Un Pop per tutti!

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Gran ressa per l’inaugurazione della mostra sulla Pop Art alle Scuderie del Quirinale! Per parlare della Pop Art il punto esclamativo è d’obbligo! Entusiasmo! Allegria! Colore!

Gran ressa per l’inaugurazione della mostra sulla Pop Art alle Scuderie del Quirinale! Per parlare della Pop Art il punto esclamativo è d’obbligo! Entusiasmo! Allegria! Colore! Il punto esclamativo è molto pop! Tanto che pure il nome della mostra è Pop Art! Il periodo preso in considerazione è quello di poco più di un decennio. Dal 1956 al 1968. Ci si ferma sulla soglia della contestazione giovanile del ’68 e si rimane in bilico. Prima, c’è uno strano entusiasmo, che non si riesce a inquadrare. Se sia inquietante oppure allegro. Se la mostra sia gioiosa o esageratamente esplosiva. Più che un punto esclamativo dopo aver visto più o meno cento quadri appare un gran punto interrogativo. Quadri è un termine improprio. Forme, forse è la parola più adatta. La Pop Art utilizza materiali insoliti e in questo c’è l’effetto sorpresa più immediato. Che siano materiali di scarto o oggetti oppure acrilici strani, o pellicce, piatti, bicchieri, plastica, molti armadietti ricomposti oppure decorati, mobili tagliati o ricreati su tela con tanto di pomelli e carta da parati come sfondo. È una continua reinvenzione. Ma non è arte povera, anche se la presenza di alcuni artisti, come una scultura di Ceroli, fanno venire un dubbio. In realtà si tratta di arte opulenta, certo come la società che rappresenta, in piena fase consumistica, all’inizio del consumismo. Opulenza nelle forme, nei colori, nei soggetti, nella ripetizione in serie dei volti del cinema. A proposito, è in mostra il famoso Warhol che scandaglia il volto di Marylin e che dal vivo è molto più bello di ogni stampa. Ma c’è anche l’antagonista di Marylin, l’attrice che negli anni sessanta era adorata dagli intellettuali, c’è Brigitte Bardot e il suo viso perfetto. Ma Marylin ha qualcosa di più, anche se ovviamente stiamo parlando di pesi massimi della bellezza: ha un senso di luminosa tragicità e malinconia, anche se “poppizzata”.
La mostra è tematica, non è cronologica. Ogni sala affronta un aspetto del Pop: l’uso dei marchi industriali, il mondo dello spettacolo, i riferimenti alla cultura alta – la Pittura – e alla cultura bassa- il fumetto e la pubblicità -, il corpo.
Da un punto di vista figurativo i soggetti sono o merci, marchi sui quali svetta quello della Coca Cola, o atti oppure appunto il corpo considerato come merce, perlopiù merce sessuale. Anche quando il mondo di riferimento sono i fumetti, questi ritraggono comunque persone. La sezione ha come clou un corpo nudo di uomo disteso, realizzato da Sal Mineo e lungo credo più di dieci metri – con tutto quanto l’armamentario in proporzione- e si chiude con una formosa pin up di Allen Jones vestita sadomaso, una sorta di mega barbie procace. E inquietante. Bene. Inquietante è improprio però. Non è inquietante perché il senso del Pop è il gioco: accettare la realtà circostante, consumismo in primis, e usarlo, colorarlo, accentuarlo, renderlo divertente. Con un senso dissacratorio ma anche con un senso di resa. Il Pop esposto alle Scuderie non è poetico, non ha nulla di sognante o di profondo (Marylin a parte). Non è nemmeno bambinesco, anche se accende con i colori una certa allegria infantile. Ma i tratti sono maturi, netti. Forse è adolescenziale, con accenni di crisi di crescita ma dopotutto energica. La parte più bella della mostra è costituita dalle bandiere che scendono dal soffitto come stendardi e che, seppur coloratissime, rappresentano la sostituzione della politica e dell’appartenenza a una nazione con l’appartenenza piuttosto economica o simbolica a mondi in radicale cambiamento. Di queste la più bella è quella realizzata da Lichtenstein, una pistola puntata contro che apre l’ingresso alla mostra.
Ho insistito sulla presenza della figura umana perché a Roma è possibile vedere l’evoluzione successiva della Pop Art, si può dare uno sguardo a cosa succede adesso, sia in ambito italiano sia internazionale. È stata infatti inaugurata la galleria Mondo Pop, in via dei Greci. “Arriva la prima esposizione italiana che dimostra che il movimento new-pop è destinato a tutti e che l’arte non è affatto morta”, dichiarano le due giovanissime galleriste. La galleria inaugura con la mostra “Pop Invaderz”, a cura di David Vecchiato. Oltre a non essere morta, l’arte pop contemporanea, che si chiami Pop-up, Pop Surrealism, Skate Art o Custom Art (e sono nomi che esistono davvero), si è sempre più evoluta in direzione di una vicinanza con gli estimatori che a loro volta sono tutti potenziali consumatori: le opere sono esposte con tanto di cartellino con prezzo, che è accessibile a chiunque. Chiunque dunque può diventare collezionista di oggetti new pop. In questo si è realizzata una sorta di democratizzazione economica: il valore non è più determinato dal prezzo. Secondo il critico Demetrio Paparoni, “Il Pop degli anni sessanta era una critica feroce al mondo dei consumi, quello di questi giovani, che producono giocattoli a basso costo, ci dice che invece non tutti i consumi sono indotti da persuasione occulta, tanto meno nascondono una logica di sfruttamento. Alla dimensione utilitaristica dell’arte, questi artisti contrappongono una visione ludica dell’esistenza”. Ma quello che personalmente mi ha maggiormente impressionato è che sparisce la figura umana, sostituita da una umanizzazione di personaggi che vengono dal mondo della fantasia, dei cartoon, con una fortissima influenza del mondo dei manga giapponesi. L’inventiva di ogni artista è fervida e l’universo rappresentato non è affatto reale, non prende le mosse da un mondo vero ma ne inventa completamente di diversi. Ognuno può trovare il proprio mondo onirico e immaginario, riconoscere l’eroe o l’icona inventata della propria esistenza.
Mentre il Pop degli anni sessanta accettava il boom economico, il new pop si rende conto di un mondo che ha bisogno di colore e allegria e di rassicurazione interiore, in un certo senso di fuga. Gli oggetti diventano più piccoli, non si parla di tele enormi. E il bisogno di colore e allegria è espresso attraverso il gioco. Espresso anche in modo molto intelligente, come fanno gli italiani Fabio La Fauci e Daniele Sigalot, in arte Blue and Joy. I due personaggini di Blue and Joy, che ricordano i vecchi pupazzi di pezza, raccontano le loro “scoraggianti avventure” e suscitano emozioni di empatia. Blue ha una lacrima gialla perenne, è sentimentale e in cerca d’amore e Joy è sempre allegro ma cinico. È efficace il contrasto tra le parole scoraggianti di Joy e il suo sguardo felice e la positività delle affermazioni di Blue contro la sua espressione triste. In pratica Blue and Joy si sono appropriati dell’alienazione contemporanea ironizzandola e rendendola tenera.
È incredibile quanto riescano a inventare, il loro lavoro sembra quello di una factory, basta visitare www.blueandjoy.com/blog per rendersi conto di come sappiano muoversi con idee sempre nuove e coerenti. Loro sono partiti in realtà dall’estero, da Barcellona e via via hanno esposto in numerose esposizioni d’arte contemporanea. La loro forza sta nel realizzare, oltre a tele, e bellissimi murales, anche oggetti bizzarri e insoliti, in puro stile new pop. Come resistere alla stella cadente portatile che ognuno può lanciare in aria per esprimere un desiderio? Ma loro avvertono: il desiderio potrebbe anche non realizzarsi e affermano: però la stella cade davvero! Oppure come non sorridere di fronte alle loro “speranze di sapone”: come le bolle, le speranze durano finché non scoppiano, e scoppiano sempre, è garantito. Sigalot e La Fauci sono stati creativi pubblicitari ma le loro creature e alter ego li hanno completamente assorbiti, tanto che ora si occupano di loro a tempo pieno. All’inaugurazione della galleria Mondo Pop gli ho chiesto che ne pensavano: “Per l’Italia è una roba di grande livello, sembra Londra ma si mangia meglio”.
Ed è stata una bella sorpresa vedere esposti i loro oggetti al bookshop delle Scuderie del Quirinale, dove la gente si fermava intenerita, prima di salire a vedere la mostra Pop di anni che sembrano così vicini e così lontani.

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