresco”, un titolo difficile per ottanta opere pittoriche e disegni dell’Ottocento. “Appartengono tutti a privati, molti al notaio… un’opera è anche del Presidente della Regione”. Il visitatore entra presto nel gusto per gli indovinelli della ragione che piace tanto a questo popolo, però mostra troppo immediato e forte il desiderio di sapere senza indovinare: “E qual è?, qual è il quadro che appartiene a…”, e la fanciulla che poc’anzi s’imporporò tutta, ora mostra uno sguardo malignetto, sorride sorniona e se ne va, s’invola. E il visitatore rimane lì in quelle stanze, solo, preda delle emozioni e della curiosità…degli indovinelli della ragione. Quale sarà? Apparterrà a lui una delle marine, quella bellissima del Richiamo dei pescatori dinanzi agli scogli e al mare in tempesta, una barca lontana laddove il mare sembra ancora calmo… ma quel carico di luppini… pensa il visitatore. O forse uno dei ritratti di donne, bellissime, quello che riproduce alla perfezione l’incarnato perlaceo del viso e i particolari del medaglione, il colletto d’organza, o la Traviata di pittore sconosciuto: lo sfinimento della donna abbandonata sul cuscino, il rossetto sbavato, il cucchiaio nel bicchiere… la tisi. O forse una riproduzione di Palermo: Il senato palermitano esce dalla cattedrale. Che luce! Che eleganza di costumi! E che senso dell’altezza nella riproduzione del portico, la stessa che ti coglie quando ti ci trovi dentro. E i chierichetti, il questuante dinanzi il cancello, la nobildonna col rosario. O forse in quel salotto trovano spazio i temi di più chiaro richiamo alla virtù politica, come Un caso di coscienza: un frate trepidante e macerato da dubbi, chiede luce ad un suo confratello che sta interrogando la Bibbia. Cornelia, a chi vuol corromperla con gioielli, mostra i suoi Gracchi. Il visitatore sorride. Non sono questi i quadri di quel salotto. Piuttosto gli incubi della notte che tormentano il malato – e una targhetta con su scritto a chiare lettere: dono della signora Rosalia Lo Cicero vedova Ranieri -, o il ritratto dell’intelligenza tormentata di Empedocle mentre guarda l’Etna, o la sensuale e bianca nudità di Lucrezia minacciata da Sesto, o una delle sagrestie… peccato appartenere a lui – vuol pensare – l’immagine bellissima di un vecchio seduto accanto a un cero di fronte al crocifisso; si è appena tolto la coppola e i capelli ne portano il segno. Il chierichetto sulla scala prepara gli addobbi per il venerdì santo, angioletti rubicondi ed ex voto intorno e poi quella luce, quella luce! Le pareti scrostate, bellezza e abbandono assoluti intorno, come tra le lampade, i veli delle monache sullo sfondo, le volute, le corone di fiori putrescenti. Il visitatore si dimentica di lui, non pensa più al presidente della regione. Ora parla coi quadri perché è questo il miracolo dell’arte quando non sai da dove viene quella luce e quello sguardo di trecent’anni fa ti cattura e ti spaventi perché la vedova del quadro par voglia uscire, e i bambini accoccolati sulle ginocchia vicino agli scogli prima o poi si alzeranno; stanno raccogliendo telline, altri guardano in piedi; si alzeranno, sembra proprio che prima o poi lo faranno e poi le nuvole hanno già la luce rosa del tramonto; le madri lanciano richiami acuti d’ansia e di rimprovero. -Turiiii o Turiii veni a casa!-
Ma loro non sentono, restano ancora intenti:
-Miiii! Talè cchi su belli!-
– Iù ni pigliai cchiossà di tia!-
– I mia su cchiù grossi-
– Annunca ni facemu ca pasta.-
– Picchì to matri i sapi fari?-
– Chi c’hai di diri a me matri ah? Tu a me matri mancu l’ha nominari ca iù ti scippu i cannarini!-
Si muovono, si alzano, s’afferrano, la scena continua, non poteva non continuare. E il visitatore resta così a bocca aperta, catturato da tanta bellezza. Non ha più cultura né riferimenti letterari, né tecnicismi appresi a memoria, né manuali di storia dell’arte da ricordare; solo una formula magica, quella di Mary Poppins per entrare nei quadri. Già sente il sole addosso e il calore di quella luminosissima e aperta strada sterrata… ecco salta anche lui su quel carretto tra popolani; agavi e ficodindia ai lati, sullo sfondo il mare e una veduta di Palermo.

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