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La skultura inkazzata e le visioni di Kubrick

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Palazzo delle Esposizioni. Tre grandi mostre. Pittura, scultura e cinema. Due piani per tre generi di espressione. Pittura e scultura al piano terra. L’altro piano sovrasta entrambi, è il cinema.

Palazzo delle Esposizioni. Tre grandi mostre. Pittura, scultura e cinema. Due piani per tre generi di espressione. Pittura e scultura al piano terra. L’altro piano sovrasta entrambi, è il cinema. Sembra metaforico. Il cinema sopra l’espressione artistica più artigiana, quella che si fa con le mani, sporcandosi. Dipingere e scolpire sono atti ancestrali. Il cinema è dei nostri tempi, c’è uno schermo, c’è una lente, c’è una telecamera che si frappone. Tutto ciò che può essere pensato o scritto, può essere reso in un film, dice Kubrick. Ma prima ci vuole il pensiero e la scrittura. D’altronde lo stesso Kubrick ha elaborato in immagini sia la letteratura sia il pensiero musicale. Il cinema è un meccanismo talmente complesso che solo mettendosi a fare film si capisce il cinema. Altra cosa detta da lui.
La pittura e la scultura si fanno mentre si creano. Certo, con tutte le teorizzazioni che implicano, ma sono atti che nascono dal basso. Un procedimento inverso. Si plasmano emozioni dello sguardo con le mani. Al Palazzo delle Esposizioni al piano terra oltre a Rothko, c’è Mario Ceroli. Che si è incazzato. Sono apparse le sue dichiarazioni, toni non certo educatini. Ha accusato gli organizzatori di averlo relegato in uno spazio angusto, nascosto. Prima di capire dove fosse Ceroli ho vagato in tondo per un po’. Avevo letto che Ceroli ironizzava sul fatto di non possedere nel nome una kappa, come gli altri due. Forse avrebbe dovuto chiamarsi Keroli per avere più considerazione, ha detto. Ma per gli artisti, tra il dire e il fare c’è di mezzo il fare. E lui lo ha fatto, nel suo spazio. Si è appropriato del suo diritto di protestare e ha trasformato la protesta in ironia. Che l’ironia non è forse l’allegria messa con le spalle al muro dalla sordità? Artista allegro Ceroli lo è. Noi non ci siamo più abituati. Cerchiamo il pathos, lo scavare in zone oscure, in meandri di dolore. Per Ceroli fare arte è gioia. Lo dimostra con la sua coloratissima installazione in mostra, costruita appositamente. Si chiama Piazza d’Italia ed è un’esplosione dalla terra di mucchi di polvere colorata, polveri di elementi naturali si compongono come fossero tracce di ispirazioni. Nel mezzo una scala di legno che sale fino all’alto soffitto. Su di essa tre figure di bambini portano verso il cielo doni colorati. È una sorta di omaggio all’arte italiana, alla bellezza che si eleva. Attorno e in mezzo, mucchi di cenere. Ma anche finestre dalle quali scendono lingue di carta vetrata. Nel centro ci sono anche mucchi bellissimi di vetro, pure dall’andare in pezzi si può ricavare una bellezza. Ma torniamo alla cenere, presente anche nei lavori a cavallo tra scultura e pittura che Ceroli ha realizzato omaggiando l’arte alta di Mantegna, Caravaggio e persino Goya. La cenere pare la sua ultima cifra stilistica. Lui, artista noto per il legno, antesignano dell’Arte Povera. Cenere non come fine ma come rinascita. Ed è un gesto da Fenice quello che ha realizzato: per terra, prima di perdersi con gli occhi tra le polveri colorate, si vede la sua firma: con la cenere ha composto la scritta: Keroli, anzi Keroliiii, con parecchie i finali e puntini di sospensione, come fosse un urlo, un urlo beffardo. Sapendo cosa c’era dietro, sapendo le sue proteste, sono scoppiata a ridere appena l’ho vista. Qualcuno ha scritto che l’installazione si chiama Keroli e chissà che non rimarrà proprio questo nome a indicarla. Una delle ragazze che lavorava a sorveglianza nella sala, ha fatto un ghigno, le ho chiesto perché: è una persona particolare, Ceroli. Ci ha fatto impazzire durante l’allestimento, ha detto.
Sarebbe stato interessante se gli altri due, per senso di vicinanza e di protesta, si fossero rinominati Cubric e Rothco.
Ma Rothko, forse, avrebbe avuto da ridire più che altro sull’illuminazione. Si raccomandava che le sue tele venissero esposte con la luce naturale. Alla mostra, invece, la luce anche se non è diretta – e questo è un bene – non lascia traspirare i quadri.
Kubrick chissà. Forse Ceroli gli sarebbe stato simpatico, anche perché Kubrick affermava di avere “un particolare debole per i criminali e per gli artisti: non accettano la vita per quello che è. Qualsiasi storia tragica deve essere in conflitto con lo stato attuale delle cose”.
C’è un legame intimo, poi, in questi giorni tra Kubrick e Ceroli. Sempre di spazio si tratta. Tutti i giorni a Palazzo delle Esposizioni viene proiettato un film di Kubrick. Funziona così: inizia alle otto e mezza. Si fa il biglietto, si entra dall’entrata laterale che è la stessa dalla quale si entra al ristorante. Fino alle otto e venti non si può entrare nella sala cinema. Si sta fuori. Molte le persone che ci vanno da sole, ognuno ha uno sguardo preciso, particolare e silenzioso. Di chi sta in un posto per passione. Bene. All’entrata si è scortati da un custode, con tanto di ricetrasmittente, perché l’entrata laterale dà proprio su “Piazza d’Italia” di Ceroli, che tutto sommato non è che un’area di passaggio per accedere alla sala cinema. Si intravedono gli ultimi visitatori della mostra, si passa davanti alla scultura, sempre di Ceroli, “Cina”, con in rassegna una serrata di uomini e donne in marcia (realizzata nel ’66 prima che venisse scoperto l’esercito di terracotta) e che tra l’altro si affaccia sulle entrate ai bagni. Tra i cinefili kubrickiani ci si sistema, le luci si abbassano e si inizia a gustare il grande cinema in pellicola. Alcuni urlano “fuoco!” oppure “quadro!”, nessuno osa fiatare, c’è chi corre a piazzare la giacca sopra le luci che indicano l’uscita di sicurezza e il bagno, si pretende nero totale attorno. E via, si sta lì ipnotizzati. A volte c’è l’intervallo. Mi è capitato di uscire a fumare una sigaretta, non l’avessi mai fatto. Gli uscieri sembravano impazziti, non volevano. Ho pensato, che gentili, si preoccupano della mia salute, ma al mio pretendere diritto al vizio mi hanno concesso qualche tiro veloce.
Attorno sirene spiegate. Panico. Ricetrasmittenti che sibilano, frasi in gergo. Che succede?, chiedo. Arrivano, arrivano, sussurrano. Chi, chi arriva?, faccio io, aspirando sempre più velocemente. Entri, signora, entri subito. Ora, già sentirsi dare della “signora” è imbarazzante. Ma sentirsi in stato d’allerta senza motivo, lo è ancora di più. Pretendo spiegazioni. Non mi muovo e faccio qualcosa che funziona sempre. Un grandissimo sorriso stupido, togliendomi velocemente dalla faccia qualcosa di simile al pensante. Come per magia, gli uscieri si rilassano. E parlano. Io faccio finta di non ascoltare, sembro distratta ma tengo il sorriso. Si tratta di vip. E di politici. Grandi nomi. Stanno per arrivare, per loro vengono organizzate visite guidate dopo l’orario aperto al pubblico pagante. E poi salgono al ristorante. Pare che molti di loro mentre vagano tra le opere stiano sempre col cellulare all’orecchio, guardando velocemente, senza troppo interesse. Non capisco perché ci vanno. Boh?, dicono gli uscieri, fa vip. Ma il secondo tempo è inziato, le sirene sono più vicine e il film Barry Lyndon (una carrellata di quadri viventi del settecento), che racconta che un povero sarà sempre considerato povero se non ha potere riconosciuto e stigmatizzato da una carica di alto lignaggio, è dopotutto una Storia che si ripete. L’unica differenza è che i nobili di un tempo, al contrario di alcuni politici e vip, di gusto ne avevano.

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